2^ G.M. La Repubblica Sociale Italiana

19 gennaio 1945, ha inizio la battaglia della Selva di Tarnova

Alla fine del 1944 il comando tedesco delle SS e il comandante della Polizia dell’OZAK,  la zona (Operationszone Adriatisches Küstenland – Zona d’operazioni del Litorale adriatico) Odilo Globočnik, fedelissimo del gaulatier Hofer, di fronte al rafforzarsi del IX Korpus partigiano iugoslavo a est e a nord di Gorizia,  intraprese un’operazione offensiva, nome in codice Adler Aktion (operazione Aquila), con lo scopo di annientarlo.

L’operazione oltre naturalmente ai reparti tedeschi, vedeva la partecipazione di reparti jugoslavi collaborazionisti, principalmente Cetnici e Domobranci, ma un ruolo di primo piano fu assegnato alla Divisione “Decima”, le forze di terra della Xª MAS, appena spostata sul fronte orientale italiano.

I suddetti reparti erano reduci dal vittorioso ciclo di operazioni che aveva portato al rapido annientamento delle forze partigiane di presidio alla Repubblica libera della Carnia che si era svolta dall’8 al 15 dicembre del 1944.

All’operazione parteciparono i battaglioni Decima “Sagittario”, “Barbarigo”, “Lupo”, aliquote dei battaglioni “Nuotatori Paracadutisti”, guastatori “Valanga”, genio “Freccia”, ed i gruppi d’artiglieria “San Giorgio” ed “Alberico da Giussano”. L’operazione Adler si concluse il 21 dicembre 1944 con scarsi risultati, poiché le truppe partigiane riuscirono a sganciarsi in massima parte, subendo perdite non gravi.

Sgomberate le forze partigiane, il comando tedesco decise di costituire sul territori numerosi presidi sul Carso e sull’ Altopiano della Bainsizza, per controllare le vie d’accesso a Gorizia, piccoli presidi che sarebbero stati esposti ad attacchi delle forze partigiane operanti nella zona, sia italiane che slave. Nei suddetti presidi vennero schierate aliquote dei battaglioni della Decima che avevano preso parte alle operazioni appena descritte.

Il comando SS e Polizia dell’OZAK – responsabile dell’operazione – decise di disporre le forze italiane in una serie di presidi sul Carso e l’Altopiano della Bainsizza, per controllare le vie d’accesso a Gorizia, La prima avvisaglia del pericolo a cui erano esposti i piccoli presidi della Decima, nello svolgimento del nuovo compito appena affidatogli si ebbero quando il presidio tenuto dal battaglione “Sagittario” a Chiapovano, salvato dall’intervento del battaglione “NP” i nuotatori paracadutisti.

Fra i presidi predisposti dalla Decima vi era quello di Tarnova, il cui abitato pressoché spopolato, si trovava in posizione strategica nella Selva, poiché dominava la strada statale 307 Gorizia-Aidussina, che era una delle dirette arterie di traffico verso il capoluogo carsico. Come primo reparto a protezione dello stesso venne destinato in un primo tempo il battaglione “Sagittario”, sostituito dopo pochi giorni da aliiquote del “Valanga” e una batteria del “San Giorgio”, alle quali s’aggiunse per breve periodo il “Barbarigo”.

Già in quei giorni iniziali, tutti gli indizi, indicavano chiaramente che le forze partigiane stavano predisponendo attacchi contro i piccoli presidi. Il 9 gennaio anche i reparti del “Valanga” vennero avvicendati dal battaglione “Fulmine” che prese posizione nell’abitato a presidio dell’abitato di Tarnova, con una forza di 214 uomini, su tre compagnie, delle quali la 3ª “Volontari di Francia”, distaccata dal battaglione “Primo Longobardo” e formata da figli di italiani residenti in Francia e reclutati presso la base di Betasom.

Agli “sporchi macaroni” i volontari di Francia abbiamo dedicato un post che vi invitiamo a rileggere cliccando sul link sottostante:

I “volontati di Francia. La guerra degli “sporchi macaroni” inquadrati nella Divisione Decima

L’abitato di Tarnova della Selva fu fortificato dai fanti di marina con la realizzazione di alcuni fortini con muretti a secco, tetti di lamiera, buche e filo spinato. Una cerchia più interna di difesa prevedeva alcune abitazioni civili riadattate alla bisogna in maniera non dissimile. Alcune mine antiuomo furono utilizzate per realizzare radi campi minati.

