2^ G.M. Campagna d'Italia

22 luglio 1944, la strage alleata del Duomo di San Miniato

L’inverno 1943/44, fu per l’Italia il più terribile fra gli inverni di guerra vissuti fino a quel momento. Oltre alle privazioni di ogni genere, al dilagante mercato nero e alla paura dei bombardamenti aerei che ormai accompagnavano la popolazione da quattro lunghi anni, si erano aggiunta la guerra civile che insanguinava e divideva le famiglie stesse e il fatto che il territorio della nostra amata penisola fosse un enorme campo di battaglia fra tedeschi e alleati. Era stato tutto sommato un inverno mite ma questo non fu di conforto per la popolazione in quanto le favorevoli condizioni atmosferiche finiranno per favorire l’aumentare delle incursione aeree alleate sulle città del nord.

Caduta Roma il 4 giugno del 1944, dopo le lunghe e sanguinose operazioni militari intorno ad Anzio e soprattutto sulla linea Gustav, il fronte si era rapidamente spostato verso nord, dove i tedeschi stavano organizzando la loro ultima linea di difesa, imperniata sugli appennini, la cosiddetta linea Gotica. Con la primavera il piccolo centro di San Miniato, in provincia di Pisa, divenne luogo di alloggiamenti militari: in città e nelle ville di campagna adiacenti erano schierati reparti e i comandi di tre divisioni germaniche.

Si trattava per la precisione della 3ª e della 90ª Divisione granatieri corazzati e della 26ª Divisione corazzata, tutte e tre inquadrate nel XIV Corpo d’armata corazzato. In Toscana si era sviluppata la lotta partigiana e i comandi tedeschi coadiuvati da reparti della Repubblica Sociale avevano risposto duramente e il tutto era sfociato nel mese di giugno e di luglio principalmente nelle provincie di Pisa e di Arezzo in alcune stragi di civili, proprio nei giorni in cui la Quinta armata americana avanzava inesorabile verso nord.

Il 17 luglio gli alleati raggiungevano i comuni di Montaione e Ponsacco, rispettivamente ad est ed a ovest di San Miniato che, per la sua configurazione geografica, risultava un punto strategicamente importante per le truppe tedesche impegnate a tenere la posizione fino al mattino del 24, prima di ritirarsi al di là della “linea Heinrich” o linea dell’Arno linea fortificata organizzata dai tedeschi lungo il corso del fiume omonimo. La città, aveva visto crescere notevolmente il numero degli abitanti a causa di sfollati delle vicine città di Pisa, Livorno, Pontedera che vi avevano cercato ricovero, viveva momenti particolarmente tesi.

Lo stesso 17 il Comando tedesco impartiva l’ordine di evacuazione della cittadina, al fine di garantire alle truppe una ritirata sicura e agevole, ma lo stesso venne ignorato dalla popolazione. Il 18 luglio l’ingiunzione venne reiterata e ancora una volta non fu eseguita, anche perché il podestà era scomparso e non c’era un’autorità di riferimento nel paese e ad aggravare la situazione già molto tesa, vi era il fatto che le tre formazioni partigiane operanti in zona, la brigata “Corrado Pannocchia”; la “Mori Fioravante” e la “Salvadori Torquato” si erano rese protagoniste di alcuni scontri armati.

Dall’11 al 18 luglio, tre militari tedeschi, fra cui un ufficiale erano morti per mano partigiana e la popolazione civile temeva una rappresaglia germanica. Il 18 luglio i tedeschi, arrestarono tredici persone che in un secondo tempo furono tutte rilasciate, ma dal giorno successivo gli stessi iniziarono a minare molti edifici in gran parte lungo la strada principale facendoli saltare nella tarda serata e nella notte dal 20 al 21, tra questi la sede della Cassa di Risparmio e metà del palazzo Grifoni. Nel complesso, prima dell’abbandono del paese, i tedeschi rasero al suolo circa il 60% delle case.

Nelle prime ore del 22 luglio 1944, un ufficiale tedesco, accompagnato dall’interprete, si presentò al Palazzo Vescovile chiedendo di parlare con il vescovo Ugo Giubbi. L’ufficiale, dopo essersi lamentato del fatto che la popolazione si trovasse ancora in città nonostante l’ordine di sfollamento, presentò al vescovo la richiesta di avvertire tutti i civili affinché si radunassero per le ore 08:00 in piazza dell’Impero e dopo che il vescovo fece osservare le difficoltà di accesso al luogo, dovute tra l’altro alle strade ingombre di macerie propose di concentrare la popolazione in due piaze, quella dell’Impero e quella del Duomo.

L’ufficiale accettò la cosa e il vescovo a quel punto comunicò alla cittadinanza l’ordine per mezzo dei suoi chierici. La popolazione iniziò ad arrivare nelle due piazze, molto impaurita dalla possibilità che la concentrazione fosse il preludio a una nuova strage anche se i soldati tedeschi assicuravano che:

«il raduno era l’unico modo per tenere la gente lontana dalle strade che sarebbero state interessate dalle manovre militari delle truppe tedesche»

A metà mattina, verso le 10 cominciò un fitto cannoneggiamento americano che colpì inizialmente le pendici a sud della città interessando anche il convento e le sue possenti mura e di conseguenza i soldati tedeschi a guardia dell’edificio lasciarono che i frati facessero scendere tutti quelli che si trovavano in chiesa nei sotterranei, detti di Sant’Urbano, dove sarebbero stati al sicuro.

A distanza di un quarto d’ora il fuoco dell’artiglieria si spostò sul lato nord-est della città interessando la zona del duomo, il viale della Rimembranza il poggio della rocca, via Umberto I. Durante questa fase un proiettile, probabilmente da 105 mm ad alto potenziale, entrò nella chiesa provocando l’esplosione che causò cinquantacinque vittime, la maggior parte delle quali radunata nella navata destra. I loro nomi sono elencati nella lapide commemorativa che il Capitolo della cattedrale, l’Arciconfraternita di Misericordia ed i familiari collocarono nel Duomo nel 50º anniversario della strage.

Fino al 2004 la paternità del tragico evento fu erroneamente attribuita alle truppe tedesche della 3ª Divisione granatieri corazzati e solo dopo sessanta anni sono state appurate le reali responsabilità e precisamente che a compiere la strage fu una granata sparata dal 337º Battaglione d’artiglieria campale statunitense. Il 22 luglio 2008 l’amministrazione comunale di San Miniato ha deciso di porre vicino alla precedente lapide una nuova che attribuisce la strage ai bombardamenti statunitensi, il cui testo fu scritto dall’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

Grazie per aver letto il nostro post e con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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