Le guerre di indipendenza

20 luglio 1866, la battaglia navale di Lissa

La battaglia navale di Lissa, oggetto del nostro post odierno, si svolse il 20 luglio del 1866 sul mar Adriatico nelle vicinanze dell’isola omonima (in croato: Vis) e vide coinvolte la Regia Marina del neo costituito Regno d’Italia nato il 17 marzo 1861, e la Kriegsmarine, la Marina da Guerra dell’Impero austriaco. Fu la prima grande battaglia navale tra navi a vapore corazzate e l’ultima nella quale furono eseguite deliberate manovre di speronamento.

La stessa di inquadra nella terza guerra di indipendenza iniziata il 20 giugno del 1866 che vedeva contrapposti da una parte l’Austria e dall’altra il Regno d’Italia e la Prussia legate da un trattato di alleanza sottoscritto pochi mesi prima. All’inizio della guerra e allo battaglia terreste di Custoza, abbiamo dedicato un esauriente post che vi invitiamo a rileggere, anche per meglio inquadrare il contesto storico in cui si svolse la battaglia navale che andiamo a raccontare.

24 giugno 1866, sconfitta italiana nella battaglia di Custoza

Come abbiamo visto nel post appena citato, il 24 giugno 1866 il Regio Esercito veniva sconfitto dalle armate austriache e costretto a ripiegare dietro l’Oglio e il Panaro. Nei giorni successivi, successi anche se di entità minore, vennero colti dai volontari di Garibaldi. Nel frattempo nel più ampio contesto della guerra austro-prussiana, l’esercito prussiano con tre armate invadeva la Boemia, ottenendo il 3 luglio 1866 una clamorosa vittoria nella battaglia di Sadowa.

Il giorno dopo l’Austria chiese la mediazione di Napoleone III offrendogli il Veneto, a patto che l’Italia si ritirasse dalla guerra. L’Imperatore francese accettò la richiesta austriaca e il 5 luglio Vittorio Emanuele II ricevette il telegramma che gli annunciava la cessione del Veneto per mettere fine al conflitto.

Il capo di stato maggiore La Marmora considerò umiliante la proposta di ricevere Venezia come dono dalla Francia e nello stesso tempo prospettò il pericolo per l’Italia di essere accusata di tradimento per aver abbandonato la Prussia. Anche il presidente del Consiglio Ricasoli era contrario a riconoscere la cessione dall’Austria alla Francia del Veneto, cosa che avrebbe tolto all’esercito italiano il diritto di conquistarlo.

La Prussia, al contrario, pur continuando le operazioni accettò di trattare, anche perché erano in arrivo rinforzi austriaci dall’Italia: l’arciduca Alberto, aveva infatti avuto l’ordine di far partire uno dei tre corpi alla volta del fronte prussiano. Spronato da La Marmora con un telegramma del 6 luglio, Cialdini nella notte passò il Po entrando l’11 a Rovigo sgombra degli austriaci rimasti, che ebbero l’ordine di abbandonare il Veneto e attestarsi al confine con la madrepatria.

Mutata la situazione internazionale con la battaglia di Sadowa e la proposta austro-francese, occorreva ora all’Italia una vittoria per recuperare velocemente il prestigio perso a Custoza. L’ammiraglio Persano ricevette il 6 luglio un incitamento del ministro Depretis ad agire: «Tenersi più che mai all’idea di combattere e di ricercare la flotta austriaca e di attaccarla». Ma l’ammiraglio Persano tergiversava, in attesa dell’”ariete corazzato” Affondatore in arrivo dai cantieri britannici.

Il 12 luglio il primo ministro prussiano Bismarck si lamentò della debole condotta bellica dell’Italia con i francesi e lo stesso giorno Ricasoli telegrafò al ministro degli Esteri Emilio Visconti Venosta al Re e a Cialdini facendo presente che bisognava che l’esercito e la flotta agissero e che occorreva occupare Trento e Trieste. Il 13 si ebbe un importante colloquio a Polesella fra Ricasoli e Cialdini, al quale fece seguito un consiglio di guerra.

