2^ G.M. Le operazioni sulle Alpi occidentali

La distruzione della fortezza fra le nuvole

Il mattino del 21 giugno 1940, in coincidenza con l’offensiva lanciata da 21 divisioni italiane sul fronte delle Alpi occidentali,  i Francesi cominciarono a bombardare con quattro obici d’assedio Schneider 280 mm Mle 1914, il forte italiano dello Chaberton. Vediamo prima di proseguire, la storia e le caratteristiche della fortificazione, ora situata in territorio francese, posta sulla cima del monte Chaberton a 3.130 metri s.l.m., a tuttora il forte più alto d’Europa.

La progettazione della fortificazione risale a fine ‘800, quando, nell’ambito della Triplice Alleanza, l’Italia perseguiva un piano di miglioramento dell’apparato di fortificazioni sul confine con la Francia. La vetta dello Chaberton fu scelta per la sua posizione strategica, per la sua inaccessibilità e per l’impossibilità di colpirla con le armi a tiro curvo in uso in quegli anni. Questo spiega la realizzazione di batterie sopraelevate con cannoni piazzati in torrette rotanti e senza protezione adeguata a colpi di cannone o mortaio che non erano realizzabili ai primi del ‘900 (ma non dai mortai moderni della Seconda Guerra Mondiale).

Il progetto fu quello di un’opera autonoma ad azione lontana, ovvero con il fine di bombardare postazioni militari anche a notevole distanza in territorio straniero. I lavori ebbero inizio nel 1898, con il tracciamento della strada che univa la frazione Fenils alla vetta del monte. In realtà si trattava di un tracciato poco più largo di una mulattiera e su questo, uomini e muli trascinarono i materiali da costruzione e le pesanti bocche da fuoco. Fu anche realizzata una spericolata teleferica per collegare il presidio che, restava irraggiungibile per diversi mesi all’anno, lunga più di 3 km e mezzo, la stessa superava un dislivello di 1785 metri con campate che si alzavano di oltre cento metri dal terreno.

I lavori, sotto la guida del maggiore del Genio Luigi Pollari Maglietta, che definiva la sua creatura «un monumento nazionale», terminarono nel 1910, ma già nel 1906 la batteria fu armata con 8 cannoni da 149/35 in torretta tipo A.M. Nello stesso tempo in cui venivano montati i cannoni da 149, nelle officine francesi Schneider veniva approntata l’arma che li avrebbe distrutti. In quell’anno l’armata  zarista aveva ordinato dei mortai da 280 mm, diciotto esemplari della stessa vennero acquistati dalla Francia nel 1915 e risultavano ancora operativi nel 1940.

Si trattava di un’arma assai pesante (oltre 16 tonn.) in grado di tirare con un angolo massimo di 60° a 418 m/s un proiettile di 205-275 Kg. a seconda del tipo fino ad 11 km. di distanza. Scomponibile in 4-5 carichi trasportabili su carrelli, poteva essere avvicinata alla prima linea con una certa facilità. Il ritmo di fuoco non era celere (quattro  colpi in 5 minuti), ma gli effetti  devastanti.  Alcuni esemplari di preda bellica furono incorporati dalla Wehrmacht con il nome 28 cm Mrs 601(f) ed impiegati contro i sovietici come nell’assedio di Leningrado del 1943-1944 e la stessa Armata Rossa schierava 25 pezzi del mortaio d’assedio francese.

Mortier de 280 TR Schneider.jpg

Durante la prima guerra mondiale, essendo in guerra con l’Austria-Ungheria e di conseguenza sul versante est delle Alpi, il forte fu disarmato, ed i cannoni utilizzati sul fronte orientale. In questo periodo non vi fu presidio al forte, che venne tuttavia ripristinato appena concluse le ostilità con la vittoria contro gli Imperi centrali. A quel punto essendo cambiati gli armamenti, il forte era divenuto vulnerabile al tiro dei mortai e divennero pertanto necessari dei lavori di adeguamento.

Lavori che iniziarono negli anni trenta quando nell’ambito di una pesante e articolata ristrutturazione dell’intera struttura, con l’intenzione di portare tutto in caverna. Nel quadro del Vallo Alpino vennero inoltre realizzati il centro in caverna del colle dello Chaberton e la batteria B14 del Petit Vallon. Questa batteria durante la costruzione del Vallo, fu inserita come caposaldo del VII Settore di Copertura Monginevro, settore che avrebbe dovuto garantire il controllo di accesso alla Val di Susa attraverso il Monginevro e Claviere, e al contempo essere in grado di colpire la Val Claree e Briançon.

La gestione del forte fu affidata agli artiglieri della 515ª Batteria della Guardia alla Frontiera, il cui motto era “Dei sacri confini, guardia sicura”. Mussolini aveva sempre temuto una guerra con la Francia, e continuò a investire nelle fortificazioni del Vallo anche durante la guerra. Questo fu sempre motivo di discussione con Hitler che lo spingeva, invece, a destinare quelle risorse economiche ai soldati che combattevano sui vari fronti aperti, primo fra tutti quello in Africa settentrionale.

Tornando all’argomento del nostro post, nel giugno del 1940 allo scoppio delle ostilità con la Francia, il forte divenne attivo per la prima volta, Le sue batterie bombardarono obiettivi militari francesi, senza peraltro causare grandi danni. Nel vicino forte francese dello Janus è visibile una torretta di avvistamento corazzata sopra un’opera di cemento, in cui l’acciaio della torretta fu parzialmente distorto, ma non perforato, da una delle granate da 149 della batteria.

