Accadde oggi

9 FEBBRAIO … Accadde oggi

Inaugurato il 10 agosto 2019 il nuovo post giornaliero “Accadde oggi” è dedicato ai fatti d’arme, alle date di nascita e di morte di personaggi importanti riguardanti il nostro blog, alle date di attribuzione delle Medaglie d’Oro e alle date principali e fondamentali dei due conflitti mondiali, buona lettura a tutti.

  • 1919 Muore a Roma Augusto Elia. Nato ad Ancona il 4 settembre 1829 come il padre si associò giovanissimo alla Carboneria, poi alla Giovine Italia e alla Massoneria. Dopo aver combattuto contro le truppe austriache nell’assedio di Ancona nel 1849, partecipò alla guerra di Crimea del 1853–1856 e nel maggio 1859 raggiunse Garibaldi a Como.

    La sua grande ammirazione per l’Eroe dei due mondi fu subito ricambiata anche grazie all’amicizia che lo aveva legato al padre. Da allora Augusto rimase sempre nella cerchia di Garibaldi, divenendo uno degli uomini a lui più vicini e devoti.

    Entrato a far parte dei Cacciatori delle Alpi come ufficiale, combatté a Tre Ponti (presso Brescia), riportando anche una ferita alla testa. Per le buone prove fornite e le origini anconetane, Augusto si vide affidare l’incarico di far pervenire un carico di armi ai patrioti marchigiani, primo passo per un moto insurrezionale riuscendo a portare a compimento la missione.

    Nel corso della spedizione dei Mille del 1860 le sue doti di capitano di marina furono sfruttate nel corso della traversata da Quarto a Marsala: fu vice-comandante della nave Lombardo, agli ordini di Nino Bixio. Il 15 maggio rimase gravemente ferito al volto e alla bocca frapponendo il suo corpo ad una pallottola destinata al figlio di Garibaldi, Menotti, salvandogli la vita.

    In conseguenza della ferita riportata, trascorse molti mesi tra la vita e la morte e dovette sottoporsi a difficili e dolorose cure a Bologna  e nel 1863 tornò con impeto al fianco di Garibaldi in altre pericolose spedizioni. Tornò a combattere nella terza guerra d’indipendenza nel 1866, assumendo il comando di una flottiglia sul Garda: la sua condotta in quella circostanza gli valse la promozione a colonnello.

    Nel 1867 partecipò alla campagna garibaldina dell’Agro romano, al comando della 6ª colonna; partecipò anche alla battaglia di Mentana nel tentativo di strappare Roma al governo papalino e fece poi la ritirata insieme a Garibaldi.

    Colonnello a riposo, tornato ad Ancona fu uno dei principali esponenti del partito d’azione nelle Marche. Alle elezioni del 1876 per la Camera dei deputati si presentò con un programma che accettava le istituzioni monarchiche e venne eletto. Parlamento si schierò con Agostino Depretis, e poi col suo successore Francesco Crispi, anch’egli ex-garibaldino. Fu poi sempre rieletto fino alla XIX legislatura, restando parlamentare fino al 1897.

    La caduta di Crispi e l’avanzare degli anni lo indussero nel 1897 a ritirarsi a vita privata. Da allora l’ormai anziano colonnello si dedicò alla stesura delle proprie memorie, incentrate sul suo passato garibaldino. Fu Antonio Salandra a richiamarlo alla vita politica, nominandolo sottosegretario alla guerra in due suoi governi, dall’ottobre 1914 al luglio 1915, quando fu sostituito dal generale Alfredo Dallolio.

    Si spense a Roma il 9 febbraio 1919

  • 1941 Bombardamento di Pisa, Livorno e Genova. Velivoli decollati dalla portaerei britannica Ark Royal bombardano Pisa e Livorno mentre tra le 8,15 e le 8,45 la Royal Navy con le corazzate inglesi Renown e Malaya e l’incrociatore Sheffield rovescia su Genova 1.500 proiettili di grosso e medio calibro. Praticamente nulla la nostra reazione.

  • 1941 Truppe inglesi raggiungono el-Agheila al confine tra Cirenaica e Tripolitania.

  • 1944 Con la seguente formula:

    ”Giuro di servire e difendere la Repubblica Sociale Italiana nelle sue istituzioni e nelle sue leggi, nel suo onore e nel suo territorio, in pace e in guerra, fino al sacrificio supremo. Lo giuro dinanzi a Dio e ai Caduti per la unità, l’indipendenza e l’avvenire della Patria”

    Avviene il giuramento del neocostituito Esercito Nazionale Repubblicano.

  • 1944 Strage nazista di Villa Cadènel reggiano. A seguito di un attentato a un convoglio tedesco in cui rimasero uccisi tre militari germanici, le truppe tedesche fucilano ventuno persone.