Consiglio che si riunì il 14 luglio 1866 a Ferrara, presieduto da Vittorio Emanuele II, presenti il presidente del Consiglio Ricasoli, il ministro degli Esteri Visconti Venosta, il ministro della Guerra Pettinengo, il ministro della Marina Depretis, il capo di stato maggiore La Marmora e il generale Cialdini. Il consiglio ratificò quanto stabilito alla riunione di Polesella:

Cialdini avrebbe guidato autonomamente un’armata di 14 divisioni con l’incarico di procedere a marce forzate verso l’Isonzo e, nel caso, verso Vienna;
La Marmora con 6 divisioni avrebbe mantenuto il blocco delle fortezze del Quadrilatero operando l’assedio di Verona, avrebbe anche inviato una divisione in Valsugana per appoggiare Garibaldi nella conquista del Trentino (Tirolo meridionale);
Garibaldi, conquistato il Trentino, avrebbe dovuto portarsi a Trieste per muovere di là e sollevare contro gli austriaci la Croazia e l’Ungheria;
Persano sarebbe stato avvisato che se entro 8 giorni non avesse attaccato la flotta austriaca, sarebbe stato destituito.

In Veneto Cialdini avanzò rapidamente non trovando più ostacoli davanti a sé, lo stesso fece Garibaldi che cominciò ad avanzare lungo l’alta valle del fiume Chiese, verso Lardaro, in Trentino, respingendo il 14 luglio 1866 una controffensiva austriaca nella battaglia di Condino. Lo stesso tra il 16 e il 19 vinse l’Assedio del Forte d’Ampola che gli consentì di conquistare una forte posizione austriaca. Quindi i suoi uomini si fecero strada verso Riva del Garda incontrando e battendo gli austriaci del generale Kuhn nella battaglia di Bezzecca il 21 luglio.

Due giorni prima, Cialdini, visto l’ostruzionismo di La Marmora inviò da Bassano una divisione verso Trento al comando dell’ex garibaldino generale Medici, nonché 3 divisioni verso Trieste al comando di Raffaele Cadorna. Medici, il 22 luglio occupò combattendo Primolano, il 23 arrivò a Borgo Valsugana e dopo una vittoriosa battaglia si spinse il 24 fino a Levico, per giungere poi il 27 presso Civezzano, a ridosso di Trento.

Il comandante Kuhn, in grave difficoltà, scrisse che non gli era più possibile resistere ai due avversari (Garibaldi e Medici) e che intendeva ritirarsi. Garibaldi, dal canto suo, continuava ad avanzare oltre Lardaro e Riva del Garda, mentre Cialdini proseguiva su Treviso e Ponte di Piave preceduto da Cadorna, fino a Palmanova, oltre la quale un’avanguardia italiana si scontrò con un’avanguardia austriaca, battendola, il 24 luglio.

L’ultimo scontro avvenne due giorni dopo a Ponte di Versa, dopo il quale gli italiani entrarono vittoriosamente a Versa, in provincia di Gorizia. Diversamente andò purtroppo all’ammiraglio Persano, a cui come abbiamo appena visto vennero lasciati otto giorni di tempo per attaccare la flotta austriaca e si giunge finalmente all’oggetto del nostro post odierno.

Si parla di flotta Austriaca, ma in realtà essa era composta quasi completamente da equipaggi provenienti dalle terre della ex Repubblica della Serenissima: dal Veneto, dal Friuli, dall’Istria, dalla Dalmazia, oltre che da Trieste e da Oltremare, e tutti gli ufficiali avevano studiato presso la I.R. Scuola del Collegio Navale di Venezia. Prima del 1797 non esisteva nemmeno una marina Austriaca ed è in quella data che nasce col nome di “OSTERREICH – VENEZIANISCHE MARINE” (Marina Austro-Veneta), la marina imperiale.

Nel 1849, dopo la rivoluzione Veneta capitanata da Daniele Manin, vi era stata una “austriacizzazione” nella denominazione ufficiale e l’espressione “Veneta” venne tolta; inoltre fra gli ufficiali vi era stato un certo ricambio ed il tedesco era sì diventato la lingua primaria, ma non fra gli equipaggi. Infatti questo cambiamento non poteva essere fatto in così breve tempo. I nuovi marinai continuavano ad essere reclutati nelle terre Venete dell’impero asburgico, e non certamente nelle regioni Alpine o Austriache.

La flotta al comando dell’ammiraglio Persano, è composta dalla squadra sussidiaria, o seconda squadra, comandata dal viceammiraglio Albini, composta da fregate e corvette di legno, e la squadra d’assedio, o terza squadra, agli ordini del contrammiraglio Vacca, con le unità minori corazzate. La squadra da battaglia, o prima squadra, formata dalle fregate corazzate più efficienti, dipende direttamente da Persano, che ha la sua bandiera sulla nave ammiraglia “Re d’Italia”.

