2^ G.M. Regia Marina

16 aprile 1941, la battaglia del convoglio Tarigo

La battaglia del Convoglio Tarigo combattuta il 16 aprile 1941 è da inquadrare nella sanguinosa ed estenuante battaglia combattuta nel Mar Mediterraneo denominata “battaglia dei convogli” che vedeva i britannici impegnati a rifornire l’isola assediata di Malta e gli italiani a rifornire le truppe italo-tedesche impegnate sul fronte dell’Africa settentrionale. Per entrambi i contendenti l’arrivo dei rifornimenti era una questione di fondamentale importanza.

La battaglia prese nome dall’unità italiana caposcorta, il cacciatorpediniere della Classe Navigatori, Luca Tarigo comandato dal capitano di fregata Pietro de Cristofaro e si svolse presso le isole di Kerkennah, in prossimità della costa tunisina prospiciente Sfax e vide coinvolte tre cacciatorpediniere della Regia Marina,  e quattro della Royal Navy. Nello specifico oltre al Tarigo da parte italiana risultarono impiegate due cacciatorpediniere classe Folgore, il Baleno (capitano di corvetta Giuseppe Arnaud) e il Lampo (capitano di corvetta Enrico Marano), mentre da parte britannica quattro cacciatorpediniere della 14ª squadriglia (HMS Jervis – caposquadriglia, HMS Janus, HMS Nubian e HMS Mohawk).

La sera del 13 aprile 1941 un convoglio formato da quattro trasporti truppe tedeschi (Adana, Arta, Aegina e Iserlhon) e il mercantile italiano Sabaudia carico di munizioni salpò da Napoli diretto a Tripoli. Supermarina, il Comando Supremo della Regia Marina aveva ricevuto rapporti sul rafforzamento della presenza navale inglese a Malta e aveva pianificato il viaggio e il supporto dell’aviazione in modo da superare il passaggio alla distanza minima dall’isola in orario diurno, quindi in condizioni più favorevoli per difendersi da eventuali attacchi dal mare o dall’aria. La tremenda sconfitta subita dalla Regia Marina a Capo Matapan poche settimane prima, aveva dimostrato che gli inglesi sapevano combattere bene con il favore delle tenebre.

La prima parte della navigazione fu regolare e tranquilla ma, superate le Isole Egadi, il maltempo imperversò sul convoglio rendendone difficile il procedere in formazione, disperdendolo e ritardando quindi il procedere verso la destinazione. Inoltre la ricognizione aerea non ebbe modo di operare, al contrario di quella inglese che invece la mattina del 15 aprile avvistò il convoglio italiano e lo segnalò a Malta. Supermarina, intercettata la comunicazione inglese, richiese nuovamente l’intervento della nostra aviazione, la quale però continuò a essere bloccata dal maltempo.

Il convoglio Tarigo giunse quindi nella zona pericolosa verso la mezzanotte del 15 aprile. Privi della ricognizione aerea, gli italiani non si accorsero che da Malta erano intanto usciti i quattro cacciatorpediniere della 14ª squadriglia sotto il comando del capitano di corvetta Philip Mack. I caccia britannici, indirizzati dalla propria ricognizione aerea e con l’ausilio del radar non ebbero difficoltà ad intercettare il lento convoglio italiano e a manovrare con calma per mettersi nelle condizioni più favorevoli per l’attacco.

Alle ore 02:20 del 16 aprile la squadriglia inglese aprì il fuoco contro l’ignaro convoglio dalla distanza di soli 2000 metri, nella zona delle secche di Kerkennah davanti a Sfax. Il Lampo e Baleno furono colpiti per primi e, messi subito fuori combattimento mentre  Il Sabaudia, colpito poco dopo esplose inabissandosi e poco dopo vennero colpiti e affondati anche gli altri mercantili. Solo l’Arta rimase quasi indenne e anzi tentò di speronare senza riuscirvi un caccia britannico, per poi andare ad arenarsi sulle secche (verrà poi affondato dal sommergibile Upholder il 26 aprile).

