2^ G.M. L'armistizio

Parma, 22 maggio 1944 si apre il processo agli Ammiragli

A Parma il 22 maggio del 1944 si aprì il processo contro quattro ammiragli della Regia Marina accusati di tradimento a seguito della mancata difesa delle piazzeforti marittime di Pantelleria e Augusta-Siracusa e la resistenza alle truppe tedesche a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Alla sbarra sono chiamati quattro ammiragli, Inigo Campioni, Luigi Mascherpa, Priamo Leonardi e Gino Pavesi. Il processo ebbe inizio alle 9 i primi due sono presenti, gli altri due latitanti.

Si trattava del secondo grande processo intentato dal Governo della Repubblica Sociale Italiana contro traditori o presunti tali e contro i militari che a detta del nuovo Governo non avevano compiuto fino in fondo il proprio dovere. Il primo grande processo era andato in scena a gennaio del 1944 quando alla sbarra andarono coloro che nel concitato Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943, votarono a favore dell’ordine del giorno Grandi, decretando di fatto la fine del Fascismo.

Chi volesse approfondire l’argomento può leggere il nostro post dedicato al processo di Verona, può leggere i due post a esso dedicati, che potete trovare ai seguenti link:

8 gennaio 1944, il processo di Verona

Si chiude a Verona il processo ai “traditori” del 25 luglio 1943

Tornando al processo oggetto del nostro post odierno, il dibattimento si svolge nella sede della Corte d’Appello, la grande sala d’udienza a pianterreno, alla quale si accede da una vasta sala divisa in tre navate da due file di colonne, è addobbata con bandiere tricolori. Sopra alla porta spicca a grandi lettere: Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. In fondo alla sala, sulla parete di fronte alla porta stanno i giudici, i due ammiragli sono seduti in parte.

Vediamo brevemente i profili dei quattro imputati e soprattutto perchè venne intentato il processo contro di loro. La prima figura che andiamo ad analizzare è quella di Inigo Campioni il più alto in grado fra gli ufficiale a processo. Nato a Viareggio (Lucca) il 14 novembre 1878, iniziò la carriera militare nel 1893 come allievo dell’Accademia Navale. Nel novembre del 1941 fu nominato governatore delle Isole dell’Egeo e comandante di tutte le forze armate operanti in quel settore.

Dopo l’8 settembre 1943 guidò la resistenza ai tedeschi fino alla resa dell’Isola di Rodi l’11 settembre. Catturato, fu deportato dapprima in Germania e in seguito consegnato dai tedeschi alle autorità della Repubblica Sociale e rinchiuso nel carcere San Francesco di Parma, in attesa di processo. Lo stesso venne assalito dai partigiani a seguito di un bombardamento che lo aveva semidistrutto, ne vennero liberati diversi detenuti politici ma l’ammiraglio Inigo Campioni e il contrammiraglio Luigi Mascherpa, si rifiutarono di fuggire.

Luigi Mascherpa nacque a Genova il 15 aprile 1893, e nel 1914 conseguì la nomina a guardiamarina, durante la Grande Guerra ricoprì l’incarico di pilota sugli idrovolanti della Regia Marina, guadagnandosi la medaglia d’argento al Valor Militare. Successivamente fu imbarcato sull’incrociatore San Giorgio, e nel 1926 dopo la promozione a capitano di corvetta comandò il battaglione di fanteria di marina “San Marco”.

Dopo la promozione a capitano di vascello, gli fu assegnato il grado di contrammiraglio ed il comando della piazzaforte di Leros e delle isole vicine nell’aprile del 1942. Questa era all’epoca una munita base navale che ospitava una flottiglia di sommergibili, una squadriglia di cacciatorpediniere, vari MAS e 24 batterie di artiglieria antinave ed antiaerea, con un campo di aviazione e truppe di presidio.

Alla data dell’8 settembre 1943, avendo rifiutato la resa ai tedeschi, con le truppe presenti nella base di Lero, isola del Dodecaneso, e con l’aiuto di circa 2000 britannici giunti via mare resistette per oltre 2 mesi agli attacchi aerei e agli sbarchi tedeschi. Esaurita ogni capacità di resistenza, offrì la resa il 16 novembre 1943, in seguito alla quale i tedeschi massacrarono la maggior parte degli ufficiali e molti soldati della guarnigione, composta dai fanti del 10º reggimento della divisione Regina, da marinai della base navale e da personale della difesa antiaerea.

Mascherpa fu catturato il 17 novembre 1943 dai tedeschi, trasferito in un campo di concentramento in Germania, e successivamente consegnato alla Repubblica Sociale Italiana e rinchiuso prima nel carcere degli Scalzi di Verona e poi nel carcere San Francesco di Parma, in attesa di processo. Come abbiamo appena raccontato il carcere venne assalito e i prigionieri politici liberati, ma i due ufficiali si rifiutarono di fuggire.

