2^ G.M. I bollettini di Guerra

24 giugno 1866, sconfitta italiana nella battaglia di Custoza

Il 17 marzo del 1861, Vittorio Emanuele II aveva proclamato l’unità d’Italia e assunto per sé e i propri eredi il titolo di Re d’Italia, ma il processo di unificazione nazionale non poteva considerarsi definitivo. Da un lato, infatti, il Veneto, il Trentino e Trieste appartenevano ancora all’Austria e dall’altro Roma era nelle mani di papa Pio IX che godeva della protezione francese.

Pochi giorno dopo il 6 giugno 1861, uno dei protagonisti della storia del processo di unificazione della nostra penisola, il conte Camillo Benso di Cavour, moriva e il Re diede l’incarico di formare il nuovo governo a Bettino Ricasoli. Costui privilegiò la “Questione romana” a quella veneta, poiché riteneva che fosse dalla capitale pontificia che il brigantaggio antiunitario traeva maggiore forza e alimento. Di altro avviso era però Vittorio Emanuele II.

Conscio che l’imperatore Napoleone III di Francia, protettore dello Stato Pontificio, non avrebbe ceduto sulla “Questione romana”, il Re preferì dare la precedenza al problema di Venezia e riuscì a sbarazzarsi di Ricasoli, che fu sostituito con Urbano Rattazzi il 3 marzo 1862. Questa circostanza portò Mazzini e Garibaldi a sperare in una imminente azione contro l’Austria e a raccogliere volontari alla frontiera del Tirolo. Il governo, per mantenere l’ordine pubblico ed evitare premature ripercussioni internazionali, intervenne e fece arrestare i garibaldini.

L’attenzione si concentrò nuovamente su Roma, a luglio del 1862 Garibaldi sbarcò in Sicilia e arringando la folla a Palermo, attaccò violentemente Napoleone III definendolo «un ladro, un rapace, un usurpatore», per terminare con «Va’ fuori, Napoleone, va’ fuori! Roma è nostra!». Il governo prese le distanze dalle invettive di Garibaldi e, quando quest’ultimo sbarcò con un contingente in Calabria per risalire la penisola fino a Roma, inviò il generale Enrico Cialdini con l’ordine di catturarlo.

Il 29 agosto le truppe garibaldine si scontrarono con le truppe regolari sull’Aspromonte e Garibaldi, ferito ad una gamba, fu arrestato. La “Questione romana” fu di nuovo affrontata il 21 giugno 1864, quando Napoleone III, desideroso di avvicinarsi all’Italia durante la crisi tra Prussia e Austria per i ducati danesi, propose lo sgombero delle proprie truppe da Roma. La condizione era che la capitale del Regno fosse spostata da Torino in un’altra città, il tutto regolato in un trattato internazionale

Lo stesso doveva prevedere che gli italiani rinunciassero definitivamente a Roma. Si arrivò così alla cosiddetta convenzione di settembre tra l’Italia e Francia, firmata a Parigi il 15 settembre 1864. Con essa Napoleone III sgombrava Roma dalle sue truppe e gli italiani si impegnavano a rispettare l’integrità territoriale dello Stato Pontificio. Un articolo stabiliva il trasferimento della capitale del Regno da Torino a città da stabilirsi.

Torino insorse e il governo Minghetti cadde, ma i patti furono mantenuti, almeno per il momento, e la capitale fu trasferita a Firenze. Ristabilita la fiducia nei rapporti con la Francia, si poteva ora affrontare la questione del Veneto e quindi affrontare ancora una volta gli austriaci, a cui nello stesso periodo, il primo ministro prussiano Otto von Bismarck aveva deciso di muovere guerra per ottenere la supremazia in Germania.

Bismarck alla fine del luglio 1865 incaricò il suo ambasciatore a Firenze Karl von Usedom (1805-1884) di chiedere al capo del governo italiano Alfonso La Marmora che comportamento avrebbe avuto l’Italia nel caso di una guerra fra la Prussia e l’Austria. La Marmora sondò l’atteggiamento della Francia che si dichiarò neutrale nell’eventuale conflitto. Alla fine di febbraio del 1866 il governo prussiano chiese a quello italiano uno scambio di alti ufficiali per trattare questioni militari.

