2^ G.M. I tedeschi in Italia

«Bellomo rappresentava una minaccia per il re e Badoglio, perché rivelava al mondo lo squallore del loro tradimento»

Così nel 1996, vent’anni dopo i fatti che andiamo a narrare nel post odierno,  scrisse Peter Tompkins, ex componente dell’Office of Strategic Service, l’OSS servizio segreto statunitense operante nel periodo della seconda guerra mondiale e precursore dell’attuale CIA,

 «… essendo l’unico generale italiano che di propria iniziativa combatté i tedeschi e mantenne la città di Bari fino all’arrivo degli Alleati […] Bellomo, rappresentava una minaccia per il re e per Badoglio, perché rivelava al mondo lo squallore del loro tradimento»

Chi era il generale Nicola Bellomo che dopo essersi rifiutato orgogliosamente di sottoscrivere la domanda di grazia morì fucilato l’11 settembre 1945 nel carcere di Nisida sull’omonimo isolotto e soprattutto perché fini davanti ad un plotone d’esecuzione britannico, quale tremendo crimine aveva commesso? Ripercorriamo la vita del valoroso ufficiale del Regio Esercito nato a Bari il 2 febbraio 1881.

Ufficiale in servizio permanente effettivo proveniente dall’Accademia militare, Bellomo guadagna la sua prima medaglia d’argento nel 1915, sul Podgora, quando, capitano di artiglieria in servizio di stato maggiore, assume di propria iniziativa il comando di un gruppo di arditi incaricati di far saltare, con tubi di gelatina, i reticolati austriaci. La stessa determinazione e lo stesso ardimento Bellomo li rivelerà ventotto anni dopo, all’indomani dell’8 settembre 1943.

In quel tragico 9 settembre, ormai generale di divisione, si pone di propria iniziativa alla testa di un pugno di soldati ed impedisce che i tedeschi facciano saltare le installazioni del porto di Bari. In quella città, peraltro, Bellomo non aveva incarichi operativi: era ispettore dei campi di concentramento e comandante dell’ex Milizia Volontaria di Sicurezza Zazionale, che attendeva ormai di fatto solo di essere definitivamente disciolta dopo i fatti del 25 luglio e la caduta del fascismo.

Per l’azione condotta nel porto di Bari, Bellomo sarà nominato, l’11 settembre 1943, comandante della piazza del capoluogo pugliese, con pieni poteri militari e civili, e guadagnerà la sua seconda medaglia d’argento (conferita “alla memoria” nel 1951). Ma quattro mesi dopo quell’azione Bellomo sarà arrestato dagli inglesi e finirà fucilato, a distanza di due anni dalla fiera opposizione opposta ai tedeschi, con l’accusa infamante di essere un criminale di guerra.

L’accusa che condusse Bellomo davanti al plotone di esecuzione nasceva da un episodio avvenuto nel novembre 1941, quando il generale aveva ordinato ai soldati sotto il suo comando di sparare contro due prigionieri inglesi che stavano tentando di evadere dal campo di concentramento di Torre Tresca, vicino alla sua città natale: dei due prigionieri, uno morì in seguito alle ferite riportate, mentre l’altro si ristabilì in poco tempo. Va detto che il comportamento di Bellomo, conforme ai regolamenti militari ed alla Convenzione dell’Aja, formò oggetto di due distinte commissioni di inchiesta.

La prima nominata dallo Stato Maggiore italiano, l’altra dalla Legazione svizzera a Roma per conto del Governo inglese e dalla Croce Rossa. Ebbene, le due commissioni ritennero che il comportamento di Bellomo fosse pienamente legittimo e lo scagionarono da ogni possibile accusa. E, infatti, quando gli anglo–americani sbarcarono in Italia, il nome di Bellomo non compariva nella lista dei soggetti ricercati per crimini di guerra (dove invece figuravano, tra gli altri, i nomi di Badoglio, di Graziani, di Roatta).

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Il campo nº 75 per i prigionieri di guerra di Torre Tresca (Bari), Foto H R Dixon

Vi fu aggiunto più tardi, in seguito ad una denuncia anonima: a questo riguardo, il generale Puntoni, primo aiutante di campo del Re, scrisse significativamente che

«le vendette politiche continuano con l’appoggio degli alleati… in seguito ad una delazione è stato arrestato il generale Bellomo».

L’arresto avvenne nel gennaio 1944 e Bellomo dovette attendere un anno e mezzo per essere condotto innanzi ad una corte militare inglese: si trattava del primo processo celebrato in Europa contro un presunto criminale di guerra. Il processo fu poco più di una farsa. Non furono ammesse alcune fondamentali testimonianze di difesa, non vennero reperiti i rapporti delle due precedenti inchieste che lo avevano scagionato, non venne consentito all’imputato di scegliere un avvocato italiano di sua fiducia.

