1^ G.M. La guerra dei gas

29 giugno 1916 – Il giorno dei gas e delle mazze ferrate, l’inferno sul San Michele

Il 29 giugno 1916 le forze austro-ungariche scatenavano una potente offensiva che combinava una nuova micidiale arma, mai usata sul fronte italiano e una antichissima. Contro la nuova innovativa arma, i gas asfissianti i nostri soldati erano del tutto impreparati, innanzitutto perché non si aspettavano un simile attacco, in secondo luogo, perché le maschere antigas in dotazione ai fanti italiani erano del tutto inadeguate a contrastare un aggressivo come quello utilizzato nell’occasione.

Lo sdegno per l’uso dei gas fu accentuato dal fatto che gli ungheresi lanciati all’attacco delle nostre trincee dopo il lancio di quasi 3 mila bombe al fosgene irruppero nelle nostre linee armate di mazze ferrate, retaggio delle armi medioevali con cui finirono i nostri fanti tramortiti da un arma che non avevano la possibilità di contrastare efficacemente. Prima di proseguire nella trattazione del tremendo attacco al monte San Michele due parole sull’impiego dei gas nella grande guerra.

I primi ad utilizzare i gas in guerra erano stai i francesi che nel 1914 avevano lanciato granate esplosive piene di gas lacrimogeno contro i tedeschi, i quali avevano risposto poco dopo con un gas che causava starnuti. Nel 1915 i tedeschi avevano tentato di usare gas tossici sul fronte orientale, a Bolimov. Fu un fiasco totale, il rigidissimo inverno russo aveva fatto congelare, anziché evaporare, il liquido che usciva dalle bombole, ma si trattatva solo di migliorare le tecniche di impiego, i comandi vedevano nei gas un arma troppo efficace e il giorno “giusto” venne poco più di un anno prima dell’attacco sul Monte San Michele.

Era precisamente il 22 aprile 1915, quando l’artiglieria tedesca bombardò le trincee franco-inglesi presso Ypres, nelle Fiandre. Le sentinelle francesi notarono una nube di colore giallo-verde, che, spinta dalla brezza scivolava silenziosa verso le trincee, radente al suolo. I comandanti per niente allarmati, in quanto consideravano la cosa come una semplice nube che doveva nascondere le truppe tedesche, diedero il segnale di prepararsi all’attacco, ma purtroppo per loro si sbagliavano. Quella nube era cloro e qui poveri fanti erano i primi della storia ad affrontare un attacco chimico.

A dirigere il primo attacco della storia basato sull’uso massiccio di gas tossici, in uniforme di capitano della Wehrmacht Fritz Haber. Con se aveva Otto Hahn il chimico futuro scopritore della fissione nucleare che portò i tedeschi nel ’44 ad un passo dalla bomba atomica. I tedeschi avevano adagiato al suolo e aperto il rubinetto di 5.700 bombole contenenti 168 tonnellate di gas. Chi lo respirava era scosso da una tosse violenta. Il cloro distrugge le cellule di bronchi e polmoni: i soldati sentivano un bruciore violento in gola e un dolore opprimente al petto.

La morte avveniva per asfissia nel giro di minuti, ore o di alcuni giorni. Francesi e algerini, presi dal panico, fuggirono in ritirata per chilometri. Morirono almeno 5.000 soldati. L’efficacia dell’attacco fu così completa che causò nei tedeschi altrettanta sorpresa: presi alla sprovvista dalla ritirata disordinata dei nemici, convinti che ci sarebbe stata ancora resistenza o temendo che il gas non fosse dissipato, avanzarono tanto cautamente da lasciare il tempo alle truppe canadesi e britanniche di recuperare posizione nelle trincee abbandonate.

Due giorni dopo, anche le truppe canadesi furono investite da una nuvola di gas mortale di oltre 18 mila bombole e a dirigere l’attacco ancora Haber. La sera del 24 settembre 1915, sul fronte di Loos, gli inglesi aprirono il rubinetto di 400 “accessori” pieni di cloro. Ma non ebbero la fortuna di Haber: il vento girò all’improvviso e morirono più inglesi che tedeschi. Ma nulla poteva più fermare ciò che Haber aveva inaugurato: la guerra chimica e nel corso del 1916 tutti i belligeranti adottarono un nuovo tremendo gas il fosgene.