Bismarck propose allora un accordo d’alleanza e la Francia lo appoggiò, assicurando inoltre il nostro paese che se l’Austria l’avesse attaccata, sarebbe intervenuta in suo soccorso. Ciò convinse gli italiani a mettere da parte le riserve e l’8 aprile 1866 venne firmato a Berlino il trattato di alleanza. L’accordo prevedeva sostanzialmente che se la Prussia avesse attaccato l’Austria, altrettanto avrebbe fatto l’Italia e che non si sarebbe potuto rifiutare l’armistizio se l’Austria avesse offerto il Veneto all’Italia.

Regione la cui cessione, il governo austriaco propose ai prima di maggio a Napoleone III in cambio della neutralità francese e italiana. In pratica la stessa sarebbe stata ceduta alla Francia (l’Austria si rifiutava di avere rapporti diplomatici con l’Italia) che l’avrebbe poi girata all’Italia. La Marmora rifiutò la proposta soprattutto per lealtà con la Prussia, ma anche perché Vienna legava la cessione del Veneto alla sua conquista della Slesia, circostanza che appariva improbabile.

Evitando di dilungarci troppo sugli eventi che portarono alla guerra, la Prussia uscì dalla Confederazione germanica e il 15 invase la Sassonia, era la guerra. Nel rispetto del trattato di alleanza il Regno d”Italia dichiarò guerra all’Austria il 20 giugno 1866, con inizio delle ostilità fissato per il 23. Il Veneto diventava il fronte meridionale della guerra austro-prussiana. L’Italia schierava 20 divisioni Le 20 divisioni italiane erano riunite in 4 corpi d’armata su quattro corpi di armata a cui si affiancavano circa 38.000 volontari garibaldini.

Tre corpi di 4 divisioni ciascuno erano schierati lungo il fiume Mincio e un grosso corpo d’armata di 8 divisioni in Romagna, lungo il tratto finale del fiume Po. Si trattava di una forza che oscillava dai 190 a 200.000 fanti, 10.500 cavalleggeri e 462 cannoni. Dei 10 corpi d’armata dell’Impero austriaco, tre si trovavano sul fronte italiano, oltre alle forze di presidio alle fortezze del Quadrilatero e le forze della difesa del Tirolo, in parte volontarie. Il totale delle forze era di circa 190.000 uomini, anche se in campo l’Austria poneva solo 61.000 combattenti, con 152 cannoni e 3.000 cavalleggeri, a cui si dovevano aggiungere 11.000 uomini della divisione creata attingendo dai presidii delle fortezze. Comandante dell’armata in Italia era l’arciduca Alberto d’Asburgo-Teschen.

Il 24 giugno circa 50 mila italiani al comando del generale la Marmora, si scontrarono con circa 70 mila uomini dell’Arciduca Alberte e dopo una durissima battaglia vennero sconfitti e costretti a ripiegare dietro l’Oglio e il Panaro. La battaglia aveva spossato anche gli austriaci e provocato loro gravi perdite, tanto che essi non inseguirono il nemico. L’arciduca Alberto, nel suo rapporto sulla battaglia scrisse:

«Non si può negare all’avversario la testimonianza d’essersi battuto con tenacia e valore. I suoi primi attacchi specialmente erano vigorosi, e gli ufficiali, lanciandosi avanti, davano l’esempio.»

Nei giorni successivi, successi anche se di entità minore vennero colti dei successi da parte dai volontari di Garibaldi, intanto, nel più ampio contesto della guerra austro-prussiana, l’esercito prussiano con tre armate invadeva la Boemia, ottenendo il 3 luglio 1866 una clamorosa vittoria nella battaglia di Sadowa.