Il 25 giugno, il giorno dopo la sconfitta di Custoza, sconfitta a onor del vero dal valore più politico che militare, Persano trasferisce la flotta italiana ad Ancona e ai primi di luglio azzarda una crocerina nel mezzo dell’Adriatico, rientrando in porto il 13 senza aver visto nemmeno l’ombra d’un nemico. Il 15 luglio il ministro della Marina Depretis si presenta ad Ancona con un piano di guerra: Persano deve prendere l’isola di Lissa, previo bombardamento, e sbarcarvi un corpo di occupazione.

Lissa è una piccola isola situata di fronte alla costa Dalmata, conosciuta fin dall’antichità come Issa, è stata base navale della Repubblica di Venezia dal XI secolo fino alla sua caduta, il 12 maggio 1797. Fu ceduta, dopo il trattato di Campoformido, all’Austria nell’agosto dello stesso anno, assieme agli altri possedimenti d’oltre mare di Venezia, e diventò una base navale fortificata dell’impero austro-ungarico, al comando del colonnello Urs de Margina, romeno di Transilvania.

Il 16 luglio l’ammiraglio Persano lascia Ancona con la flotta, Ai suoi ordini ci sono trentatrè navi divise in tre squadre, tra corazzate (undici), unità in legno (sette), cannoniere (tre), piroscafi (sette) e carboniere.  Sta ancora attendendo l’arrivo della nave più potente e moderna, l “Affondatore”, una corazzata costruita in Inghilterra con torri mobili e uno sperone di otto metri di lunghezza, l’unità è in navigazione verso l’Adriatico ma Persano, a cui erano stati concessi solo otto giorni parte comunque.

All’alba del 18 luglio, dopo una breve ricognizione del suo capo di Stato Maggiore D’Amico sul “Messaggierie”, Persano lancia l’attacco. L’isola dalmata viene investita da tre gruppi di navi che attaccano i tre principali ancoraggi: Vacca, con tre corazzate della squadra sussidiaria, contro Porto Comisa; Albini, con la squadra d’assedio delle unità di legno, contro Porto Manego, dove sbarcherà; Persano, con la squadra dà battaglia, contro Porto San Giorgio. Le navi “Esploratore” e “Stelle d’Italia” sono dislocate a nord e a sud dell’isola, in funzione di avvistamento, una flotta sparpagliata un po’ qua e un po’ là, con l’unica direttiva comune di bombardare i forti del nemico e di distruggerli.

Ma mentre Persano riesce a ridurre al silenzio alcune delle fortificazioni di Porto San Giorgio, Albini decide di interrompere il bombardamento dopo un paio di bordate contro Porto Manego e Vacca non fa meglio del collega. Apre il fuoco contro porto Comisa, ma subito anche lui ritiene di averne abbastanza e dà ordine di smettere. A questo punto Persano convoca Albini e Vacca per un consiglio di guerra, che si conclude dopo un aspro litigio fra i tre protagonisti, senza avere concluso niente.

Il giorno dopo riprende l’attacco ai forti ma alla fine l’esito sarà ancora quello del giorno prima, cioè molto modesto. Verso sera arriva il tanto atteso “Affondatore”, con due pirofregate e una corvetta, a bordo delle quali vi sono centoventicinque fanti di marina. Nel frattempo la flotta austriaca, al comando dell’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, è partita da Pola, decisa a non perdere una simile occasione d’oro, quella di attaccare la scompaginata flotta italiana sparpagliata intorno a Lissa.

Tegetthoff imbarcato sulla corazzata “Ferdinand Max”, l’ammiraglia che è al comando del capitano di fregata Sternack, ha a disposizione sette corazzate di ferro, più vecchie e meno veloci di quelle italiane anche se bene armate. In tutto dispone di ventisette navi e di 178 cannoni a canna liscia, contro i 252 cannoni italiani a canna rigata, si trova a quindi in condizioni di inferiorità. Divide le sue forze in tre squadre, prende il comando della prima e affida le altre due al capitano di vascello Petz e al capitano di fregata Eberle. Egli è imbarcato e dirige verso Lissa.

Nella notte tra il 19 e il 20 luglio alla squadra di Persano si aggiunge la nave di trasporto “Piemonte” con altri cinquecento uomini di fanteria di marina, perché questo è il giorno in cui lo sbarco deve aver luogo a ogni costo. Alle 7.50 del mattino del 20 luglio 1866 la nave “Esploratore” avvista la flotta austriaca in navigazione e avvisa l’ammiraglio italiano che a sua volta alle 8.10 ordina ad Albini di sospendere le operazioni di sbarco.