  • 1945 A Piacenza viene fucilato dalla Guardia Nazionale Repubblicana il presbitero Giuseppe Borea. Nato nella stessa città il 4 luglio 1910 fu una figura rilevante della Resistenza nella zona delle montagne della Val d’Arda in provincia di Piacenza. La sua opera sacerdotale e di sostegno sia alla popolazione che ai gruppi partigiani che operavano nella zona provocò la ritorsione da parte dei reparti della GNR. Arrestato il 27 gennaio, venne sottoposto a un sommario processo e il 7 febbraio venne condannato a morte. Venne fucilato la mattina del 9 febbraio presso il Cimitero di Piacenza.

  • 1970 Muore a Roma il generale d’armata Italo Gariboldi. Nato a Lodi il 20 aprile 1879, a dodici anni iniziò a frequentare il Collegio militare di Milano, passando quattro anni dopo a quello di Roma. Arruolatosi nel Regio Esercito dall’ottobre 1896, nell’ottobre 1909 fu ammesso alla Scuola di Guerra di Torino e dopo la promozione a capitano parti per un breve periodo operativo in Libia. Ritornato in Italia entrò in servizio nello Stato maggiore del VI Corpo d’armata.

    Divenuto maggiore, all’atto dell’entrata in guerra dell’Italia, avvenuta il 24 maggio 1915, era in servizio presso lo Stato maggiore della 4ª armata del tenente generale Luigi Nava. Promosso due volte per meriti di guerra, il 6 gennaio 1918 divenne colonnello assegnato come Capo Ufficio Operazioni all’armata del Grappa.

    Al termine del conflitto risultava decorato con una Medaglia d’argento al valore militare e con la Croce di Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia. Assegnato al Comando del Corpo d’armata di Bologna, nel 1919 assunse l’incarico di Capo di stato maggiore della 77ª Divisione di stanza a Volosca di Fiume, prendendo parte alle operazioni di contrasto all’occupazione di Fiume da parte di Gabriele D’Annunzio.

    Dal 1920 al 1923 fu presidente della Delegazione italiana per la delimitazione dei confini con la Jugoslavia. Nel dicembre 1923 assunse il comando del 26º Reggimento fanteria, dopo aver insegnato presso la Scuola di guerra, venne promosso generale di brigata il 15 settembre 1931. Il 1º gennaio 1935 fu promosso generale di divisione e divenne membro del Consiglio dell’Esercito, prese parte alla guerra d’Etiopia nel 1936, assumendo il comando della Divisione fanteria “Sabauda I”.

    Partecipò alla battaglia dell’Amba Aradam, alla prima dell’Endertà e a quella del Tembien, entrando il 5 maggio in Addis Abeba alla testa del propri soldati. Dopo la fine della guerra assunse l’incarico di Capo di stato maggiore del governatore generale dell’Africa Orientale Italiana, poi Viceré, Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.

    Rimase leggermente ferito durante attentato al Viceré Graziani avvenuto il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, non venne interpellato dal federale Guido Cortese quando si scatenò la successiva, feroce, repressione contro la popolazione della Capitale.  Il 1º luglio dello stesso anno fu promosso generale di corpo d’armata per meriti eccezionali. Rientrato in Italia nel febbraio 1938, divenne Commendatore dell’Ordine militare di Savoia e Grande ufficiale dell’Ordine coloniale della Stella d’Italia, assumendo nel marzo 1939 il comando del V Corpo d’armata di Trieste.

    Subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia, l’11 giugno 1940 assunse il comando della 5ª Armata dislocata sul confine con la Tunisia. Dopo la morte del Governatore della Libia Italo Balbo, e l’arrivo di Graziani come sostituto, prese parte all’avanzata della 10ª Armata su Sidi El-Barrani, sostituendo poi il generale Mario Berti alla testa della stessa il 15 dicembre. Dopo l’inizio del contrattacco inglese che portò all’annientamento dell’armata italiana, l’11 febbraio 1941 fu nominato Comandante superiore in A.S.I. in sostituzione di Graziani.

    Il 24 marzo divenne Governatore della Libia, ma il 19 luglio lasciò l’incarico di comandante supremo in Africa settentrionale, dopo i feroci contrasti con il generale tedesco Rommel comandante del Deutsches Afrika Korps. Il 20 luglio, su decisione presa dal Capo di stato maggiore del Regio Esercito, generale Mario Roatta, dovette lasciare l’incarico di Governatore al generale Ettore Bastico, rientrando in Italia a disposizione del Comando Supremo.

    Nella primavera del 1942 fu chiamato a comandare l’8ª Armata italiana o “ARMIR” in Russia, nella quale confluiì il già presente Corpo di spedizione italiano, comandato dal generale Giovanni Messe. Si trattava di un imponente complesso militare forte di tre Corpi d’armata, per un totale di dieci divisioni (tre alpine), con 229.000 uomini, 17.800 automezzi, 25.000 quadrupedi, 941 pezzi d’artiglieria, appoggiati inizialmente da un contingente aereo, al comando del generale Enrico Pezzi, con 41 aerei da caccia e 23 da ricognizione.