Il giorno dopo l’Austria chiese la mediazione di Napoleone III offrendogli il Veneto, a patto che l’Italia si ritirasse dalla guerra. L’Imperatore francese accettò la richiesta austriaca e il 5 luglio Vittorio Emanuele II ricevette il telegramma che gli annunciava la cessione del Veneto per mettere fine al conflitto.

Il capo di stato maggiore La Marmora considerò umiliante la proposta di ricevere Venezia come dono dalla Francia e nello stesso tempo prospettò il pericolo per l’Italia di essere accusata di tradimento per aver abbandonato la Prussia. Anche il presidente del Consiglio Ricasoli era contrario a riconoscere la cessione dall’Austria alla Francia del Veneto, cosa che avrebbe tolto all’esercito italiano il diritto di conquistarlo.

La Prussia, al contrario, pur continuando le operazioni accettò di trattare, anche perché erano in arrivo rinforzi austriaci dall’Italia: l’arciduca Alberto, aveva infatti avuto l’ordine di far partire uno dei tre corpi alla volta del fronte prussiano. Spronato da La Marmora con un telegramma del 6 luglio, Cialdini nella notte passò il Po entrando l’11 a Rovigo sgombra degli austriaci rimasti, che ebbero l’ordine di abbandonare il Veneto e attestarsi al confine con la madrepatria.

Mutata la situazione internazionale con la battaglia di Sadowa e la proposta austro-francese, occorreva ora all’Italia una vittoria per recuperare velocemente il prestigio perso a Custoza. L’ammiraglio Persano ricevette il 6 luglio un incitamento del ministro Depretis ad agire: «Tenersi più che mai all’idea di combattere e di ricercare la flotta austriaca e di attaccarla». Ma l’ammiraglio Persano tergiversava, in attesa dell’”ariete corazzato” Affondatore in arrivo dai cantieri britannici.

Il 12 luglio il primo ministro prussiano Bismarck si lamentò della debole condotta bellica dell’Italia con i francesi e lo stesso giorno Ricasoli telegrafò al ministro degli Esteri Emilio Visconti Venosta al Re e a Cialdini facendo presente che bisognava che l’esercito e la flotta agissero e che occorreva occupare Trento e Trieste. Il 13 si ebbe un importante colloquio a Polesella fra Ricasoli e Cialdini, al quale fece seguito un consiglio di guerra.

Consiglio che si riunì il 14 luglio 1866 a Ferrara, presieduto da Vittorio Emanuele II, presenti il presidente del Consiglio Ricasoli, il ministro degli Esteri Visconti Venosta, il ministro della Guerra Pettinengo, il ministro della Marina Depretis, il capo di stato maggiore La Marmora e il generale Cialdini. Il consiglio ratificò quanto stabilito alla riunione di Polesella:

Cialdini avrebbe guidato autonomamente un’armata di 14 divisioni con l’incarico di procedere a marce forzate verso l’Isonzo e, nel caso, verso Vienna;
La Marmora con 6 divisioni avrebbe mantenuto il blocco delle fortezze del Quadrilatero operando l’assedio di Verona, avrebbe anche inviato una divisione in Valsugana per appoggiare Garibaldi nella conquista del Trentino (Tirolo meridionale);
Garibaldi, conquistato il Trentino, avrebbe dovuto portarsi a Trieste per muovere di là e sollevare contro gli austriaci la Croazia e l’Ungheria;
Persano sarebbe stato avvisato che se entro 8 giorni non avesse attaccato la flotta austriaca, sarebbe stato destituito.

In Veneto Cialdini avanzò rapidamente non trovando più ostacoli davanti a sé, lo stesso fece Garibaldi che cominciò ad avanzare lungo l’alta valle del fiume Chiese, verso Lardaro, in Trentino, respingendo il 14 luglio 1866 una controffensiva austriaca nella battaglia di Condino. Lo stesso tra il 16 e il 19 vinse l’Assedio del Forte d’Ampola che gli consentì di conquistare una forte posizione austriaca. Quindi i suoi uomini si fecero strada verso Riva del Garda incontrando e battendo gli austriaci del generale Kuhn nella battaglia di Bezzecca il 21 luglio.