Dapprima mescolato al cloro nel rilascio delle nubi dalle bombole, poi per la carica dei proiettili dei mortai e appositi congegni di lancio. Il fosgene o cloruro di carbonile è un aggressivo molto potente: agisce per sola inalazione e produce emorragie interne, ed insufficienza respiratoria, combinandosi con l’acqua presente nei polmoni. L’effetto del fosgene si manifesta, quasi sempre, a molte ore dal contatto. Sul fronte italiano le truppe austro-ungariche sempre più in difficoltà vedevano proprio nei gas una tangibile speranza di rovesciare le sorti di un conflitto che li vedeva costantemente sulla difensiva.

​​​​​Mentre sulle montagne dell’Altopiano di Asiago imperversava “l’offensiva di primavera” dell’esercito austro-ungarico, la situazione sul fronte sull’Isonzo era apparentemente più calma. Durante i mesi primaverili erano stati compiuti dei piccoli progressi attorno a Gorizia, sul Monte Sabotino e sul Monte San Michele. Su quest’ultimo, dopo la Quinta battaglia dell’Isonzo, i soldati del IX Corpo d’Armata erano riusciti ad avanzare fino a poche decine di metri dalla prima linea austro-ungarica, costruendo nuove trincee e postazioni sicure per i lanciabombe.

La linea italiana, al momento dell’attacco austroungarico, era presidiata, da quota 275 del San Michele e da San Martino del Carso, fino a Peteano, dalla brigata Pisa e dalla brigata Regina, che formavano la 21ª divisione (gen. Mazzoli),e dalle brigate Brescia e Ferrara, che formavano la 22ª (gen. Cigliana). Le bombole, interrate e mimetizzate erano pronte fin dal 25 giugno, trasportate in camion fino alle retrovie e di lì a braccia fino alla prima linea: tubi di gomma con ugelli erano stati puntati contro le trincee italiane, in cui nessuno si aspettava quella minaccia incombente.

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L’attacco coi gas venne preceduto da un breve ed intenso cannoneggiamento, a quel punto iniziò il lancio dell’aggressivo chimico. Quella terribile mattina del 29 giugno, dopo che erano stati utilizzati su altri fronti, i gas facevano la loro prima apparizione sul fronte italiano e sarò terribile. Sul onte San Michele, gli austroungarici utilizzarono una miscela all’ 80% di cloro ed al 20% di fosgene, cui potevano opporsi soltanto le maschere tedesche ed inglesi, e nemmeno queste con assolute garanzie.

Il lancio colpì dapprima le cime del San Michele e poi rotolò verso valle, invadendo il costone dei Bersaglieri, il valloncello di Cima 4, la trincea superiore, il camminamento Sterio e il bosco Ferro di Cavallo, intasando caverne e ricoveri, dove molti fanti trovarono la morte, senza possibilità di scampo. Vi fu chi tentò di proteggersi con fazzoletti o stracci o scavando buche e sotterrandovi la faccia. Oltre al fosgene, che come abbiamo appena visto agiva dopo molte ore, il cloro, è un semplice asfissiante, i cui effetti sono pressoché istantanei.

Intanto, gli attaccanti sopraggiungevano, l’81ª Brigata della 20ª Divisione Honved attaccò su due colonne: la prima colonna, aveva il compito di avanzare nel tratto in prossimità tra Cima 1 e Cima 3 per prendere alle spalle le truppe della 22ª Divisione italiana; la seconda colonna, che operava da Cima 3 a Cappella di San Martino, doveva aggirare le truppe italiane poste all’ala sinistra della 21ª Divisione.