Nello specifico il Baleno, che procedeva di lato al convoglio, fu cannoneggiato senza aver il tempo di reagire: il primo proiettile esplose in plancia falciando gli ufficiali ferendo a morte il comandante Arnaud, altri due perforarono lo scafo e centrarono la sala macchine. In fiamme, immobilizzato e con l’armamento fuori uso, con quasi tutto l’equipaggio morto o ferito, il Baleno andò ad incagliarsi sulle secche di Kerkennah. I sopravvissuti furono solo 37, tra tutti gli ufficiali della nave vi fu un solo superstite, benché gravemente ferito, il direttore di macchina capitano del Genio Navale Edoardo Repetto di Borgonovo.

Il Lampo, che procedeva di lato al convoglio, fu come il Baleno inquadrato dalle unità britanniche nella prima fase dello scontro. Fece in tempo a sparare solo tre salve ed a lanciare infruttuosamente alcuni siluri, poi fu più volte centrato con effetti devastanti Divorato dalle fiamme, il Lampo andò ad incagliarsi, verso le cinque, a 6,5 miglia per 228° dalla boa n. 3 delle secche di Kerkennah; i depositi munizioni furono allagati per evitarne l’esplosione e la nave, posatasi sul fondale fu abbandonata dai superstiti. Si salvarono 64 uomini su un equipaggio che ne contava 205.

L’8 agosto ebbero inizio i lavori per recuperare il Lampo e tre giorni dopo la nave poté essere disincagliata e rimorchiata a Palermo dalla nave recuperi Artiglio II. Trainata poi a Napoli e successivamente a La Spezia, entro’ in bacino a Genova e sottoposta a lavori di riparazione che si protrassero fino maggio del 1942. Nel settembre dello stesso anno l’unità rientrò in servizio ed effettuò numerose missioni di scorta fino al 30 aprile 1943, quando il Lampo venne affondata a seguito di un doppio attacco aereo, inabissandosi alle 19.12 a 6 miglia per 280° da Ras Mustafà sulla costa tunisina. Scomparvero in mare 60 uomini dei 213 che componevano l’equipaggio della nave.

Tornando all’analisi della battaglia del convoglio Tarigo, l’unità caposcorta essendo in testa alla formazione, fu attaccato tra gli ultimi ma immediatamente reagì lanciandosi all’attacco delle unità nemiche. Bersagliato da breve distanza dalle bordate inglesi, fu presto ridotto ad un relitto in preda alle fiamme e agli scoppi con buona parte dell’equipaggio morto o gravemente ferito. Nonostante le gravi ferite il Comandante De Cristofaro continuò fino alla fine a dirigere le operazioni di combattimento e di governo della nave, mentre alcuni siluristi, per quanto feriti, riuscirono ad armare con mezzi di fortuna l’unico complesso lanciasiluri rimasto e a lanciare.

Dei tre siluri lanciati dal sottotenente di vascello Ettore Besagno, due colpirono il cacciatorpediniere britannico sulla fiancata di poppa, mettendo fuori uso due caldaie, aprendo vasti squarci nello scafo ed uccidendo 41 membri dell’equipaggio. La nave iniziò quasi subito ad affondare, piegandosi sul fianco; i 168 superstiti (tra cui il comandante John William Musgrave Eaton) vennero raccolti dalla Nubian, mentre la Janus affrettò l’affondamento del relitto cannoneggiandolo con i suoi pezzi da 4,7 pollici. Il relitto si inabissò definitivamente poco prima delle 3:00.

Le altre unità britanniche si allontanarono rapidamente dal luogo dello scontro, mentre Marilibia (il comando marittimo italiano in Libia) organizzò immediatamente una massiccia operazione di soccorso che vide impegnati i cacciatorpediniere Malocello, da Noli, Vivaldi e Dardo, le torpediniere Centauro, Clio, Partenope, Perseo e Sirtori, la nave soccorso-aerei Orlando, la nave ospedale Arno e i piroscafi Antonietta Lauro e Capacitas. Furono recuperati 1271 naufraghi dei circa 3000 uomini imbarcati.

