Il Risorgimento

8 giugno 1859, Napoleone III e Vittorio Emanuele II entrano trionfalmente nella Milano liberata dagli austriaci

L’8 giugno del 1859, l’Imperatore francese Napoleone III e Re Vittorio Emanuele II di Sardegna facevano il loro trionfale ingresso a cavallo, nella Milano appena liberata dagli austriaci che avevano abbandonato la capitale lombarda a seguito delle sconfitte militari subite dall’esercito franco piemontese. I primi ad entrare in Milano furono le truppe del Maresciallo Mac Mahon il giorno 7 giugno.

Si trattava di una tappa fondamentale della seconda guerra di indipendenza italiana iniziata il 27 aprile del 1859 e che vedeva contrapposti la Francia e il Regno di Sardegna contro l’Austria. La guerra ebbe come prologo gli accordi di Plombières del 21 luglio 1858 e l’alleanza sardo-francese del gennaio 1859. L’alleanza conosciuta anche come  Alleanza franco-piemontese stabiliva l’aiuto militare della Francia al Regno di Sardegna in caso di aggressione austriaca e, nell’eventualità di una vittoria, la cessione al Regno di Sardegna del Lombardo Veneto austriaco. In cambio si disponeva la cessione dal Regno di Sardegna alla Francia della Savoia e di Nizza.

Il Regno austriaco del Lombardo-Veneto, teatro delle operazioni della seconda guerra di indipendenza.

Il Regno austriaco del Lombardo-Veneto

A guidare il corteo l’Imperatore Napoleone III a cui seguiva leggermente arretrato un recalcitrante Vittorio Emanuele, che dovette sopportare “l’onta” perché l’Imperatore si sentisse il più possibile “partecipe e entusiasta della spedizione in Italia”. Il primo favorevolmente impressionato dalla folla osannante e dagli onori tributatigli, lo stesso giorno, lanciò il proclama famoso che riportiamo:

“Italiani ! La fortuna della guerra mi conduce oggi nella capitale della Lombardia; ora vengo a dirvi perché vi sono. Quando l’Austria aggredì ingiustamente il Piemonte, ho deciso di sostenere il mio alleato, il Re di Sardegna, l’onore e gli interessi della Francia me lo imponevano. I vostri nemici, che sono i miei, hanno tentato di sminuire la simpatia, che era universale in Europa per la vostra causa, facendo credere che io volevo fare la guerra per ambizione personale o per ingrandire il territorio della Francia. Se mai ci sono uomini che non comprendono il loro tempo, io certo non sono nel numero di costoro.
L’opinione pubblica è oggi illuminata per il modo che si diventa più grande per influenza morale esercitata che non per sterili conquiste, e questa, influenza morale io la cerco con orgoglio, contribuendo a far libera una delle più belle parti d’Europa. La vostra accoglienza mi ha già provato che mi avete compreso. Io non vengo tra voi con un sistema preconcetto, non per spodestare sovrani o per imporre la mia volontà; il mio esercito non si occuperà che di due cose: combattere i vostri nemici e mantenere l’ordine interno; esso non porrà alcuno ostacolo alla libera manifestazione dei vostri legittimi voti. La Provvidenza favorisce talvolta i popoli, come gl’individui, dando loro occasione di farsi grandi d’un tratto, ma a questa condizione soltanto, che sappiano approfittarne.
Il vostro desiderio d’indipendenza, così lungamente represso, così sovente deluso, si effettuerà se saprete mostrarvene degni. Unitevi dunque in un solo intento, la liberazione del vostro paese, ordinatevi militarmente, volate sotto le bandiere di Vittorio Emanuele, che vi ha così nobilmente indicata la via dell’onore. Ricordatevi che senza disciplina non vi c’è esercito, e infiammati dal santo fuoco dell’amor patrio siate oggi soldati; domani sarete liberi cittadini di un grande paese”.

La città era ormai in mano alla popolazione in quanto precipitosamente abbandonata nella notte fra il 5 e 6 giugno dagli austriaci preoccupati solo di non farsi agganciare dall’esercito franco-piemontese che li aveva duramente sconfitti nella battaglia di Magenta. La fuga fu eseguita con tale rapidità e apprensione, che il comando generale austriaco situato al Castello, oltre ad abbandonare ingenti quantità d’armi, effetti militari e gran quantità di viveri, abbandonò anche la cassa militare dell’Armata, contenente parecchi milioni.

