2^ G.M. Fronte Russo

17 gennaio 1943, ordine di ritirata per il Corpo d’Armata Alpino in Russia

Nell’ autunno del 1942, dopo quasi un anno e mezzo di guerra, la lotta in terra sovietica fra l’Armata Rossa e le forze dell’Asse, era in pieno svolgimento e l’esito della gigantesca lotta, era ancora incerto. Dall’estate di quell’anno la presenza militare italiana sul fronte orientale era stata notevolmente ampliata, fino a raggiungere oltre 220 mila uomini. In quei giorni la nostra 8ª Armata nota come ARM.I.R. (Armata Italiana in Russia) su ordine del Comando Supremo dell’Esercito germanico era schierata lungo il corso del fiume Don, da Babka a Vescenskaja, dove si trovava la 3ª Armata Romena ed era collegata a nord con la 2ª Armata ungherese.

A inizio dicembre il fronte si snodava a cordone sulla riva destra del grande fiume Don per ben 270 chilometri con uno schieramento che, partendo dall’ala sinistra, era il seguente: Corpo d’Armata Alpino (generale di C.A. Gabriele Nasci) con le Divisioni Tridentina, Julia, Cuneense con in riserva la divisione di occupazione Vicenza, II Corpo d’Armata (generale di C.A. Giovanni Zanghieri) con le Divisioni di fanteria Ravenna e Cosseria rinforzata dal 318º Reggimento tedesco e dal Rgpt. CC.NN. 23 Marzo, XXXV Corpo d’Armata, in pratica il vecchio C.S.I.R. (generale di C.A. Francesco Zingales) con la 298ª Divisione tedesca, la Pasubio e il Rgpt. CC.NN. 3 Gennaio infine il XXIX Corpo d’Armata germanico (Generale Hans von Obstfelder) con le divisioni Torino, Celere e Sforzesca schierato all’estrema destra dell’ARMIR a contatto con l’Armata Romena.

Il compito assegnato all’Armata italiana prevedeva la resistenza ad oltranza sul Don per difendere, unitamente all’Armata Romena, il fianco sinistro della 6ª armata tedesca di Von Paulus, impegnata nella gigantesca battaglia di Stalingrado. Particolarmente gravoso appariva il compito affidato al Corpo d’Armata Alpino schierato a difesa di un fronte di circa settanta chilometri e che come gli altri nostri reparti, avevano organizzato la difesa con la convinzione che l’Armata Rossa non avrebbe attaccato. Dello stesso avviso erano anche i comandi germanici, i russi non avrebbero intrapreso operazioni offensive sul fronte del medio Don e su quello di Stalingrado prima della primavera del 1943, ma purtroppo le previsioni dei Comandi dell’Asse, non si avverarono.

L’Alto Comando Supremo sovietico, la STAVKA, era pienamente consapevole che i propri soldati fossero molto più preparati del nemico a battersi durante il freddissimo inverno russo e mise, sotto diretta pressione di Stalin, in preparazione delle offensive in grande stile contro le truppe dell’Asse. Vennero elaborati due ambiziosi piani, “operazione Saturno” che mirava a liberare la grande città di Stalingrado che portava il nome del condottiero supremo della lotta contro il nazi-fascismo e sia per Stalic che per Hitler ricopriva un valore altamente simbolico, e “operazione Urano” che mirava ad eliminare le forze nemiche schierate a difesa del medio Don e che aveva come obbiettivo finale la città di Rostov, sede del comando del Corpo d’Armata Alpino.

Il fallimento degli attacchi sovietici del Fronte del Don del generale Rokossovskij e del fronte di Stalingrado del generale Erëmenko sferrati dal 2 al 7 dicembre contro la sacca della 6ª Armata accerchiata e la controffensiva tedesca del feldmaresciallo Erich von Manstein, denominata Tempesta Invernale costrinsero Stalin a cambiare i propri piani e a ridimensionare le operazioni già studiate. Obietivo primario dopo questi avvenimenti, era diventato quello di puntare alle retrovie del raggruppamento von Manstein e agli aeroporti tedeschi che rifornivano la sacca, con lo scopo di bloccare la controffensiva tedesca e isolare definitivamente senza scampo la 6ª Armata di Von Paulus.