Se colpevole, Bellomo è un personaggio minore confronto agli ex fascisti con i quali stiamo trattando. Importante non è il nostro prestigio, ma il diritto di Bellomo di beneficiare di considerevoli dubbi che io credo esistano. Sarei grato se tu potessi fare qualcosa».

Ma l’8 settembre 1945 arriva la risposta del Foreign Office alla richiesta di clemenza presentata dal parlamentare laburista:

«I verbali del processo sono stati attentamente studiati […] e mostrano come il procedimento sia stato effettuato in maniera normale e completamente giusta. Il generale Bellomo è stato condannato per aver commesso un omicidio particolarmente vigliacco per il quale non possiamo trovare circostanze attenuanti. Siamo sicuri che lei potrà condividere il fatto che l’effetto, sull’opinione pubblica del paese, di un perdono ingiustificato di un criminale di guerra, sarebbe altamente indesiderato».

A distanza di tanti anni non è facile arrivare ad una conclusione univoca, ma è probabile che Bellomo sia stato denunciato da qualcuno che non sapeva rassegnarsi alla popolarità ed al prestigio che il generale si era conquistato combattendo contro i tedeschi a Bari il 9 settembre 1943. Comandante di divisione, saputo dell’armistizio si recò regolarmente a lavorare presso la caserma della Milizia, in corso Vittoria quando giunse un gruppo di donne baresi.

Esse urlavano di aver visto i tedeschi assaltare il porto ed impadronirsene,nonostante la difesa di un gruppo di soldati e di scugnizzi baresi. Di fronte alla possibilità che la sua città divenisse ostaggio della furia nazista e sede di uno scontro mortale con gli alleati che venivano dal Sud, di fronte al fuggi fuggi generale del dopo 8 settembre, non ebbe esitazione alcuna, doveva salvare la stessa ad ogni costo.

Eccolo, Nicola Bellomo, con la sua divisa da generale, (un specie di marziano in quell’8 settembre in cui tutti gettavano la divisa e scappavano a casa, con Re e Badoglio vigliaccamente in testa) che rastrella un ottantina di militi, quindici finanzieri, 5 marinai ed un solo ufficiale, un giovane sottotenente del genio e appoggiato dal solo favore popolare attacca i tedeschi nel porto.

Con quei pochi uomini a disposizione il valoroso generale decide senza troppe esitazioni di attaccare i tedeschi che vogliono distruggere la sua Bari. Attacca i tedeschi, andando all’assalto davanti a tutti, armato della sola rivoltella , lanciando bombe a mano. Viene ferito dalle mitragliatrici tedesche, mentre molti soldati italiani vengono uccisi, ma non desiste e alle quattro e mezzo del pomeriggio del giorno 9 settembre 1943 i tedeschi fermano le ostilità. Il generale

Mentre Bellomo sanguinante è ricoverato in ospedale e il Comitato di Liberazione di Bari chiede alla Milizia di far armare gli antifascisti per essere a fianco dei soldati, i fascisti con le loro milizie entrano in trattativa con i tedeschi e l’11 settembre l’incubo peggiore sembra che si avveri: il seniore Mario Pennarelli della XX divisione contraerea e il console Gagliardi e altri ufficiali fascisti si incontrano con i tedeschi e sono pronti al loro ritorno in forze a Bari e nel nord Barese.

Il 13 settembre, Nicola Bellomo, fasciato ad un braccio e dolorante fugge dall’ospedale , raduna alcuni uomini e si presenta nelle caserme della milizia fascista sequestrando loro gli automezzi , prendendoli a calci in culo nei cortili e puntandogli in faccia la pistola. E’ l’umiliazione più crudele contro coloro che infangano anche nel momento più tragico il nome della loro patria e l’onore del popolo italiano.

E’ anche il riscatto di un esercito e di un popolo che vuole farla finita con il fascismo , la sua retorica e le sue illusorie promesse culminate nel disastro della Nazione. E’ il riscatto di tanti uomini in divisa che hanno creduto nel messaggio fascista e nazionalista ma che nel momento della decisione finale, non buttano nel cesso la loro dignità , l’onore della divisa e decidono che è ora di finirla con il fascismo e di morire se necessario ma non chinare più la testa di fronte ai nazisti.