L’esercito francese aveva pronto un piano di bombardamento del forte, piano che entrò in azione il giorno in cui dopo undici giorni di calma apparente le forze armate italiane lanciarono con poca preparazione l’offensiva contro le munitissime fortificazioni francesi, senza peraltro possibilità di infrangerle. Come ricordato all’inizio del post, il bombardamento iniziò il mattino, le otto torrette del forte furono investite da una potenza di fuoco micidiale. La numero uno fu la prima ad essere colpita, le corazze delle torrette avevano uno spessore di scarso rilievo, ciò permise alle schegge dei proiettili nemici di perforarle.

Il forte rispose al fuoco ma niente poteva contro gli obici Schneider da 280 mm francesi  della 6ª batteria del 154° reggimento artiglieria da posizione, che sparavano da una posizione dove non potevano essere colpiti, dallo Chaberton, sfruttando il tiro curvo. Anche gli altri forti francesi parteciparono all’azione contro il forte italiano, azione temporaneamente sospesa per la nebbia, ma prontamente ripresa nel pomeriggio. Una una volta aggiustato il tiro, diretto da tre osservatori (forte Janus, forte dell’ Infernet, Col de Granon) i mortai francesi ripresero in breve tempo misero fuori uso sei delle otto torrette del forte.

L'epigrafe che ricorda i caduri dello Chaberton.JPG

Alle ore 17,00 veniva colpita la prima torre dove morirono quattro artiglieri, alle 17,30 la quinta torre veniva colpita in pieno e scardinata dalla sua base, cinque artiglieri morirono sul colpo! Alle 17,40 veniva colpita la terza torre colpita, che precipita sul terrazzo della batteria. Con l’oscurità i mortai francesi cessano il fuoco, con 51 colpi avevano costretto al silenzio 6 torri su 8. Al forte restano attive solo le torri 7 e 8, la teleferica era praticamente fuori uso e notevoli furono i danni alle strutture.

Nonostante l’infernale tiro scatenato dall’artiglieria francese, nessuno abbandonò le postazioni. I morti furono nove e circa 50 i feriti. Fra di essi il sergente maggiore Ferruccio Ferrari che, pur ferito in modo gravissimo, prima di morire si prodigò con energia per aiutare i compagni e soccorrere i feriti. Trasportato all’ospedale di Pinerolo lo stesso giorno, spirerà cinque giorni dopo. Alla sua memoria verrà concessa la Medaglia d’oro al valor militare.

Alla fulgida figura del ventiduenne artigliere abbiamo dedicato un post che potete trovare al seguente link:

Medaglia d’Oro per il Sergente Maggiore Ferrari Ferruccio (Forte Chaberton, Alpi occidentali 21 giugno 1940)

Il giorno seguente, il forte continuò a sparare con le due torrette residue, mentre i Francesi spararono ancora qualche colpo di mortaio. Sopraggiunse poi l’armistizio firmato a Villa Incisa il 25 giugno e sottoscritto dal Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio e dal dal generale d’armata Charles Huntziger. A partire da quel giorno il forte, come tutto il fronte delle Alpi occidentali cessò ogni attività.

Abbandonato dopo l’armistizio fra Regno d’Italia e potenze Alleate dell’8 settembre 1943, fu poi occupato da reparti della Folgore della Repubblica Sociale nell’autunno del 1944, per poi essere definitivamente abbandonato dopo la resa della Germania e della R.S.I. nell’aprile del 1945. Con i trattati di Parigi del 1947, l’intero monte Chaberton, e quindi il forte, passarono in territorio francese.

Nuovamente abbandonato, tuttavia il forte non venne dimenticato dalla Francia che forse ancora temeva quel gigante che, da tremila metri di quota, aveva dominato minacciosamente le sue valli per oltre un trentennio. Nel 1957 costrinse l’Italia, sconfitta, allo smantellamento della Batteria; tutte le parti metalliche, comprese casematte e cannoni, furono portate via. Spogliato delle sue armi e abbandonato lo Chaberton mostra ancor oggi la sua imponente carcassa di pietra, le torri, le costruzioni in muratura e i magazzini incavernati. Continua a combattere contro l’incuria dell’uomo e le proibitive condizioni atmosferiche di alta montagna.

Il forte dello Chaberton oggi

Il forte dello Chaberton oggi

Poco distante dal Monte Chaberton sorge Briançon, espressione tra le più celebri del genio di Sébastien Le Prestre, poi marchese di Vauban, noto genericamente solo come Vauban , uno dei più grandi ingegneri militari di tutti i tempi, e una delle maggiori figure della Francia del Re Sole. Maresciallo di Francia Vauban  fortificò completamente la cittadina francese nel XVIII secolo. L’intero territorio è costellato da numerose opere di fortificazione e da diversi forti, tanto che nel 1996 l’Unesco ha proclamato Briançon e le sue fortificazioni patrimonio mondiale dell’umanità.

Prima di chiudere una piccola curiosità. Per una magra consolazione i mortai francesi che  colpirono lo Chaberton in base alle clausole dell’armistizio, firmato come ricordato nel corso del post il 25 giugno a Villa Incisa, finirono in Italia come preda bellica assieme ad altri 254 cannoni requisiti nelle fortificazioni francesi. Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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