Sul fronte del Don l’obiettivo Rostov venne abbandonato nonostante le accese proteste del generale Vatutin e la nuova offensiva ridotta venne denominata “operazione Piccolo Saturno”. L’inizio vero e proprio era stato preceduto da una serie di azioni volte a scompaginare le linee italiane, che dal 11 al 15 dicembre ressero bene, ma il 16 giorno dell’inizio della vera e propria operazione, le cose cambiarono. Quel giorno violentissimi attacchi condotti da ben tre armate sovietiche, la 1ª, la 3ª e la 6ª coinvolsero il fronte tenuto dal II Corpo d’Armata italiano, scatenando una micidiale tempesta di fuoco. I fanti della Ravenna e Cosseria poco riuscirono ad opporre ad un attacco di così grandi proporzioni, sostenuto da 980 carri armati, 2650 bocche da fuoco fra artiglierie, mortai e lanciarazzi multipli e 530 aerei e il fronte venne tagliato in due.

Oltre alla rottura del fronte, con l’attacco alle linee sul Don, i sovietici avevano inoltre raggiunto un altro grande risultato, riuscendo ad interrompere i collegamenti ferroviari che permettevano il rifornimento delle forze tedesche di Stalingrado e il mattino del 19 dicembre, un altro violentissimo attacco rompeva il fronte della 3ª Romena, ritenuta la più vulnerabile fra le forze dell’Asse e che si trovava schierata alla destra dell’Armata Italiana. Per effetto della rottura del fronte, le Divisioni Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca, dopo una strenua resistenza, furono costrette a ritirarsi dalle posizioni del Don lasciando sul terreno migliaia di mezzi e artiglierie pesanti.

Accerchiate e bersagliate da un nemico in netta superiorità numerica e di materiali, e sottoposte a temperature polari, due corpi d’armata dell’ARMIR furono in gran parte annientate con una perdita di circa 55.000 uomini fra caduti, feriti e prigionieri. Mentre le divisioni di fanteria si stavano ritirando il Corpo d’Armata Alpino continuava a difendere le posizioni sulla riva destra del Don, mentre tutti si ritiravano gli alpini vennero lasciati a presidiare una parte di fronte, che ormai non esisteva più.

All’alba del 14 gennaio 1943, l’Armata Rossa, scatenava un’altra potente offensiva, denominata ‘Operazione Ostrogozsk Rossosch’, tendente, con una gigantesca manovra a tenaglia, ad eliminare le rimanenti forze avversarie schierate ancora in difesa ad oltranza sul Don. Valanghe di soldati e di carri armati russi attraversarono il fiume Don e infransero il fronte tenuto dalla 2ª Armata ungherese a nord e quello tenuto dalle unità tedesche a sud, racchiudendo il Corpo d’Armata Alpino e le residue forze alleate, in una vasta e profonda sacca.

La sera del 17 gennaio 1943, su ordine del generale Gabriele Nasci, ebbe inizio il ripiegamento dell’intero Corpo d’Armata Alpino, con lo scopo di ricongiungersi alle forze amiche che organizzavano più a ovest una nuova linea di difesa. Dopo l’estremo sacrificio della Julia, solo la Tridentina poteva considerarsi ancora efficiente, quasi intatta in uomini, armi e materiali. Iniziava così la drammatica ritirata, a piedi, con le sole armi, pochi viveri e munizioni, su un terreno ormai completamente in mano ai russi. Saranno due settimane di inferno per le nostre penne nere che con il loro valore riuscirono a sfondare più volte le linee che i sovietici ponevano continuamente per bloccare la manovra di ripiegamento, salvando così da sicura morte anche molti militari ungheresi e tedeschi, anche loro ormai senza più forza di combattere e di contrastare lo strapotere messo in campo dall’Armata Rossa.

Grazie per aver letto il nostro post e con la speranza che vogliate continuare a seguirci Vi diamo appuntamento al prossimo.

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