E’ così a Cefalonia , ma anche a Barletta dove di fronte alla resistenza ostinata di pochi soldati italiani, i tedeschi rispondono con la strage . Nicola Bellomo sa che se non si libera Bari essa diverrà un cumulo di macerie e il primo ostacolo da eliminare sono gli ufficiali fascisti arrestandoli, incriminandoli di combutta con il nemico e umiliarli.

La sera del 13 settembre finalmente da Brindisi arriva un telegramma che dà pieni poteri a Bellomo , che sino allora si era mosso autonomamente , senza nessuna copertura di ordini. Il prefetto di Bari accolse con freddezza questa decisione , impaurito da una reazione nazista e fascista ma Bellomo gli rispose disse che aveva dalla sua parte il popolo barese

E il 15 settembre Bellomo fa qualcosa da far venire i brividi se pensiamo alle pagine oscure dell’8 settembre monarchico e badogliano. Quel giorno Bellomo si gioca il tutto per tutto, raduna gli uomini e li fa marciare con la fanfare in testa per le strade della città. La città che porta sul proprio corpo i segni della strage di luglio, quando i manifestanti antifascisti furono presi a fucilate da italiani in divisa e potrebbe rispondere con indifferenza al suo gesto d’effetto. ma non è così.

La città risponde generosamente, scende in piazza ed osanna il suo liberatore, gli antifascisti sono tutti lì pronti a combattere come a Porta Pia accanto ai soldati. E’ un trionfo che costerà caro a Bellomo e decreterà la sua fine. In quel momento in cui l’intero esercito italiano si stava sbandando ed in cui moltissimi ufficiali, anche di grado elevato, stavano gettando l’uniforme alle ortiche. In altre parole, con il suo comportamento Bellomo dimostrò a quanti stavano scappando che la fuga non era l’unica scelta possibile.

Ma, evidentemente, Bellomo si trovava nel momento sbagliato e nel posto sbagliato, perché era proprio in Puglia che si stavano rifugiando i vertici delle forze armate, il Re ed il Capo del Governo, dopo la proclamazione dell’armistizio e l’abbandono precipitoso della capitale. In questa prospettiva è assai incisiva la testimonianza di un ex componente dell’Office of Strategic Service statunitense, Peter Tompkins, il quale, vent’anni dopo i fatti, nel 1966, scrisse:

«… essendo l’unico generale italiano che di propria iniziativa combatté i tedeschi e mantenne la città di Bari fino all’arrivo degli Alleati […] (Bellomo, n.d.r.) rappresentava una minaccia per il re e per Badoglio, perché rivelava al mondo lo squallore del loro tradimento».

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È anche probabile che Badoglio ed i vertici delle forze armate italiane abbiano voluto offrire agli Alleati la testa di Bellomo su un piatto d’argento, nella speranza di evitare una Norimberga italiana sui crimini commessi in Africa e nei Balcani. Che è poi quello che realmente accadde: è certo, infatti, che i governi inglese e americano adottarono una politica di tolleranza nei confronti dei criminali di guerra italiani.

Basterà ricordare che, negli stessi giorni in cui respingeva la richiesta di clemenza per Bellomo, il Foreign Office, in un telegramma cifrato indirizzato all’ambasciatore inglese a Roma, faceva pressioni affinché quest’ultimo intervenisse con il Presidente del Consiglio Ferruccio Parri per evitare o per rimandare il processo contro Badoglio:

«Dovrebbe cercare di portare all’attenzione dell’onorevole Parri, in maniera confidenziale e ufficiosa, il prezioso contributo che Badoglio ha fornito alla causa alleata, esprimere la speranza che questo contributo venga sottoposto alla attenzione della corte prima dell’udienza».

Ad ogni modo il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, inserito nella lista dei criminali di guerra dell’ONU e mai processato, morto nel 1956 nel suo letto e nel suo paese natale, Grazzano Monferrato, ribattezzato in suo onore Grazzano Badoglio non fu l’unico alto ufficiale italiano inserito nelle liste dei criminali di guerra ma senza subire nessuna conseguenza.

Ricordiamo il Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, anche lui inserito nella lista dei criminali di guerra dell’ONU, morì nel 1955 nel suo letto dopo essere stato nominato presidente onorario del Movimento Sociale Italiano e senza subire processi e Mario Roatta, richiesto dalla Iugoslavia come criminale di guerra, mai processato in Italia né estradato, morì nel 1968 nel suo letto dopo aver pubblicato un famoso memoriale difensivo.

Sembrerà incredibile, ma, ad oggi, nessuno ha provveduto a riabilitare ufficialmente la memoria del generale di divisione Nicola Bellomo, croce al merito di guerra, cavaliere dell’Ordine militare di Savoia, due volte medaglia d’argento al valore militare.

 

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