    Lo schieramento operativo fu completato entro il 9 luglio, e l’ARMIR fu posizionato difensivamente sulla linea del Don (comprese le divisioni alpine originariamente destinate all’impiego nel Caucaso), su un fronte di 270 km tra la 2ª Armata ungherese del generale Gusztáv Jány e la 3ª Armata rumena del generale Petre Dumitrescu.

    Promosso generale d’armata il 29 ottobre dello stesso anno, il 19 novembre l’Armata Rossa lanciò due massicci attacchi contro la 3ª Armata rumena, che travolsero le sue posizioni  A partire dal 16 dicembre 1942 (Operazione Piccolo Saturno) quattro armate sovietiche forti di 270.000 uomini, appoggiati da 1.170 carri armati, attaccarono le posizioni italiane venendo dapprima respinte, ma il giorno successivo avvenne la rottura del fronte.

    Dopo sette giorni di combattimenti il comando tedesco respinse la richiesta del comando italiano di autorizzare un ripiegamento difensivo, e il 13 gennaio l’offensiva sovietica travolse le posizioni della 2ª Armata ungherese, investendo il giorno successivo il XXV Corpo d’armata tedesco. Il 15 cadde Rossoch, sede del comando del Corpo d’armata alpino, e poco dopo iniziò la tragica ritirata degli alpini del generale Nasci. A costo di perdite umane e in materiali altissime gli alpini della la divisione Tridentina, riuscirono a rompere l’accerchiamento sovietico nella celebre battaglia di Nikolaewka del 26 gennaio 1943.

    Alla fine di gennaio 1943 ciò che restava dei 229.000 soldati dell’armata vennero ritirati dal fronte russo per essere quindi richiamati in Italia. Gariboldi mostrò anche in questa occasione modeste qualità di comando, decretando l’inutile sacrificio delle divisioni alpine, anche se la situazione generale del fronte probabilmente non avrebbe permesso di evitare la catastrofe.

    Il 1º aprile 1943 fu ugualmente insignito da Adolf Hitler della Croce di Cavaliere della Croce di Ferro. Rimasto al comando dell’8ª Armata, dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre non si arrese ai tedeschi che il 15 dello stesso mese, lo arrestarono presso il suo Quartier generale di Padova. Rifiutando ogni tipo di collaborazione fu deportato in Germania, da dove ritornò per essere consegnato alle autorità della Repubblica Sociale Italiana. Sottoposto a processo a Verona nel gennaio 1944, venne condannato a 10 anni di prigione, riuscendo ad evadere poco prima della fine della guerra.

    Ritiratosi a vita privata morì a Roma il 9 febbraio 1970. La salma fu successivamente sepolta nel cimitero di Lodi, nella tomba di famiglia. Durissimo fu il commento sul suo operato da parte del Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia, e altrettanto sfavorevole quello del generale Francesco Saverio Grazioli. Di lui ebbe a scrivere lo storico Giovanni Cecini:

    «Tra i generali italiani della seconda guerra mondiale Gariboldi è probabilmente il più irriso. Prodotto di una prolifica carriera tra gli incagli dello Stato maggiore, arrivò al suo primo vero comando all’età di quarantaquattro anni come titolare di reggimento. (…) Chiuse quindi in chiaroscuro la sua grigia carriera: prima in Russia al vertice di un’impresa difficile e sopra le sue possibilità, poi in prigionia in Germania. Rappresenta insomma l’archetipo del modesto, ma fortunato gregario, che d’un tratto si trovò signore di una guerra per la quale erano necessarie ben altre qualità»

  • 1994 Viene decorato al valor militare alla memoria, con decreto del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il partigiano Mirko Andreoli uno dei ventuno martiri uccisi esattamente cinquant’anni prima nell’eccidio di Villa Cadè nel reggiano, con la seguente motivazione:

    «Appena ventenne, sospinto da acceso spirito di rivolta contro l’oppressore, entrava tra i primi nelle formazioni partigiane parmensi, subito emergendo per capacità organizzativa ed eccezionale coraggio. Comandante di uno dei più agguerriti distaccamenti della 47’ Brigata Garibaldi, trascinava i suoi uomini in molteplici combattimenti. Catturato in una imboscata e tradotto a Ciano d’Enza, centro di martirio per molti partigiani, veniva riconosciuto dal nemico e sottoposto a indicibili torture. Pur martoriato, manteneva un fiero e sprezzante contegno verso i suoi aguzzini che, furenti del suo nobile silenzio, lo assassinavano e abbandonavano il corpo nel mezzo della via Emilia. Luminoso esempio di virtù militari e civili, è ricordato come un faro della resistenza parmense per le future generazioni.»
    — Villa Cadé, 9 febbraio 1945

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