Gli austriaci non erano ancora completamente usciti di città, che le vie cittadine si riempirono di tricolori e il governo della città fu affidato alla Congregazione Municipale, che si affrettò a lanciare il seguente manifesto :

Cittadini ! L’eroico esercito alleato condotto dal magnanimo Imperatore Napoleone III, che ha preso la difesa dell’indipendenza italiana, dopo splendide vittorie si avvicina alle porte della città ! Le truppe nemiche sono state sconvolte e sono in piena rotta. Il Re Vittorio Emanuele II, il primo soldato dell’Italia redenta, giungerà fra poco fra voi e domanderà quello che l’eroica Milano ha fatto per la causa nazionale. La resistenza morale di dieci anni all’oppressione straniera vi ha già meritato la stima di tutta Italia, ed ha confermato la gloria delle “cinque giornate”.

Ma ora si deve preparare un accoglimento degno di voi all’esercito nazionale ed all’esercito alleato. Proclamate RE VITTORIO EMANUELE II, che da dieci anni prepara la guerra dell’indipendenza; rinnovate l’annessione della Lombardia al generoso Piemonte; rinnovatela, con i fatti, con le armi, con i sacrifici. Viva il Re ! Viva lo Statuto ! Viva l’Italia“.

Napoleone III e Vittorio Emanuiele II a Milano

Vittorio Emanuele attese il giorno seguente per indirizzare anch’esso un proclama ai Lombardi :

“Popoli della Lombardia ! La vittoria delle armi liberatrici mi conduce fra voi ! Restaurato il diritto nazionale, i vostri voti riaffermano l’unione con il mio regno, che si fonda nelle guarentigie del vivere civile. La forma temporanea che oggi do al governo è richiesta dalle necessità della guerra. Assicurata l’indipendenza, le menti acquisteranno la compostezza, gli animi la virtù, e sarà quindi fondato un libero e durevole reggimento. Popoli della Lombardia ! I Subalpini hanno fatto e fanno grandi sacrifici per la patria comune; il nostro esercito, che accoglie nelle sue file molti animosi volontari delle nostre e delle altre province italiane, già offrì splendida prova del suo valore, vittoriosamente combattendo per la causa nazionale. L’Imperatore dei francesi, generoso nostro alleato, degno del nome e del genio di Napoleone, facendosi duce dell’eroico esercito di quella grande nazione, vuole liberare l’Italia dalle Alpi all’Adriatico.
Facendo a gara di sacrifici, asseconderete questi magnanimi propositi sui campi di battaglia, vi mostrerete degni dei destini, cui l’Italia è ora chiamata dopo secoli di dolori”.

Il 1º luglio 1859, dopo che le truppe imperiali si erano ritirate dietro l’Adige, Napoleone III passò il Mincio con tutto l’esercito entrando nel Quadrilatero. Egli aveva ricevuto dalla Francia, data la crescente minaccia della Prussia sul Reno, una sola divisione di rinforzo, mentre numerosi volontari erano andati ad ingrossare le file di Garibaldi. Temendo un allargamento del conflitto e per le dure prove subite dal suo esercito, il 6 luglio inviò il suo aiutante di campo generale Émile Félix Fleury a Verona con una proposta di sospensione delle ostilità.

Due giorni dopo a Villafranca i capi di stato maggiore delle tre nazioni belligeranti firmarono il testo dell’armistizio. Rispetto a quanto stabilito nel trattato di alleanza sardo-francese (cessione del Lombardo-Veneto al Regno di Sardegna), l’armistizio prevedeva la cessione da parte dell’Austria della sola Lombardia ad eccezione della fortezza di Mantova. Ciò portò alle dimissioni di Cavour dalla carica di presidente del Consiglio.

Lo stesso giorno, l’11 luglio, dopo alcune rettifiche dettate da Francesco Giuseppe, quest’ultimo e Napoleone III firmarono l’accordo, che fu controfirmato da Vittorio Emanuele II il giorno dopo. L’armistizio di Villafranca fu ratificato dalla pace di Zurigo del novembre 1859. Qualche mese più tardi Cavour si prese la sua rivincita, stabilendo di fatto l’annessione di Parma, Modena e Romagna pontificia, e  con un plebiscito ottenne anche la Toscana (11-12 marzo 1860).

Ciò provoco la viva irritazione dell Francia ma alla fine si arrivò, il 24 marzo 1860 alla firma del Trattato di Torino. Cavour e il Piemonte rinunciavano alla promessa annessione dell’intero Lombardo-Veneto, accontentandosi della sola Lombardia convinti che la cosa potesse essere compensata con l’annessione dei territori suddetti. Con lo stesso accordo, il Regno di Sardegna, riconosceva alla Francia quanto previsto dal trattato d’alleanza, cedendo la Savoia e Nizza.

L’Austria si trovò così a perdere in Italia non solo la Lombardia, ma anche il sistema di ingerenze che le aveva assegnato il congresso di Vienna. Ciò diede un impulso decisivo al Risorgimento che con la successiva spedizione dei Mille del maggio 1860 porterà a termine, nel marzo 1861, il processo di formazione del Regno d’Italia.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

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