Campagna d'Etiopia

2 ottobre 1935, coll’Etiopia, abbiamo pazientato quaranta anni! Ora basta!

Era un mercoledì dei primi giorni dell’autunno del 1935, quando alle 18,30 del 2 ottobre, Mussolini si affacciò sul balcone di Palazzo Venezia. Ad attendere il discorso del Duce una folla forse mai vista, che si estendeva da un lato fin verso il Colosseo e dall’altro per Via del Corso fin verso Piazza Colonna. Oltre ai romani accorsi in massa, la medesima situazione si ripeteva in tutte le piazza delle maggiori città italiane.

Troppa era la voglia di sapere e anche chi non aveva potuto raggiungere le piazze, si era organizzato nei bar e nei circoli del dopo lavoro nelle sedi del Partito Fascista davanti agli apparecchi radio. La domanda era per tutti la stessa, tutti si chiedevano cosa Mussolini avrebbe detto, come avrebbe reagito dinanzi alle minacciate sanzioni economiche all’Italia fascista per la crisi politica che si era delineata nel corno d’Africa.

Mussolini aspettava ormai da troppo tempo di vendicare la disfatta della politica coloniale della fine dell’Ottocento che l’Italia. La sconfitta e il massacro seguiti alla dura sconfitta subita dalle nostre truppe ad Adua il 1° marzo 1896, bruciava ancora e ancora gridava vendetta e l’idea di occupare l’immenso Impero etipico e dare finalmente un “posto al sole” all’Italia era da sempre nei progetti del governo fascista. La situazione si era ulteriormente aggravata circa dieci mesi prima quando i nostri ascari vennero attaccati nei pressi dei pozzi di Ual Ual dalle truppe etiopi.

L’ostacolo più grande ai progetti di Mussolini era rappresentato dal fatto che l’Etiopia faceva parte della Società delle Nazioni che di fatto tutelava le controversie internazionali a Ginevra, ma già si era dimostrata incapace di reagire all’invasione giapponese nella Manciuria. Per l’incidente sopra citato di Ual Ual, in cui persero la vita 21 dubat, il governo italiano pretese delle scuse ufficiali e il risarcimento danni, scuse che non arrivarono. Oltre a questo il negus Hailé Selassie, invece denunciava continuamente la volontà italiana di invadere il suo paese.

La Società delle Nazioni riconobbe la buona fede del governo italiano nell’episodio e si mostrò pronta a mediare tra le parti interessate. Era inoltre chiaro che Inghilterra e Francia non volevano perdere l’appoggio dell’Italia in Europa. Ad ogni modo l’Italia aveva insistito con le sue azioni, e forte anche dell’opinione pubblica il 2 ottobre del 1935 affacciatosi sul balcone di Palazzo Venezia a Roma fece un discorso memorabile sulla decisione di invadere la nazione etiope che ormai era una necessità.

“Camicie nere della Rivoluzione! Uomini e donne di tutta Italia! Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti e oltre gli oceani: ascoltate.

Un’ora solenne sta per scoccare nella storia della Patria.

Venti milioni di uomini occupano in questo momento le piazze di tutta Italia. Mai si vide, nella storia del genere umano, spettacolo più gigantesco. Venti milioni di uomini: un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola. La loro manifestazione deve dimostrare, e dimostra al mondo, che Italia e Fascismo costituiscono un’identità perfetta, assoluta, inalterabile. Possono credere il contrario soltanto cervelli avvolti nelle nebbie delle più stolte illusioni, o intorpiditi nella più crassa ignoranza su uomini e cose d’Italia, di questa Italia 1935, anno XIII dell’Era fascista.

Da molti mesi, la ruota del destino, sotto l’impulso della nostra calma determinazione, si muove verso la meta : in queste ore, il suo ritmo è più veloce e inarrestabile ormai! Non è soltanto un esercito che tende verso i suoi obiettivi, ma è un popolo intero di 44 milioni di anime, contro il quale si tenta di consumare la più nera delle ingiustizie: quella di toglierci un po’ di posto al sole.

