2^ G.M. Fronte Russo

Stalingrado 31 gennaio 1943, i tedeschi si arrendono e la vicenda dei nostri 77 autieri

Come abbiamo visto nei nostri post precedenti l’Armata Rossa nel pieno dell’inverno 1942-43, sferrò tre offensive nella parte meridionale dell’immenso fronte orientale, che si estendeva su migliaia di chilometri da Leningrado a nord al Mar Nero a sud. Il 16 dicembre 1942, la prima possente offensiva, seppur ridimensionata rispetto ai piani iniziali e denominata operazione “Piccolo Saturno“, dopo una iniziale resistenza delle nostre unità di fanteria, sfondò il fronte costringendo le truppe italiane e romene a una tragica ritirata.

Il 12 gennaio 1943 venne sferrato l’ultimo colpo di maglio con l’inizio dell’operazione sovietica, denominata operazione Ostrogožsk-Rossoš che in pochi giorni provocò il crollo della 2ª Armata ungherese, del Corpo d’armata alpino italiano e delle truppe germaniche posizionate sul corso superiore del Don, fino a quel momento poco interessate dai combattimenti. Iniziò per quelle truppe un tragico ripiegamento di oltre duecento chilometri nel più freddo inverno russo degli ultimi quarant’anni che terminò negli ultimi giorni di gennaio, quando soprattutto grazie al sacrificio delle unità alpine italiane e della divisione Tridentina in particolare, vennero finalmente raggiunte le nuove linee dell’Asse molto più a ovest rispetto alle posizioni tenute fino a dicembre 1942.

Due giorni prima e precisamene il 10 gennaio 1943, la Stavka, l’Alto comando sovietico dette il via all’Operazione Anello, nome in codice assegnato all’offensiva finale sferrata nel corso della battaglia di Stalingrado. Dopo oltre venti giorni di duri combattimenti le truppe sovietiche schiacciarono la disperata resistenza delle forze tedesche nella città che portava il nome del dittatore sovietico e che per questo assunse un significato particolare, sia per i tedeschi che volevano ad ogni costo conquistarla, sia che i sovietici e per Stalin che naturalmente voleva evitare che quel simbolo cadesse sotto le mani tedesche. Una città di secondaria importanza, (dal 1961 ha riassunto il nome originario di Volgograd) per un punto d’onore divenne suo malgrado teatro di una delle battaglie più spaventose dell’intero secondo conflitto mondiale.

Secondo la storiografia sovietica la grande battaglia di Stalingrado ebbe inizio il 17 agosto 1942, quando il raggruppamento offensivo tedesco del colonnello generale Friedrich Paulus, entrava in contatto nella grande ansa del Don con le forze sovietiche che Stalin aveva raggruppato per sbarrare l’accesso al Volga e alla città che portava il suo nome. Il 31 gennaio 1943 Friedrich Paulus promosso in extremis al grado di feldmaresciallo, comandante della 6ª armata germanica, accerchiata nella parte meridionale della sacca di Stalingrado, dopo quasi sei mesi di durissima battaglia si arrendeva alle forze dell’Armata Rossa.

Enormi erano state le perdite per entrambi i contendenti nella terribile battaglia, ma l’Unione Sovietica poteva contare su fonti praticamente inesauribili in uomini, mezzi e materie prime. La battaglia di Stalingrado alla pari di quella di El Alamein nel deserto egiziano è considerata la svolta nella storia della seconda guerra mondiale in Europa. Da quel momento i tedeschi, non riuscirono più salvo piccole eccezioni a riprendere in mano la condotta dell’operazione. I nostri reparti, o meglio ciò che ne rimaneva vennero, nonostante il parere contrario dei tedeschi rimpatriati fra febbraio e marzo 1943.

Prima di chiudere il nostro post, ricordiamo perchè probabilmente pochi ne sono a conoscenza che nella sacca di Stalingrado oltre a ben 20 divisioni tedesche, di cui tre corazzate e tre motorizzate, 2 divisioni rumene e un reggimento croato vi erano degli autieri italiani, inviati nella città ormai assediata per trasportare materiali nel momento più aspro della battaglia. Questi 77 italiani divisi in due reparti rimasero intrappolati all’interno della città, quando le forze dell’Asse da assedianti divennero assediate. Di questi nostri soldati, coinvolti nella terribile battaglia, ne torneranno a fine guerra solamente due.

Per chi volesse approfondire l’argomento dei nostri 77 militari coinvolti nella sanguinosa battaglia di Stalingrado, consigliamo il libro Noi moriamo a Stalingrado, scritto da Alfio Caruso autore di Tutti i vivi all’assalto, di cui sotto riportiamo la recensione ufficiale:

Settantasette italiani di modeste pretese e d’infinita pazienza precipitati nel peggior mattatoio della seconda guerra mondiale: Stalingrado. Appartenevano quasi tutti a due autoreparti, avevano portato guastatori e rifornimenti alla 6a armata tedesca di Paulus e dovevano rientrare dopo aver riempito gli autocarri con la legna per affrontare l’inverno. Furono invece bloccati dall’avanzata dell’Armata Rossa alla fine di novembre del 1942. La loro lenta agonia è raccontata dalle lettere spedite a casa, in cui niente traspare della situazione e dell’ansia: all’apparenza tutti affermano di star bene e di essere lontano dai pericoli. Ripetono l’accorato appello di mandare notizie, di non dimenticarli. Ma in gennaio affiora nei saluti a genitori, mogli e figli la fine di ogni speranza. Dopo la resa, prigionia, malattie e sconforto falcidiano i soprawissuti. Solo due rivedranno l’Italia.

Grazie per aver letto il nostro post e con la speranza che vogliate continuare a seguirci Vi diamo appuntamento al prossimo. Mi piace e commenti e/o suggerimenti su come migliorare l’articolo e il blog in generale saranno molto graditi.

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