2^ G.M. I deportati italiani nei lager nazisti

15 luglio 1943, muore nel lager di Auschwitz–Birkenau Vittoria Gorizia Nenni

«Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla».

Questa frase che possiamo tuttora leggere sulla teca di un campo di concentramento tedesco, ricorda le ultime parole di una giovane italiana, morta dopo essersi ammalata di tifo, il 15 luglio 1943 nel campo di concentramento di Auschwitz, il più grande e vasto complesso di campi di concentramento e di lavoro mai realizzato dal nazismo e situato nelle vicinanze della cittadina polacca di  Oświęcim (in tedesco Auschwitz)

La donna di cui parleremo nel nostro posto odierno è Vittoria Gorizia Nenni, terza figlia del leader storico del Partito Socialista Italiano Pietro Nenni e di Carmela Emiliani. Ella nacque il 31 ottobre 1915 ad Ancona, città dove il padre si trovava, quando ancora repubblicano si trasferì con la famiglia per assumere la direzione del giornale “Lucifero”. Nella città marchigiana, il 7 giugno 1914  la forza pubblica aveva ucciso tre manifestanti e al fatto di sangue era seguita una settimana di scioperi e di agitazioni.

Promosse da Nenni stesso insieme all’anarchico Enrico Malatesta e passata alla storia come “Settimana Rossa”, in alcune parti d’Italia le agitazioni avevano assunto le caratteristiche di una vera e propria insurrezione popolare. Proprio per il suo ruolo in quelle concitate giornate, Nenni venne arrestato il 23 giugno dello stesso anno e rinchiuso nel carcere anconitano di Santa Palazia fino a quando venne scarcerato per amnistia e rientrò in famiglia.

Solo tre giorni dopo l’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, il 24 maggio 1915, Nenni, fervido interventista, si arruolò volontario nel Regio Esercito. Nel corso della terza offensiva scatenata dalle nostre truppe sull’Isonzo, come ricordato sopra, il 31 ottobre 1915 nacque la sua terza figlia, a cui venne dato il nome augurale di Vittoria e il secondo nome di Gorizia.

Finita la Grande Guerra con la Vittoria italiana e il completamento del processo di unità nazionale, seguì poco dopo l’ascesa di Benito Mussolini e del suo movimento dei fasci di combattimento. Dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, deputato socialista, nel 1924, ad opera di una squadra fascista, anche Nenni fu fatto oggetto di provocazioni e minacce, alcune delle quali coinvolsero anche la figlia Vittoria.

Nel 1926, con la promulgazione delle leggi fascistissime, fu sancita la soppressione in Italia di tutti i partiti di opposizione, compreso il Partito Socialista Italiano. Nenni, fu costretto a prendere la via dell’esilio, prima a Zurigo e poi a Parigi, dove venne raggiunto alcuni mesi dopo dalla moglie Carmen e dalle quattro figlie, che riuscirono ad attraversare la frontiera francese in treno a Ventimiglia.

Nella capitale francese dove viveva in esilio, Vittoria chiamata familiarmente “Vivà”, nel 1936 sposò il francese Henry Daubeuf, tipografo, con il quale entrò a far parte della Resistenza francese. Per questo fu arrestata dalla Gestapo insieme al marito nel 1942 e dopo la fucilazione dello stesso l’11 agosto nella fortezza di Mont Valérien, Vittoria venne incarcerata nel Forte di Romainville, da dove sarà deportata nel campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau in Polonia.

Giunta ad Auschwitz il mattino del 27 gennaio 1943, fu assegnata, come le sue compagne, al blocco 26 di Birkenau, insieme alle ebree polacche. Furono addette prima ai lavori forzati, poi vennero destinate a lavorare in una fabbrica, migliorando leggermente le sue condizioni di vita. Nonostante questo, molto debilitata dal duro lavoro, Vittoria si ammalò di tifo nell’estate 1943 e morì il 15 luglio.

Nella sua città natale è stata posata una “pietra d’inciampo” con il suo nome. Le Stolpersteine, le pietre d’inciampo appunto, sono un’iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig per creare all’interno delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. Le pietre, in ottone, diventano più lucide se calpestate, sono piccole perché chi le guarda è costretto a chinarsi per leggere il nome inciso, sono “d’inciampo” perché distolgono il passante dai propri pensieri per richiamare la sua attenzione sulla tragedia della Shoà.

Grazie per aver letto il nostro post.

1 risposta »

  1. “ Io e voi siamo accomunati dallo stesso lutto”, disse il re a Nenni, ricevendolo al Quirinale subito dopo la guerra, alludendo alla morte nel lager di Buckwenald della principessa Mafalda. Di certo, Vittorio avrebbe fatto meglio a non tentare quell’ipocrita approccio di cortesia, giacché’ il responsabile di entrambe quelle morti era stato soprattutto lui.

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