2^ G.M. Crimini e stragi partigiane

Il raccapricciante linciaggio di Donato Carretta, Roma 18 settembre 1944

Tra i tanti massacri di civili avvenuti in Italia dopo l’8 settembre 1943 e proseguiti ben oltre la fine ufficiale del conflitto, uno dei più raccapriccianti fu il linciaggio di Donato Carretta, avvenuto a Roma il 18 settembre del 1944. Quel giorno  alle 9 del mattino doveva aprirsi il processo a carico di Pietro Caruso, ex questore della capitale, e di Roberto Occhetto, suo segretario, entrambi accusati di corresponsabilità in decine di omicidi e della compilazione, insieme all’Obersturmbannführer Herbert Kappler e del Ministro degli interni Guido Buffarini Guidi, della lista di persone destinate ad essere uccise nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Prima dell’apertura dell’aula del Tribunale di Roma, che a quell’epoca era all’interno del “Palazzaccio” oggi sede della Cassazione, una folla, tra cui molti parenti delle vittime, torturate o trucidate prima della liberazione di Roma, premeva sul cordone di forze dell’ordine a presidio dell’edificio. Il cordone non riuscì a contenere la massa di persone che si riversò all’interno al grido di “morte a Caruso” ma l’ex questore non era presente in aula, trovandosi, convalescente a causa delle ferite riportate a Viterbo nell’incidente con la sua automobile, avvenuto durante la sua cattura. L’ex questore si trovava infatti in una stanza secondaria del tribunale.

Donato Carretta era il direttore del carcere romano di Regina Coeli, dove aveva anche l’alloggio di servizio in cui viveva insieme alla moglie e ai figli, e nell’aula del tribunale si trovava in qualità di testimone a favore dell’accusa, quindi contro l’ex questore della città. Ad un certo punto una donna, madre di un detenuto comune ucciso dai tedeschi, cominciò ad accusare Carreta, scatenando la folla che si gettò su di lui. Il colonnello inglese John Pollock e il tenente statunitense Atkinson presenti in aula e i carabinieri non riuscirono a fermare  la massa che lo aggredì selvaggiamente.

I carabinieri riuscirono faticosamente a farlo salire e su un’auto ma questa venne circondata e Carretta fu afferrato e trascinato senza conoscenza sulle rotaie del tram, dove volevano farlo investire. Il conducente, tale Angelo Salvatore, fermò il tram, rifiutando di passare sopra il corpo. La folla, allora, iniziò a spingere il tram a braccia, ma Salvatore, che tra tra l’altro aveva mostrato alla folla impazzita la sua tessera del Partito Comunista per non essere linciato a sua volta, azionò i freni e si allontanò dal luogo con la manovella di frenata.

Gli ultimi istanti di vita di Donato Carretta

Gli ultimi istanti di vita di Donato Carretta

Ma ormai niente poteva più fermare la folla sempre più assetata di sangue:  Carretta fu gettato nel Tevere, nella speranza di farlo annegare, ma poiché annaspava ancora, due galantuomini con la barca lo raggiunsero, lo strapparono da uno steccato al quale si era aggrappato e lo finirono a colpi di remo. L’orrore proseguì: il cadavere di Carretta venne appeso a testa in giù a un’inferriata di Regina Coeli, dove abitavano anche la figlia e la moglie, salvata anche lei a stento dal linciaggio.

Seguì un processo nel 1946, ma i cinque imputati, non tutti condannati, ebbero pene molto lievi e dopo usufruirono della famosa amnistia Togliatti. Carretta in realtà non era fascista, aveva persino un attestato fornitogli da Nenni in cui si certificava che aveva scarcerato numerosi detenuti politici per impedire rappresaglie da parte dei tedeschi. Secondo altre testimonianze, Carretta avrebbe anche aiutato, nel gennaio 1944, Saragat e Pertini a fuggire dal carcere di Civitavecchia, dove allora Carretta lavorava.

A conferma del fatto che Carretta fosse diventato antifascista, c’è il fatto che era testimone a carico di Caruso. Ma tutto ciò non servì a contenere il furore della folla urlante, che esplose nel momento in cui si seppe che l’udienza era rinviata, e cercò un capro espiatorio qualsiasi; toccò al povero Carretta. La sua drammatica vicenda è stata raccontata da Gabriele Ranzato, nel suo libro Il linciaggio di Carretta. Roma 1944 – Violenza politica e ordinaria violenza. Il giornalista Pierangelo Maurizio sul linciaggio di Carretta ha scritto un libro, Roma ’44, i signori del terrore, in cui esamina la sequenza di omissioni, sviste, depistaggi, verità negate da quegli anni in poi.

Il giudice Zara Algardi testimone oculare di quello scempio in un libro ha scritto “fra tutti coloro che sono stati presenti alla tragedia svoltasi di fronte al palazzo di giustizia della città eterna, il solo uomo degno di questo nome si chiama Angelo Salvatore, romano”. Durissime le parole di Benedetto Croce che parlando del fattaccio disse

“macchine senza luce intellettuale e senza palpiti di cuore”. Non una parola di condanna giunse dal segretario del PCI Togliatti , anzi… .

Quello che è certo è che come e perché Carretta fu linciato non lo ha ancora capito nessuno, così come è certa la condanna al silenzio da parte dei familiari.Su questo ennesimo crimine commesso in nome dell’antifascismo calarono poi per sempre il silenzio e l’oblìo. Anche se per anni il sistema mediatico riconducibile al Partito comunista condusse un’opera di demonizzazione contro la memoria di Carretta, dipingendolo come fascista torturatore e altri vieti cliché antifascisti.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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