2^ G.M. Gli ultimi giorni di guerra in Italia

“Sono una medaglia d’oro, ho diritto ad essere sparato sul petto”

Fra i quindici fucilati il 28 aprile 1945 sul lungolago di Dongo, piccolo centro della provincia di Como, c’era anche Francesco Maria Barracu, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri della Repubblica Sociale, pluridecorato soldato e cieco di guerra. Celebre la sua frase pronunciata davanti al plotone di esecuzione:

“Sono una medaglia d’oro, ho diritto ad essere sparato sul petto”

Nato a Santu Lussurgiu in provincia di Oristano, il 1º novembre 1885, durante la Grande Guerra prestò servizio in Libia come ufficiale di fanteria. Smobilitato il 31 agosto del 1921, si iscrisse al Partito Nazionale Fascista e ottenne diversi incarichi all’interno del partito, tra cui quella di presidente del Fascio della Sardegna.

Partecipò alle operazioni militari in Africa Orientale sia durante la guerra d’Etiopia, che durante le operazioni “grande polizia” come capitano comandante del III battaglione Dubat, composto da soldati di origine arabosomala. Il 3 marzo 1937, a Uara Combo, fu gravemente ferito, perdendo un occhio in un’azione di rastrellamento di bande “ribelli”: per il valoroso comportamento in questo scontro fu insignito di medaglia d’oro al valore militare con la seguente motivazione:

«Espressione purissima del forte popolo sardo, superba figura di combattente e di valore leggendario, che non misura il pericolo ed il rischio se non per meglio affrontarli, che ha al suo attivo una lunga serie di azioni belliche ardimentose, condotte e risolte sempre brillantemente. Durante la campagna italo etiopica, assunto il comando di un reparto dubat, ha saputo avvincere i suoi uomini alla sua volontà eroica e guidarli, di vittoria in vittoria, in numerosi durissimi combattimenti. Incaricato di effettuare una ardita azione punitiva contro una cabila Ogaden, che faceva causa comune con gli abissini, coi soli 300 suoi dubat svolgeva un’operazione genialmente concepita ed audacemente condotta, che liberava il fianco sinistro delle nostre truppe del settore Ogaden, da una seria minaccia e fruttava il copioso bottino di un migliaio di fucili, 2500 cammelli e 1500 bovini. Durante la battaglia dell’Ogaden, col suo reparto d’invincibili dubat, confermava le sue elette doti di comandante e di valore personale e, per quanto ferito alla gola, rimaneva al posto d’onore contribuendo efficacemente al successo delle operazioni. Nella dura giornata di Uara Combo (3 marzo 1937) rimaneva gravemente ferito all’occhio sinistro, e benché conscio che il trascurare la ferita avrebbe potuto significare, come avvenne, la perdita dell’occhio stesso, rifiutava di farsi ricoverare all’ospedale e rimaneva col suo reparto fino ad operazioni ultimate. Al suo comandante che lo invitava a recarsi all’ospedale, rispondeva fra l’altro: “So di aver perduto un occhio. Non importa. Sono pronto ancora a ricominciare”. Il suo eroismo è stato spesso apprezzato ed ammirato anche dal nemico.»

— Ogaden-Hararino-Bale. Marzo 1937.

Si dedicò poi al giornalismo soprattutto su questioni coloniali. Durante la prima fase del secondo conflitto mondiale, negli anni 1941-42 fu segretario federale di Bengasi (Cirenaica) e successivamente di Catanzaro.

Dopo l’8 settembre del 1943, seguì Benito Mussolini e partecipò alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana, contribuendo a convincere il maresciallo Rodolfo Graziani ad assumere il ministero della Difesa Nazionale. Nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri della RSI, il 23 settembre 1943, nel primo governo della neonata Repubblica ed ebbe notevole ruolo sul trasferimento al nord dei funzionari dei ministeri e nell’organizzazione dell’amministrazione repubblicana.

Tentò, ma senza successo, di annettere la Sardegna al governo di Salò, poi costituì una legione di militi sardi nota come Battaglione Volontari di Sardegna – Giovanni Maria AngioyDurante la prima riunione del neonato Partito Fascista Repubblicano attaccò duramente il segretario Alessandro Pavolini e il ministro Guido Buffarini-Guidi, supplicando invano al Duce di prenderne il posto, in quella che è passata alla storia come “congiura dei tre B.”: Balisti, C. Borsari e Barracu

Accusato da Giovanni Preziosi d’esser massone, negli ultimi mesi di guerra si schierò con la corrente estremista e chiese che Milano non venisse abbandonata, nel tentativo di farne l'”Alcazar del fascismo”. Dopo la celebre riunione alla sede arcivescovile del cardinale Schuster, cui prese parte, il 25 aprile 1945 seguì Mussolini nella sua fuga verso il lago di Como, ma fu preso prigioniero insieme ad altri gerarchi a Dongo dai partigiani , fucilato come scritto a inizio post il 28 aprile 1945 a Dongo.

Il suo corpo, poi seppellito nel Campo X del Cimitero Maggiore di Milano,  come quello di altri gerarchi, di Mussolini e di Claretta Petacci verrà esposto  in piazzale Loreto, nel triste episodio definito dallo stesso capo partigiano Ferruccio Parri, allora presidente del Consiglio del Comitato di Liberazione Nazionale “macelleri amessicana”. Sul suo petto risultavano appuntate anche la Croce al Merito di Guerra, la Medaglia commemorativa delle Campagne di Libia e la Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa orientale nel ruoli combattenti.

Sugli ultimi giorni della Repubblica Sociale sono stati scritti moltissimi libri, noi ci permettiamo di segnalarne uno, snello e che “si lascia leggere volentieri” intitolato Cattura e morte di un dittatore. Gli ultimi giorni di Mussolini e della Repubblica Sociale Italiana. Aprile 1945. Sotto riportiamo la recensione ufficiale del libro.

Cattura e morte di un dittatore. Gli ultimi giorni di Mussolini e della Repubblica Sociale Italiana. Aprile 1945

Chi ha ucciso Mussolini? Dopo più di settant’anni e un numero impressionante di versioni non c’è ancora una verità univoca. Rino Moretti, come in un’indagine giudiziaria, ricostruisce i fatti attraverso le versioni dei testimoni e i documenti ufficiali. Mette in luce tutte le zone oscure della cattura e della fucilazione di Mussolini, delle lotte che si consumarono tra le fila dei partigiani sul destino del Duce e del suo tesoro, l’oro di Dongo. La morte del dittatore fu seguita da un’altra scia di sangue: testimoni come i partigiani “Gianna” e “Neri” vennero fatti sparire per accreditare una versione di comodo dei fatti. Un saggio storico che cerca di chiarire con imparzialità uno dei più cruciali e controversi periodi della storia d’Italia.

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