Il Comandante De Cristofaro affondò insieme alla nave e il 20 novembre dello stesso anno fu insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione:

Ufficiale superiore di altissimo valore, comandante di silurante in servizio di scorta a un importante convoglio in acque insidiate dal nemico, prendeva tutte le disposizioni atte a garantire la sicurezza del convoglio affidatogli. Assaliti la scorta ed il convoglio improvvisamente da soverchianti forze navali nemiche la notte sul 16 aprile 1941, con serena e consapevole audacia conduceva immediatamente all’attacco la nave al suo comando. Crivellata l’unità di colpi nemici, colpito egli stesso da una granata che gli asportava una gamba, rifiutava di essere trasportato in luogo più ridossato e solo concedeva che gli venisse legato il troncone dell’arto, non per vivere, ma per continuare a combattere. Così egli rimaneva fino all’ultimo, fermo al suo posto di dovere e di onore e nella notte buia, illuminata a tratti dalle vampe delle granate e dagli incendi, i suoi occhi che si spegnevano avevano ancora la visione di una unità nemica, che sprofondava nel mare, colpita dall’offesa della sua nave. E con questa egli volle inabissarsi, mentre i superstiti riuniti a poppa lanciavano il loro grido purissimo di fede. Esempio sublime di indomito spirito guerriero, di coraggio eroico, di virtù di capo, di dedizione alla Patria oltre ogni ostacolo e oltre la vita.

Mediterraneo Centrale, 16 aprile 1941.

Al Comandante De Cristofaro già decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare e di Croce di Guerra al Valor Militare, negli anni successivi, la Marina Militare ha intitolato la corvetta capoclasse della Classe Pietro De Cristofaro. Per l’episodio dell’affondamento del Luca Tarigo verrà conferita anche una seconda Medaglia d’Oro al Valor Militare al Capitano del Genio Navale Luca Balsofiore. L’ufficiale benché gravemente ferito ed accecato da un colpo al viso volle essere accompagnato in plancia comando accanto al suo Comandante, e con lui scomparì tra i flutti nell’affondamento dell’unità.

«Direttore di Macchina di silurante in servizio di scorta ad importante convoglio, durante improvviso durissimo combattimento notturno contro forze nemiche soverchianti, disimpegnava i propri incarichi con perizia, serena noncuranza del pericolo e fredda determinazione. Colpita irrimediabilmente l’unità, ferito a morte egli stesso, non pago di dare alla Patria anche la vita, volle compiere ancora un atto di sublime attaccamento al dovere, quello che doveva suggellare la sua eroica esistenza di prode Ufficiale. Incapace di muoversi per le gravi ferite, accecato da un colpo al viso, con forza d’animo sovrumana, vincendo atroci sofferenze, si faceva accompagnare sulla plancia per riferire di persona al Comandante sulle condizioni dell’apparato motore ormai sconvolto dall’offesa avversaria e per morire al fianco del suo superiore. Scompariva quindi in mare con la Nave, lasciando mirabile esempio di stoico coraggio, di sublime abnegazione, di spirito combattivo e di assoluta dedizione al dovere, spinta oltre ogni limite.»
— Mediterraneo Centrale, 16 aprile 1941.
— Decreto del Presidente della Repubblica 11 aprile 1951

Prima di chiudere il post ricordiamo che nei mesi successivi si procedette al recupero del Lampo e tre spedizioni subacquee vennero effettuate dai palombari italiani sul relitto del Mohawk consentendo di recuperare importanti documenti militari. Grazie per aver letto il nostro post e con la speranza che lo abbiate apprezzato e vogliate continuare a seguirci, Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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