Quando, nel 1915, l’Italia si gettò allo sbaraglio e confuse le sue sorti con quelle degli Alleati, quante esaltazioni del nostro coraggio, e quante promesse. Ma dopo la vittoria comune, alla quale l’Italia aveva dato il contributo supremo di 670 mila morti, 400 mila mutilati, e un milione di feriti, attorno al tavolo della pace esosa non toccarono all’Italia che scarse briciole del ricco bottino coloniale.

Abbiamo pazientato tredici anni, durante i quali si è ancora più stretto il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità. Coll’Etiopia, abbiamo pazientato quaranta anni! Ora basta!

Alla Lega delle Nazioni, invece di riconoscere i nostri diritti, si parla di sanzioni.

Sino a prova contraria, mi rifiuto di credere che l’autentico e generoso popolo di Francia possa aderire a sanzioni contro l’Italia. I seimila morti di Bligny, caduti in un eroico assalto che strappò un riconoscimento d’ammirazione dello stesso comandante nemico, trasalirebbero sotto la terra che li ricopre.

Io mi rifiuto, del pari, di credere che l’autentico popolo di Gran Bretagna, che non ebbe mai dissidi con l’Italia, sia disposto al rischio di gettare l’Europa sulla via della catastrofe, per difendere un paese africano, universalmente bollato come un paese senz’ombra di civiltà.

Alle sanzioni economiche opporremo la nostra disciplina, la nostra sobrietà, il nostro spirito di sacrificio. Alle sanzioni militari risponderemo con misure militari, ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra. Nessuno pensi di piegarci senza avere prima duramente combattuto. Un popolo geloso del suo onore, non può usare linguaggio, né avere atteggiamento diverso!

Ma, sia detto ancora una volta nella maniera più categorica, e io ne prendo in questo momento impegno sacro davanti a voi, che noi faremo tutto il possibile perché questo conflitto di carattere coloniale non assuma il carattere e la portata di un conflitto europeo. Ciò può essere nei voti di coloro che intravvedono in una nuova guerra, la vendetta dei templi crollati, non nei nostri.

Mai, come in questa epoca storica, il popolo italiano ha rivelato le qualità del suo spirito e la potenza del suo carattere. Ed è contro questo popolo, al quale l’umanità deve talune delle sue più grandi conquiste, ed è contro questo popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di navigatori, di trasmigratori, è contro questo popolo che si osa parlare di sanzioni.

Italia proletaria e fascista. Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione, in piedi! Fa che il grido della tua decisione riempia il cielo, e sia di conforto ai soldati che attendono in Africa, di sprone agli amici e di monito ai nemici, in ogni parte del mondo grido di giustizia, grido di vittoria!”

Il giorno seguente, un imponente esercito agli ordini del Maresciallo d’Italia Emilio De Bono dall’Eritrea e del generale Rodolfo Graziani dalla Somalia invadevano l’Imperoe Etiope, senza nessuna dichiarazione di guerra ufficiale. La Società delle Nazioni, impose le già minacciate sanzioni economiche a cui Mussolini rispose imponendo il regime dell’Autarchia economica. Molte nazioni non aderenti alla Società delle Nazioni come gli Usa e l’URSS rifornirono di fatto l’Italia dei beni che aveva bisogno, rendendo inutili le sanzioni.

Il 5 maggio 1936, il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, che aveva sostituito De Bono, troppo attendista per un Mussolini ansioso di chiudere presto la partita, alla testa delle truppe vittoriose entrava nella capitale Addis Abeba. Pochi giorni dopo e precisamente il 9 maggio Mussolini annunciava il ritorno dell’Impero sui colli fatali di Roma.

3 risposte »

  1. Inizio di una tragedia
    Italia proletaria,20% analfabeta.
    Donne senza diritto di voto , incentivate per produrre figli
    Diplomazia inesistente.
    Una Chiesa cattolica predominante.
    Chiesa fondamentale anti razziale
    Il maestro di Forlì aveva dimenticato tutto questo
    Questo.
    Industria fatiscente

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