Mentre la nebbia verdastra, avanzava uccidendo i difensori del vallone di San Martino, seminando morte fino al dente del groviglio e al ridottino, fino alle valli di Sdraussina al saliente della trincea delle frasche, a Castelnuovo a Quota 197 di bosco cappuccio e a quota 143, e alle posizioni della brigata Regina a bosco lancia, i reparti ungheresi avanzavano sparando e colpendo i gassati ancora in grado di combattere con le loro terribili mazze ferrate.

mazze_ferrate_austriache

Gli italiani, però si riorganizzarono, in vere e proprie isole, risparmiate dalle bizzarrie della nuvola venefica, aprendo il fuoco sulle masse avversarie e causando agli ungheresi notevoli perdite, mentre il vento cambiava direzione e spostava la massa dei gas asfissiante contro colore che l’avevano lanciata. Il vento come abbiamo visto anche nel caso dell’impiego degli stessi da parte inglese, era l’elemento imponderabile dei lanci di gas: se mancava, il lancio stesso era impossibile, ma, se questo girava durante l’operazione, l’esito della battaglia poteva ribaltarsi.

Con il cambio del vento le due divisioni Honvèd ungheresi, la 17ª e la 20ª, subirono delle perdite da gas, e bloccarono la loro avanzata temendo gli effetti della loro stessa arma: questo permise agli italiani di fare affluire riserve dalle retrovie e, con l’appoggio delle artiglierie, risparmiate dai gas, di rintuzzare il pericolosissimo attacco nemico. L’attacco era in pratica fallito anche grazie al fatto che un parte delle bombole funzionò in maniera difettosa, senza contare che altre 3.000 bombole, i cui ugelli erano rivolti contro le batterie italiane del Fortin, non vennero neppure utilizzate, a causa dell’assenza di vento favorevole.

Nell’azione furono circa 12.000 gli intossicati, più della metà morirono, ma solo 2.000 furono le vittime immediate, soffocate dal gas, molti furono i soldati finti, dalle terribili mazze ferrate in dotazione agli attaccanti. Dopo il comprensibile sbandamento, gli italiani contrattaccarono con vigore straordinario, animati anche dal desiderio di vendicare i propri compagni, uccisi in un modo che veniva percepito come barbaro e vile e alla fine l’azione austroungarica si risolse con un nulla di fatto, se non con un ennesimo terribile massacro.

I difensori avevano perso un numero mai precisato di uomini, ma che, ragionevolmente, si attesta intorno alle 6.500 vittime, con la brigata Regina a vantare il triste primato dei caduti (1.320 soldati e 34 ufficiali), mentre gli attaccanti lasciarono sul campo circa 3.000 uomini. Quel giorno, venne creato un terribile precedente, che portò, ben presto all’adozione degli aggressivi chimici senza limitazioni anche sul fronte italiano, fino a quel momento risparmiato da questa terribile arma.

Da quel giorno anche il Regio Esercito farà uso di gas contro le truppe austro-ungariche, in linea generale si calcola che la produzione italiana di gas durante la Grande Guerra ammontò a circa 13.000 tonnellate, impiegate specialmente durante l’Undicesima battaglia dell’Isonzo nell’agosto del 1917 e l’ultima Battaglia sul Piave nel giugno 1918.

Il comandante della Terza Armata Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta, passato alla storia come il Duca invitto, in quanto non venne mai sconfitto in battaglia,  emanò il seguente proclama:

“Fanti eroici delle Brigate Regina, Brescia, Pisa e Ferrara, che nel cuore portate sempre accesa la fiamma del sacrificio per la Patria – Fanti della Terza Armata, che aggrappati sul S. Michele ne irroraste di sangue le pendici, stroncati dal fuoco, ma saldi nella dura trincea – Fanti d’Italia, invincibili come Legionari di Roma, umili e grandi come i martiri di Cristo – io sono fiero di salutarvi oggi, nuovamente vittoriosi. /Il nemico, incapace di vincervi con armi leali, cercò – con mediata ferocia – di fiaccarvi coi gas venefici. Ma la causa santa d’Italia non si abbatte con alcun mezzo. Essa è passata e passerà ancora attraverso durissime prove; ma un giorno verrà che un trionfo romano glorificherà le lotte, le ansie, i patimenti di un secolo./ Piccoli Fanti allineati nella trincea – vostro martirio e vostra gloria – voi non poteste spiccare l’assalto perché vigliaccamente vi fulminò l’impotente ira nemica: e giaceste con l’arme in pugno per difendere la linea con suprema energia, negli ultimi spasimi di una morte oscura./ I vostri compagni vi hanno già vendicato, ricacciando il nemico ne’ suoi covi; ma io vi dico, o fratelli caduti, che non è lontano il giorno in cui i Fanti d’Italia porranno il piede sulle contrastate cime del S. Michele: quel giorno sarà di castigo per il nemico e di vindice trionfo per Voi, ufficiali e soldati dell’XI Corpo d’Armata” 

