2^ G.M. Fronte greco/albanese

Fronte greco-albanese 1 gennaio 1941, medaglia d’Oro per il tenente dei Granatieri Giulio Venini

«Se la Patria mi chiederà il sacrificio più grande, quello della vita, credimi, lo faccio con la nostra dedizione più completa, con la coscienza con cui lo fece papà, e sono certo che da questa nostra fine saprai trovare una ragione di orgoglio e di forza per sopportare il sacrificio ben più grande che la Patria ha chiesto a te. Io sono tranquillo e fiducioso; la gloria degli alamari che porto, il sublime sacrificio di mio padre mi saranno di esempio e di sprone.»

Così scriveva in una lettera alla madre il Tenente del 3° reggimento dei Granatieri di Sardegna Giulio Venini, pochi mesi prima di morire il 1° gennaio 1941 sul fronte greco-albanese precisamente nella zona a sud di Tepeleni in territorio albanese.

Giulio Venini nasce a Milano nel 1915, cresce avendo costantemente di fronte l’esempio di valore ed eroismo del padre, decidendo così di seguirne le orme, perseguendo la carriera militare. Entrato nel Regio Esercito, ottiene i gradi di sottotenente e viene assegnato ai Granatieri di Sardegna. Nell’ottobre del 1940, nel frattempo promosso tenente, si trova in Albania, inquadrato nel 3º Reggimento dei Granatieri di Sardegna.

Il 28 ottobre 1940, poche eseigue truppe italiane invadono il paese ellenico. Nei primi giorni della Campagna di Grecia, le nostre truppe avanzano velocemente in territorio greco, nel volgere di poche settimane la situazione si ribalta. Dopo aver spostato truppe dalla frontiera bulgara i greci in netta superiorità numerica passano alla controffensiva e ricacciano le truppe italiane in territorio albanese.

A rischio è tutto lo schieramento italiano e lo stesso possesso italiano dell’Albania. Dalla madrepatria in fretta e furia arrivano rinforzi di ogni genere che vengono buttati senza logica nella fornace greca. Cadono i vertici militari, lo stesso Capo di Stato maggiore Generale il maresciallo Badoglio paga e viene sostituito da Cavallero che il 30 dicembre assume de facto anche il comando delle truppe operanti sul fronte greco-albanese.

Tornando alla vicenda del nostro capitano, il 3º Reggimento Granatieri di Sardegna alla metà del mese di dicembre si trova schierato sui monti del Kurvelesh, decimato dai violentissimi combattimenti sostenuti e dalle rigidissime condizioni climatiche. Nonostante ciò, gli Italiani riescono a resistere ai continui attacchi dei reparti greci, che si susseguono ininterrottamente fino agli ultimi giorni dell’anno.

Il 30 dicembre, la 9ª compagnia del 3º Reggimento, comandata dal tenente Venini, ormai ridotta a un pugno di uomini, viene sottoposta all’ennesimo assalto greco: nonostante il violento bombardamento d’artiglieria e la bufera di neve che infuria sul costone est del vallone di Lekdush, ove il reparto si trova schierato, i granatieri riescono a resistere.

Due giorni dopo, il 1º gennaio 1941, i Greci attaccano nuovamente il fronte tenuto da granatieri. La 9ª compagnia, ridotta a soli venti uomini, riesce però a mantenere le proprie posizioni, contrattaccando disperatamente. Il tenente Venini, ferito da una fucilata, rimane al suo posto, per incoraggiare i propri soldati, finché viene abbattuto da una raffica di mitragliatrice. Riesce però a risollevarsi, incitando ancora una volta i suoi uomini a resistere, ma una nuova fucilata lo uccide.

Alla sua memoria viene concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare che cosi recitava:

«Comandante di compagnia fucilieri, già distintosi per valore in precedenti azioni, durante un violentissimo attacco nemico, ridottosi il reparto a soli venti uomini, teneva testa valorosamente al preponderante avversario, battendosi coi suoi granatieri, al canto degli inni nazionali, animato dal più puro ed elevato sentimento del dovere, spinto scientemente fino al sacrificio. Con gagliarda ed eccezionale audacia si esponeva ove maggiore era il pericolo e dimostrava con la virtù dell’esempio, ai suoi uomini, la ferrea decisione di resistere e di vincere a qualsiasi costo. in un aspro contrassalto finale, che stroncava l’ultimo tentativo nemico, ferito rifiutava ogni soccorso e continuava a combattere. Nuovamente colpito da raffica di mitragliatrice, si abbatteva al suolo, ma trovava ancora l’energia, in un supremo sforzo, per risollevarsi, incitare i dipendenti e lanciare bombe a mano, fino a quando, colpito per la terza volta, mortalmente, segnava col suo sangue l’estremo limite oltre il quale l’avversario non doveva avanzare.»
— Costone Est di Lekdushaj, 1º gennaio 1941

Pochi mesi prima, in una lettera alla madre, aveva scritto:

«Se la Patria mi chiederà il sacrificio più grande, quello della vita, credimi, lo faccio con la nostra dedizione più completa, con la coscienza con cui lo fece papà, e sono certo che da questa nostra fine saprai trovare una ragione di orgoglio e di forza per sopportare il sacrificio ben più grande che la Patria ha chiesto a te. Io sono tranquillo e fiducioso; la gloria degli alamari che porto, il sublime sacrificio di mio padre mi saranno di esempio e di sprone.»

Capitano degli alpini Corrado Venini

Prima di chiudere il post ricordiamo che Giulio era figlio di Corrado, ufficiale di carriera capitano degli Alpini, valorosamente caduto nel maggio del 1916, durante le operazioni di contrasto alla Strafexpedition, la “spedizione punitiva” scatenata dalle truppe asburgiche in Trentino. Prima di morire, in una lettera indirizzata al figlio ancora in fasce, aveva scritto:

«Se io cado per la Patria, dovrai nella mia morte trovare una ragione in più per amare questa nostra Italia.»

Corrado Venini muore eroicamente in combattimento come il figlio e come il figlio verrà decorato con Regio Decreto 8 gennaio 1922 di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria che così recitava:

«Comandante di reparti alpini e di fanteria, in aspro ed efficacissimo combattimento, eccezionalmente arduo per speciali condizioni di terreno e per l’intenso bombardamento nemico, dirigeva l’azione con piena sicurezza di comando, esponendosi costantemente per infondere nelle sue truppe, con la parola e l’esempio, coraggio ed energia. Caduto mortalmente ferito, rifiutava di farsi trasportare al posto di medicazione e continuava per ben sette ore a dirigere l’azione e ad incitare i suoi uomini alla più strenua resistenza, offrendo fulgida prova di altissime virtù militari.

Cima Maggio (Posina), 18 giugno 1916.»

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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