Il “Fulmine” equipaggiato con 17 fucili mitragliatori Breda 30, 4 mitragliatrici Breda 37, una mitragliera da 20 mm Oerlikon, 2 lanciabombe Brixia da 45 e 4 mortai Breda da 81 mm, venne così disposto: la 1ª compagnia difendeva il settore nord dell’abitato, la 2ª quello sud, e la 3ª “Volontari di Francia” quello occidentale. Il comando della guarnigione era affidato al tenente di vascello Elio Bini, in assenza del comandante Orru, ferito.

Nel suo libro “Sotto tre bandiere”, il Generale Farotti al momento dei fatti giovane tenente comandante della Compagnia Mitraglieri del Btg. Barbarigo nel 1944, e nel 1945, così parlava del sistema difensivo predisposto intorno a Tarnova:

«A presidiare Tarnova restò il più debole dei nostri reparti, il battaglione “Fulmine”, con gli organici ridotti ad un paio di striminzite compagnie fucilieri, con pochissime armi automatiche di reparto e senza mortai da 81. Non so da chi sia stato commesso questo grave errore di valutazione, certo è che fu pagato poi duramente, proprio dall’incolpevole “Fulmine”. Se il dispositivo iniziale fosse rimasto in posto ancora qualche giorno (due battaglioni ed una batteria da 75/13) l’attacco slavo avrebbe trovato ad accoglierlo forze adeguate e con un armamento tale da stroncarlo in sul nascere e soprattutto, mantenendo il possesso della rotabile, si sarebbe potuto far affluire rinforzi ed impedito l’accerchiamento e l’annientamento della guarnigione.»

Il IX Korpus jugoslavo decise di eliminare il presidio, posto in posizione strategica a dominare la piana goriziana e la valle del Vipacco, e pertanto pose due unità a chiudere gli accessi all’altopiano, con sbarramenti, dispiegamento di truppe e campi minati; l’unità incaricata dell’attacco era la 19ª brigata slovena di liberazione nazionale “Srečko Kosovel”, supportata da:

  • 30ª divisione jugoslava, su due brigate la 17ª SNOB (brigata slovena di liberazione nazionale) “Simon Gregorčič” e sulla 18ª SNOUB (brigata d’assalto slovena di liberazione nazionale) “Bazoviška”
  • Divisione Garibaldi “Natisone”, composta dalla 156ª brigata partigiana “Bruno Buozzi” e dalla 157ª brigata “Guido Picelli”, formate con personale italiano
  • 20ª brigata “Garibaldi Triestina”, formata con personale italiano
  • 31ª divisione jugoslava, composta dalla 3ª SNOUB “Ivan Gradnik”, dal 20º battaglione e dalla 7ª SNOUB “France Prešeren”.

Quest’ultimo reparto, aveva il compito di sbarrare la strada fra Gorizia e Tarnova attestandosi sui monti San Gabriele, San Daniele, Gargaro e Monte Santo, già teatro di aspre battaglie durante la Grande guerra e ricchi di trincee e ricoveri abbandonati. La 30ª divisione avrebbe chiuso la Valle del Vipacco con la brigata “Gregorčič” e occupato l’Altopiano della Bainsizza con la brigata “Bazoviška”.

La 19ª brigata ebbe in rinforzo una compagnia d’assalto e un’ulteriore dotazione d’armi d’accompagnamento, che portarono al parco armi altri quattro cannoni, due fucili anticarro, due mortai pesanti e tre lanciamine Partop (rectius partizanski top, cioè “cannone (top) partigiano”, arma autoprodotta delle formazioni partigiane iugoslave). Il giorno 17 gli sloveni riuscirono ad interrompere i rifornimenti da Gorizia.

Nel tardo pomeriggio del giorno successivo, la brigata “Kosovel” iniziò la manovra d’approccio a Tarnova  con una temperatura di dieci gradi sotto lo zero. Dalla sua base di Ottelza (oggi Otlica, frazione di Aidussina) ed attraverso Mala Strana, a notte fonda essa giunse attorno a Tarnova. Alla mezzanotte le operazioni di posizionamento del dispositivo erano completate. Verso le 05,40 iniziava con un fitto tiro di mortai, l’attaco degli jugoslavi alle posizioni presidiate dagli uomini del “Fulmine”

Nei giorni successivi analizzeremo le operazioni militari che si svolsero nei tre giorni successivi e si concluderanno il 21 gennaio. Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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