Chi volesse approfondire la splendida figura del “Duca invitto” può leggere il post che gli abbiamo dedicato e che potete trovare al seguente link:

13 gennaio 1869, nasce il “Duca invitto”

A poco più di un mese dall’attacco austriaco con i gas, il 4 agosto 1916 il generale Cadorna ordina l’attacco su tutto il fronte del Medio e Basso Isonzo, era l’inizio della Sesta battaglia dell’Isonzo. Il rapporto tra attaccanti e difensori è per la prima volta molto favorevole agli italiani, che riescono a trasportare in breve tempo dagli Altipiani reparti e cannoni, mentre al contrario gli austro-ungarici risentono degli sforzi della precedente offensiva e dell’impegno sul fronte orientale.

Sottoposti a ingenti bombardamenti e ripetuti attacchi, dopo furiosi combattimenti gli austro-ungarici sono costretti ad abbandonare le trincee del Sabotino e del San Michele, determinando di fatto il crollo del primo fronte carsico. Mentre i reparti imperiali cercano di ritirarsi su linee arretrate allestite in fretta e furia, il 9 agosto i primi reparti italiani superano l’Isonzo ed entrano a Gorizia.

La sesta battaglia dell’Isonzo e la conquista di Gorizia

La conquista di Gorizia costa circa 100 mila perdite al Regio Esercito, ma pesanti furono anche se minori le perdite austro-ungariche, circa cinquantamila uomini, la metà dell’intera forza a disposizione di Boroevic). Non risolutiva dal punto di vista militare, la conquista della città fornisce all’opinione pubblica italiana la prima consistente vittoria militare dall’inizio del conflitto, a parziale rimborso dei lutti e dei sacrifici sostenuti da soldati e popolazioni.​

Prima di chiudere il post due interessanti notizie su colui che inventò la guerra chimica, Fritz Haber.  D’origine Ebrea dopo intensi studi sull’impiego dei gas in ambito bellico, guidò il primo attacco con i gas che si concluse con un successo per le truppe che lo lanciarono. Sua moglie Clara Immerwahr che disapprovava il suo ingegno, dicendo che era una “perversione della scienza”, il 2 maggio pochi giorni dopo Ypres si sparò nel giardino di casa, in segno di protesta contro le attività del marito, con la rivoltella di servizio di Haber.

La mattina dopo venne celebrata la vittoria di Ypres e Haber non andò neppure al suo funerale. Le cifre sui morti causati dai gas sono molto discordanti si parla di oltre 400 mila morti fra i soldati russi, 200 mila fra i tedeschi, poco meno le perdite francesi, circa 100 mila i morti per  l’Austria-Ungheria, quasi 73.000 i morti fra i soldati USA. Gli italiani ebbero 60000 uccisi dai gas e si calcola che la produzione italiana di gas durante la Grande Guerra ammontò a circa 13.000 tonnellate, impiegate specialmente durante l’Undicesima battaglia dell’Isonzo nell’agosto del 1917 e l’ultima Battaglia sul Piave nel giugno 1918.

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Il diploma del Premio Nobel di Haber conservato al museo dell’Università di Breslavia

Nel 1919, nonostante l’accusa di criminale di guerra fosse nota a tutti, e si tentasse di un processo nello stile “Norimberga” , udite udite, Haber venne insignito del premio Nobel per la Chimica. I suoi studi in effetti vennero camuffati come ricerca di pesticidi e fertilizzanti e nel dopoguerra la sua attività di chimico continuò nonostante le campagne di Hitler contro gli ebrei.

Haber che arrivò persino a ripudiare la propria religione e a criticare Einstein che aveva lasciato la Germania, abbandonò il paese dopo la presa del potere di Hitle nel 1933, non prima di avere lasciato il suo ultimo brevetto, asciando l’ultimo brevetto, il pesticida Zyklon B. Con questo gas i nazisti dal 1942 dettero il via alla “soluzione finale” lo sterminio del popolo ebraico. Gli stessi parenti ebrei di Haber perirono per lo Zyklon B.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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