Ora si tratta di affrontare in battaglia gli austriaci, cerca pertanto di radunare in fretta e furia le sue unità disperse per essere in grado contrastare in forze il nemico che sta avanzando in triplice formazione a cuneo. Divide la sue navi in tre gruppi: in testa, la “Principe di Carignano”, la “Castelfidardo” e l”‘Ancona” al comando di Vacca; al centro la “Re d’Italia”, la “Palestro” e la “San Martino” ai suoi ordini; infine la “Re di Portogallo”, la “Terribile”, la “Varese” e la “Maria Pia” affidate al capitano di vascello Riboty.

Alle 11.15 la battaglia incomincia ed il primo colpo di cannone è italiano. Al colpo sparato dalla “Principe di Carignano”, gli austriaci rispondono furiosamente. Le prime navi di Tegetthoff passano arditamente nel varco tra L “Ancona” e la “Re d’Italia” . Vacca accosta sulla sinistra, con il proposito di concentrare insieme con Riboty il fuoco delle sue corazzate sulle navi di legno austriache, ma le sue unità sono ormai distanziate tra loro. Mentre Vacca si allontana, Tegetthoff si muove per attaccare la squadra italiana di centro, quella di Persano, con il grosso delle sue forze.

La “Ferdinand Max” piomba tra le navi di Persano, che nel frattempo era trasbordato sull “Affondatore”, e Tegetthoff si accorge che la “Re d’Italia” è ferma per un colpo che le ha bloccato il timone. L’ammiraglia austriaca la sperona cogliendola in pieno al centro, sfasciandole la fiancata. Mentre Albini resta inattivo, sotto costa, sulla “Maria Adelaide”, senza che le sue navi di legno sparino un solo colpo di cannone, e Vacca si allontana, una cannonata austriaca centra la “Palestro” che sta tentando di correre in soccorso della “Re d’Italia”.

Il colpo austriaco va a finire sul deposito di carbone provocando l’esplosione della santabarbara e quindi l’affondamento della nave con duecentocinquanta fra ufficiali e marinai, ma non è ancora finita. Tegetthoff  fa muovre il terzo gruppo di navi italiane e infatti  muove all’attacco della “Re di Portogallo” di Riboty, la “Kaiser” di Petz. Questi accosta violentemente e le due navi strusciano l’una contro l’altra, è la “Kaiser” a riportare i danni più gravi, sbandando in fiamme.

Persano se ne rende conto e vorrebbe finirla, speronandola con l’ariete del suo “Affondatore”, ma non sa bene come manovrare la nuovissima unità e va a finire che I “Affondatore” manca il bersaglio e la “Kaiser” può scamparla. Vacca, vista colare a picco la “Re d’Italia, su cui crede imbarcato Persano, immagina che l’ammiraglio sia morto e che tocchi a lui prendere il comando.

Nessuno gli ha riferito che Persano si era invece trasferito sull’Affondatore. Tenta allora di raccogliere intorno a sé quanto gli è possibile di corazzate italiane, ma ormai il comandante austriaco ha dato il segnale di radunata. Sono le 11.45 e il combattimento è finito, gli italiani hanno avuto due navi affondate e seicentoquaranta marinai annegati con esse, oltre a otto morti e quaranta feriti in combattimento. Gli austriaci trentotto morti e centotrentotto feriti.

L’ammiraglio italiano, scombussolato e fuori di sé, esitò nell’inseguire il nemico, così gli austriaci se ne andarono indisturbati e Persano non approfittò delle otto ore di luce a sua disposizione prima del tramonto, per mettersi a caccia di Tegetthoff e attaccarlo. Guido Piovene, il grande scrittore ed intellettuale Veneto del ‘900, disse che “la battaglia di Lissa fu l’ultima grande vittoria della Marina Veneziana”.

Nella primavera del 1867 l’ammiraglio conte Carlo Pellion di Persano, fu sottoposto a giudizio davanti al Senato, costituito in Alta Corte di Giustizia, e venne proclamata la sua colpevole inettitudine, tanto che fu privato del grado e delle decorazioni e radiato con disonore dalla Regia Marina. Al processo, Persano non tentò di avvalersi dei privilegi di immunità connessi al suo stato di senatore: vi rinunciò fin dalla prima seduta, e dopo che il pubblico ministero aveva dichiarato che in stato di guerra l’interesse dello stato era superiore al diritto di immunità.

Poiché all’epoca la degradazione comportava anche la perdita della pensione, visse gli ultimi anni di vita in povertà alleviata solo da un sussidio che il re Vittorio Emanuele II gli assegnò a titolo personale e in forma riservata. Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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