2^ G.M. L'armistizio

” Questo Rizzati, cocciuto e testardo è un vero italiano. Uno di quelli che sanno ancora scrivere la Storia”

A dire queste parole era Benito Mussolini nella residenza di Villa Feltrinelli a Gargnano sul Garda, nel marzo del 1944, sgualcendo fra le mani una lettera che lo definiva “Maddalena Pentita”, sequestrata al Maestro Mario Rizzati, maggiore dei paracadutisti della Repubblica Sociale Italiana. Il post odierno è dedicato al comandante Rizzati morto il 4 giugno 1944 a Castel di Decima mentre alla testa del suo 1º Battaglione Arditi Paracadutisti, cercava di impedire la conquista della capitale italiana alle forze armate alleate. Alla sua memoria il governo della Repubblica Sociale Italiana ha conferito la Medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:

«Comandante del 1º Battaglione Paracadutisti, che dal giorno dell’armistizio aveva strappato al disonore e aveva guidato contro l’invasore in Sardegna ed in Corsica; lo guidò ancora nell’eroica difesa di Roma, infondendogli il suo entusiasmo, la sua fede, il suo valore. Attaccate le sue posizioni da forti nuclei di carri armati e fanterie appoggiati da un intenso fuoco di artiglieria, dava l’ordine del contrassalto e con indomito coraggio si slanciava egli stesso fra i primi. Cadeva poco dopo colpito mortalmente. Il suo ultimo pensiero fu per la Patria e per il suo battaglione. Mirabile esempio delle più alte virtù militari e civili, che fanno di lui un purissimo eroe, degno continuatore dei primi difensori della repubblica Romana.

Castel di Decima, 4 giugno 1944.»

Vediamo ora chi era Mario Rizzati. Egli nacque a Fiumicello, provincia di Udine, il 30 gennaio 1892, e terminate le scuole elementari si rifiutò di continuare gli studi volendo seguire il mestiere di contadino del padre. Obbligato dai genitori a frequentare le scuole magistrali di Capodistria, si diplomò maestro nel 1911, e in quello stesso anno iniziò ad insegnare a Muscoli, nei pressi di Cervignano.

Con l’avvicinarsi dello scoppio della prima guerra mondiale, il 20 luglio 1914 fu arruolato nell’ esercito imperiale austro.ungarico e mandato a Lubiana. Il 26 dello stesso mese iniziarono le operazioni belliche contro la Serbia, e pochi giorni dopo contro l’Impero russo. Non volendo andare a combattere in Galizia, aiutato dal fratello Giuseppe, si rifugiò a Palmanova per raggiungere poi Venezia dove conobbe altri esuli giuliano-dalmati fra cui Nazario Sauro.

Con l’entrata in guerra dell’Italia, il 24 maggio 1915, il giorno dopo si arruolò volontario nel Regio Esercito, assegnato al 2º Reggimento fanteria. Verso la fine del mese di giugno combatte sul Podgora, ma per avere criticato la tattica degli assalti frontali a ogni costo tenuta dal Comando Supremo secondo le direttive dal Capo di stato maggiore Cadorna fu allontanato dalla Scuola allievi ufficiali di Cormons che stava frequentando.

Nel 1917 ottenne la nomina a sottotenente, assumendo poi il comando di un plotone e in seguito, con il grado di capitano, di una compagnia, distinguendosi sul Monte Zegna, in Val Lagarina e al Passo Buole. Al termine del conflitto fu nominato Commissario prefettizio di Fiumicello, aderendo poi al Partito Popolare. Quando il partito adottò i metodi massimalisti si avvicinò al movimento fascista, dimettendosi  4 marzo 1921, in disaccordo sulla requisizione dei cereali ai contadini voluta dal governo.

Il 9 febbraio 1922 si iscrisse al Partito Nazionale Fascista, prendendo parte alla marcia su Roma e riprendendo poi il mestiere di insegnante. Entrato in disaccordo con il Provveditore agli studi per la politica del trasferimento di insegnanti meridionali, che non parlavano bene l’italiano, in Friuli finì sotto processo, rimediando una sospensione dello stipendio e una multa. Trasferito dapprima a Milano e poi a Roma, fu richiamato in servizio attivo il 6 settembre 1939 per la promozione a capitano in servizio permanente effettivo.

Assegnato al 396º Battaglione costiero, ma venne congedato per essere arruolato nuovamente in fanteria il 3 giugno 1940 presso il 408º Battaglione costiero, anch’esso di stanza in Sardegna. Nel marzo 1942 presentò domanda di ammissione presso la Scuola paracadutisti di Tarquinia, venendovi ammesso, e nel giugno 1943 ritornò in Sardegna quale maggiore comandante del XII Battaglione, 184º Reggimento, 184ª Divisione paracadutisti “Nembo”.

All’atto dell’armistizio dell’8 settembre decise di proseguire la lotta a fianco dell’alleato tedesco, seguito in blocco dagli uomini del XII Battaglione, nonostante le pressioni esercitate su di lui dal generale Ronco, comandante della divisione. Transitato poi in Corsica il Battaglione fu trasferito a Pisa a bordo di velivoli da trasporto Junkers Ju 52.

Il 22 gennaio 1944 gli alleati sbarcarono ad Anzio, e il suo battaglione, inserito nel 1º Corpo d’armata tedesco, entrò in azione l’11 febbraio successivo. Il 10 marzo dovette recarsi a Salò per appianare un incidente scoppiato in seguito all’invio di una lettera ad una sua amica goriziana, intercettata dalla censura e recapitata personalmente a Mussolini, in cui il Duce veniva definito “una Maddalena pentita”. Gli venne chieso dal segretario particolare del Duce Bortolo Giovanni Dolfin di scusarsi per iscritto, ma egli diede risposta negativa dicendo che non aveva niente di cui chiedere perdono, e fu lo stesso Mussolini, colpito dal suo atteggiamento a chiudere l’incidente.

Ritornato nella zona dello sbarco di Anzio, dove gli alleati avevano oltrepassato la linea difensiva tedesca a Nettuno, il suo reparto rimase di retroguardia attestandosi a Castel di Decima. Dopo aver respinto un primo attacco inglese, il 4 giugno i paracadutisti furono attaccati da carri M4 Sherman del 46° Royal Tanks Regiment unitamente ad altre colonne avanzanti sulla via Laurentina incolonnati nella strettoia di Fosso Malfosso. In due grotte, ai lati della via obbligata, era sistemato il suo comando tattico privo di armi controcarro e la situazione divenne immediatamente drammatica.

Attaccati dai due lati, per cercare di alleggerire la pressione, seguito dal suo portaordini Massimo Rava, uscì dal comando, e con mitra e bombe a mano si avventò sul primo carro. I due vennero colpiti ed uccisi dalle raffiche di mitragliatrice sparate da quello successivo, ma l’attacco consentì ai rimanenti uomini al comando del capitano Edoardo Sala di lanciarsi al contrattacco, ed usando i panzerfaust a fermare l’avanzata dei carri dando il tempo ai rimanenti uomini di ripiegare combattendo verso Roma.

Nella città eterna e precisamente nella zona della Magliana e all’EUR i paracadutisti furono gli ultimi a difendere la città dall’avanzata alleata. Il corpo del maggiore Rizzatti fu precariamente seppellito dinnanzi alle due grotte della tenuta del conte Vaselli, ma ad occupazione alleata compiuta il locale medico condotto ne dispose l’esumazione e la successiva cremazione. L’operazione riuscì parzialmente, e ciò che rimaneva della salma fu successivamente sepolta in una fossa comune al Cimitero del Verano.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

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