Due giorni prima, Cialdini, visto l’ostruzionismo di La Marmora, inviò da Bassano una divisione verso Trento al comando dell’ex garibaldino Giacomo Medici, nonché 3 divisioni verso Trieste al comando di Raffaele Cadorna. Medici, il 22 luglio occupò combattendo Primolano, il 23 arrivò a Borgo Valsugana e dopo una vittoriosa battaglia si spinse il 24 fino a Levico, per giungere poi il 27 presso Civezzano, a ridosso di Trento.

Il comandante austriaco Kuhn, in grave difficoltà, scrisse che non gli era più possibile resistere ai due avversari (Garibaldi e Medici) e che intendeva ritirarsi. Garibaldi, dal canto suo, continuava ad avanzare oltre Lardaro e Riva del Garda, mentre Cialdini proseguiva su Treviso e Ponte di Piave preceduto da Cadorna, fino a Palmanova, oltre la quale un’avanguardia italiana si scontrò con un’avanguardia austriaca, battendola, il 24 luglio.

L’ultimo scontro terrestre avvenne due giorni dopo a Ponte di Versa, dopo il quale gli italiani entrarono vittoriosamente a Versa, in provincia di Gorizia. Alcuni giorni prima si era svolta nelle acque dell’Adriatico di nelle vicinanze dell’isola di Lissa una battaglia navale fra la Regia Marina e la marina imperiale austriaca. All’episodio abbiamo dedicato un apposito post che vi invitiamo a leggere.

 

 

 

 

 

 

La “Questione romana”

La battaglia rientrò nella guerra austro-prussiana, in quanto l’Italia all’epoca era alleata della Prussia a sua volta in guerra contro l’Impero austriaco. L’obiettivo principale italiano era quello di conquistare il Veneto sottraendolo all’Austria e scalzare l’egemonia navale austriaca nell’Adriatico.

Le flotte erano composte da navi di legno a vela e vapore e navi corazzate anch’esse a vele e vapore. La flotta italiana, costituita da 12 corazzate e 17 vascelli lignei, superava la flotta austriaca, composta da 7 navi corazzate e 11 in legno. Una sola nave, l’italiana Affondatore, aveva i cannoni montati in torri corazzate invece che lungo le fiancate (in bordata). Entrambe le marine mostravano un’impreparazione più o meno marcata sul piano tecnico, ma in quella italiana, oltre alle deficienze tecniche, vi erano gravissimi problemi di coesione tra i comandanti ed uno scarso addestramento degli equipaggi.

 

Dopo l’umiliazione patita per terra a Custoza, il Regno d’Italia, cercò di raddrizzare le sorti della terza guerra d’indipendenza andando alla ricerca di un successo sul mare. Pressato ad agire, il 16 luglio 1866 l’ammiraglio Carlo Persano lasciò controvoglia la base di Ancona alla ricerca della flotta asburgica. All’alba del 20 luglio la flotta italiana (31 navi di cui 12 corazzate) incrociò quella nemica (27 navi di cui 7 corazzate sulle quali si trovavano numerosi marinai veneti, istriani e dalmati) davanti all’isola di Lissa. L’ammiraglia austriaco Wilhelm von Tegetthoff ordinò ai suoi vascelli di assumere la formazione a cuneo e poi attaccò la flotta italiana, che stava manovrando per assumere la linea di battaglia. Nello schieramento italiano regnava il disordine causato anche dall’improvvisa decisione di Persano di trasbordare dalla Re d’Italia all’Affondatore. Fu così che solo poche navi italiane poterono sostenere l’urto nemico. La Re d’Italia venne affondata così come la Palestro, inabissatasi a seguito dello scoppio della santabarbara. Una leggenda attribuisce all’ammiraglio Tegetthoff la frase: «Navi di legno comandate da uomini con la testa di ferro hanno sconfitto navi di ferro comandate da uomini con la testa di legno», con la quale voleva attribuire la responsabilità della sconfitta agli inetti comandi italiani, in particolare a Persano.

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