La terza figura che andiamo ad analizzare è quella dell’ammiraglio di Divisione Gino Pavesi. Nato a Pisa nel 1888, entrò nell’Accademia navale di Livorno nel 1906, venendo nominato guardiamarina nel 1909. Nel 1911-1912 partecipò alla Guerra italo-turca, col grado di sottotenente di vascello e durante la Grande Guerra nell’aprile 1915 venne promosso a tenente di vascello.

Dopo la promozione a contrammiraglio nel gennaio 1940, quando l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale Pavesi prestava servizio presso l’Ispettorato allestimento e collaudo nuove navi. Promosso ad ammiraglio di divisione nel settembre 1942, Pavesi fu nominato comandante della Zona Militare Marittima di Pantelleria nel marzo 1943. L’isola rappresentava una base potentemente fortificata, con un aeroporto in caverna (ove avevano base 60 aerei da caccia), al riparo dagli attacchi aerei, otto batterie antinave e 14 batterie contraeree.

A presidiare la munitissima isola, vi era una guarnigione di 11.420 uomini, in massima parte sistemata in posizioni difensive in caverna; tuttavia l’apparato difensivo dell’isola presentava vari punti deboli: sebbene il deposito munizioni principale fosse anch’esso in caverna, la distribuzione delle munizioni alle batterie doveva avvenire mediante strade scoperte; tre pozzi con pompe ad azionamento elettrico dovevano garantire l’autonomia idrica di Pantelleria, ma la relativa centrale elettrica era incompleta.

A causa dei costi elevati, gli apprestamenti in caverna per l’artiglieria non erano stati realizzati, così le batterie erano tutte allo scoperto, e così pure le linee telefoniche, che risultavano dunque molto vulnerabili; mancavano ostacoli subacquei e permanenti e campi minati.Con la resa delle forze dell’Asse in Tunisia, nel maggio 1943, Pantelleria si venne a trovare in prima linea.

Per gli Alleati la presa di Pantelleria e delle Isole Pelagie, seppur non fondamentale per la pianificata invasione della Sicilia, poteva rivestire notevole utilità, quindi a partire dall’8 maggio 1943, prese il via l’Operazione Corkscrew: da quel giorno, per oltre un mese, l’isola fu sottoposta a continui bombardamenti aerei da parte di circa 1500 velivoli angloamericani, per annichilirne le difese ed il morale della guarnigione, in preparazione di uno sbarco Alleato.

In tutto furono sganciate sull’isola 6202 tonnellate di bombe, a tutto ciò si aggiunsero due bombardamenti navali, l’8 e l’11 giugno e il blocco navale unità della Royal Navy, anche se ciò non impedì del tutto l’arrivo di rifornimenti inviati di notte con motozattere ed altre piccole unità. I bombardamenti ebbero l’effetto di sconvolgere le comunicazioni e la rete viaria, rendendo estremamente difficile la distribuzione di viveri ed acqua, di porre fuori uso la centrale elettrica e di distruggere parte delle artiglierie, ma fortunatamente grazie alla  grande disponibilità di rifugi in caverna.

Dopo due inviti alla resa a cui Pavesi non rispose, il giorno 11 giugno una flottiglia da sbarco di una cinquantina di unità britanniche, aventi a bordo 14.000 uomini, si presentò nelle acque antistanti Pantelleria. Alle 3.55 dell’11 giugno Pavesi chiese a Supermarina l’autorizzazione ad arrendersi; la richiesta fu portata a Benito Mussolini, il quale decise di autorizzarla, ordinando che il segnale di resa venisse trasmesso a mezzogiorno di quel giorno, e che la resa venisse motivata con la mancanza di acqua.

L’ammiraglio Pavesi, tuttavia, non attese l’autorizzazione di Roma, ed annunciò la sua resa alle ore 11 e cosa ancora più grave non dette l’ordine di distruzione dei depositi di materiale, degli hangar e delle altre installazioni militari dell’isola, che caddero così intatte nelle mani degli Alleati.

Internato in un campo di prigionia nel Regno Unito, subì durissime critiche negli ambienti del regime fascista, ed ancor più, nei mesi successivi di quelli della Repubblica di Salò, che lo accusavano di non aver opposto la dovuta resistenza all’attacco Alleato, “quali le leggi del dovere e dell’onore gli imponevano”, se non di aperto tradimento.

L’ultima figura che andiamo ad analizzare è quella dell’ammiraglio Priamo Leonardi. Nato Borgo Val di Taro, in provincia di Parma, nel 1888, entrò nell’Accademia navale di Livorno nel 1907 e ne usci nel 1911 col grado di guardiamarina, e nello stesso anno prese parte alla Guerra italo-turca a bordo dell’incrociatore corazzato Amalfi.

Dopo la promozione a tenente di vascello, Leonardi partecipò alla Grande Guerra, scalando i vari gradi della Regia Marina, prima capitano di corvetta, Leonardi comandò i cacciatorpediniere Monfalcone e Francesco Crispi; nel 1928 fu promosso a capitano di fregata e nel 1936 capitano di vascello ricevendo il comando dell’incrociatore leggero Bartolomeo Colleoni, con il quale prese parte  alla guerra civile spagnola. Nel 1938 divenne comandante della nave coloniale Eritrea, dislocata in Mar Rosso.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Leonardi era il comandante in seconda dell’Arsenale militare marittimo della Spezia e nel 1942 fu promosso a contrammiraglio. Nel gennaio 1943, a seguito dell’occupazione italo-tedesca della Francia di Vichy, gli fu assegnato il comando della neocostituita Piazza Militare Marittima di Tolone, e fu al contempo nominato capo di Stato Maggiore del neonato Dipartimento Militare Marittimo della Provenza.

L’8 giugno 1943 Leonardi fu nominato comandante della piazza militare marittima di Augusta-Siracusa, la piazzaforte meglio armata della Sicilia, con sei batterie costiere di grosso e medio calibro (381 mm, 254 mm, 152 mm), 17 batterie contraeree (cannoni da 76 e 102 mm), due pontoni armati (dotati di cannoni da 149 e 190 mm); per il fronte a terra (50 km) c’era invece una catena di 30 capisaldi presidiati da due battaglioni costieri.

Come per molte altre piazzeforti della Regia Marina, le difese di Augusta erano formidabili sul lato mare, ma piuttosto deboli sul lato terra; per questo i comandi britannici non intendevano occuparla mediante sbarco, bensì con un attacco dall’entroterra portato forze sbarcate altrove. Quando le forze Alleate sbarcarono in Sicilia, il 10 luglio 1943, non vi fu pertanto alcuno sbarco sulla costa di Augusta; una colonna dell’VIII Armata britannica, invece, sbarcò tra Pachino e Avola e da lì mosse contro Augusta e Siracusa, attaccando sul fiume Anapo.

Le batterie e posizioni italiane nell’area vennero attaccate anche da paracadutisti britannici e forze speciali del SAS. L’ammiraglio Leonardi tentò di arginare l’avanzata britannica con reparti raccogliticci, ma con scarsi risultati, non disponendo di formidabili artiglierie, ma inutili contro un attacco da terra né di truppe organiche. Mentre le forze britanniche dilagavano verso l’interno e verso Siracusa, Leonardi cercò di organizzare un contrattacco insieme a reparti tedeschi.

Nella notte tra il 10 e l’11 luglio, mentre Leonardi si trovava lontano da Augusta e dal suo quartier generale, essendosi recato di persona nell’entroterra per dirigere il contrattacco, gran parte della guarnigione di Augusta, ed in particolare il personale della MILMART  che armava le batterie costiere, abbandonò i propri posti, fece saltare batterie e fortificazioni, si sbandò e rientrò alle proprie case, abbandonando la divisa.

Quando fu informato dell’accaduto, Leonardi tentò di organizzare una difesa insieme a reparti tedeschi; nei giorni successivi continuò a spostarsi tra i reparti dipendenti per cercare di tenerne alto il morale e mantenersi in contatto con le sue forze, sempre più eterogenee e disperse, ed il 12 luglio giunse anche a rimettere personalmente in efficienza una batteria della MILMART abbandonata dai suoi serventi, aprendo con essa il fuoco sul primo cacciatorpediniere britannico che cercò di entrare nel porto di Augusta.

L’abbandono e la distruzione delle batterie costiere permise alla Royal Navy di sbarcare truppe direttamente ad Augusta; nonostante combattimenti che in alcune zone furono anche accaniti, sia Augusta che Siracusa caddero entro il 13 luglio. Leonardi stesso fu catturato dai britannici sei giorni più tardi e fu inviato in un campo di prigionia nel Regno Unito, dove rimase fino al novembre 1944.

Il comando della 6ª Armata, incaricata della difesa della Sicilia, ritenne Leonardi responsabile della caduta della piazzaforte di Augusta-Siracusa, e ne propose il deferimento alla corte marziale, ma tale proposito non ebbe seguito. La Repubblica Sociale accusò Leonardi di codardia e tradimento, per aver ordinato la distruzione delle batterie costiere e di aver consegnato Augusta al nemico senza combattere.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post e con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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