2^ G.M. Africa Settentrionale

“Cessare combattimento. Siete nominato Maresciallo d’Italia. Onore a voi et vostri prodi”.

Siamo nei primi giorni del maggio del 1943, l’Italia è in guerra da quasi tre anni e la lunga e tormentata campagna per il controllo dell’Africa settentrionale volge al termine. Le armate dell’Asse prese fra due fuochi, dagli americani provenienti da ovest e dai britannici da est, sono ormai arroccate nel punto più settentrionale della Tunisia. Niente può cambiare l’esito della battaglia finale, si tratta solo di capire come e quando la resa avverrà.

Il generale Giovanni Messe, era giunto in terra africana dopo aver abilmente combattuto come comandante del C.S.I.R. il Corpo di Spedizione Italiano in Russia nel 1941-42, il 31 gennaio 1943, assumendo il comando della I armata, composta da quattro divisioni di fanteria italiane e due tedesche, oltre a ciò che restava del D.A.K. di Rommel ed altre forze minori, per un totale di poco più ci centomila uomini. Sulla vicenda così ebbe a scrivere il conte Ciano nel suo famoso diario:

«un colpo mancino tiratogli da Cavallero per sbarazzarsene, poiché anch’egli deve essere convinto che in Tunisia non ci sono per noi possibilità di sorta e vuole che Messe, in una partita disperata, perda la sua reputazione e magari finisca in un campo di prigionia»

I primi, una volta tanto, ad arrendersi saranno i tedeschi che già il 5 maggio intavoleranno le trattative per la resa delle loro residue forze, duramente provate da oltre due anni di guerra prima in Libia ed Egitto poi nella fase finale in Tunisia. L’11 dello stesso mese dopo un ultimo tentativo disperato di resistenza il generale Von Armin, comandante supremo di tutte le forze italo-tedesche presenti in Tunisia, raggruppate nel cosiddetto Gruppo d’armate Afrika firmava la resa e si consegnava prigioniero.

Il generale von Arnim si consegna prigioniero alle truppe britanniche.jpg

Il generale von Arnim si consegna prigioniero alle truppe britanniche

Le truppe italiane del generale Messe, a cui era stata più volte rifiutata la resa con l’onore della armi continuarono a combattere per un altra settimana fino al 12 maggio. Quel giorno alle ore 11,15 il comandante della 1ª armata italiana schierata in Tunisia, ultimo reparto dell’Asse ancora in armi, ricevette un telegramma da Mussolini:

“Cessare combattimento. Siete nominato Maresciallo d’Italia.

Onore a voi et vostri prodi”.

A quel punto, il neo Maresciallo d’Italia dopo aver rifiutato di arrendersi al generale francese Henri Giroud, ritenendo “disumano” il trattamento da lui riservato ai prigionieri italiani, si recava presso il comando del Generale Bernard Cyril Freyberg comandante della 2° divisione neozelandese inquadrata nell’VIII° armata britannica per trattare la resa. La sua promozione di poche ore prima fece in modo che Messe fosse, il prigioniero dal grado più alto catturato dagli Alleati nel corso dell’ultimo conflitto mondiale.

Con lui vennero fatti prigionieri altri 22 generali e un numero molto elevato di soldati italiani e tedeschi. Alcune fonti parlano di circa 250.000 prigionieri, di cui 125.000 tedeschi. Lo storico britannico Basil Liddell Hart tuttavia basando i suoi calcoli sui dati ufficiali della forza vettovagliata dell’Asse al 2 maggio 1943, considera che i prigionieri non furono più di 170-180.000.

Nel mese precedente circa 9.000 feriti e malati dell’Asse erano stati evacuati, mentre nelle fasi finali del mese di maggio saranno 638 i soldati italo-tedeschi riuscirono a sfuggire alla cattura e raggiunsero la Sicilia.La notizia della resa delle ultime forze italiane in terra d’Africa veniva data in Italia con il bollettino di guerra n° 1083 del 13 maggio che recitava:

La I armata italiana, cui é toccato l’onore dell’ultima resistenza dell’Asse in terra d’Africa, ha cessato stamane per ordine del Duce, il combattimento.

Sottoposta all’azione concentrica ed ininterrotta di tutte le forze anglo – americane terrestri ed aeree, esaurite le munizioni, priva or­mai di ogni rifornimento, essa aveva ancora ieri validamente soste­nuto, con il solo valore delle sue fanterie, l’urto nemico. E’ così finita la battaglia africana durata, con tante alterne vicende, tren­tacinque mesi.

Nelle ultime lotte, durante le quali tutti i nostri reparti — e quelli germanici a loro fianco schierati — si sono battuti in sublime spirito di cameratesca emulazione, le artiglierie di ogni specialità e il Rag­gruppamento esplorante corazzato cavalleggeri Lodi davano, come sempre, splendida prova.

L’eroico comportamento dei nostri soldati che, sotto la guida del Maresciallo d’Italia Giovanni Messe, hanno nella lunga battaglia as­solto tutti i compiti loro commessi e conquistato nuova gloria alle proprie bandiere, riconsacra nel sangue e nel sacrificio la certezza dell’avvenire africano della Nazione.

Il generale Messe venne condotto prigioniero in Inghilterra e colà, pare ricevuto con tutti gli onori. La cosa finirà per provocare la dura reazione di Mussolini che più tardi nel periodo della Repubblica Sociale così commentò le ultime fasi della battaglia di Tunisia e la successiva resa. Sulla battaglia del Mareth combattuta nel marzo del 1943, su cui Messe inviò una lunga relazione, il Duce così commentò:

“…in quella relazione distribuiva più elogi agli inglesi che non alle forze italiane; eccessivi tali riconoscimenti ai nemici che si rifrangevano anche sugli italiani, in quanto dimostravano che i nostri soldati avevano combattuto contro soldati non di seconda classe ma di prima classe”.

Quando Messe venne catturato a fine conflitto e trattato da Re dagli inglesi Mussolini in un suo articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 1945, poi raccolto insieme ad altri in “Il tempo del bastone e della carota” ebbe a dire:

“Oggi, alla luce del tradimento particolarmente obbrobrioso di Messe, ci si domanda se tutto ciò non fu calcolato e intenzionale, in vista di una cattività che Messe non poteva escludere dal novero delle possibilità. E’ altresì indubbio che Messe, attraverso la sua relazione, godé di una immediata buona stampa in Inghilterra, ed è altresì documentato dalle fotografie che, giunto in volo nei pressi di Londra, il Messe fu accolto da uno stuolo di generali non come un prigioniero e italiano per giunta, ma come un ospite di riguardo”

L’accoglienza tributata allo stesso in Gran Bretagna getta delle ombre, su uno dei due più validi generali italiani del secondo conflitto mondiale. Ricordiamo che a S.A.R. il principe Amedeo Duca d’Aosta, comandante delle forze italiane nei territori dell’Africa Orientale Italiana, fatto prigioniero nel maggio del 1941, non venne riservata tanta cortesia.Condotto prigioniero in Kenia, lì morirà pochi mesi dopo, il 3 marzo 1942 a causa della tubercolosi contratta in guerra.

Chi volesse approfondire l’argomento può leggere il nostro post dedicato alla morte del Vicerè al seguente indirizzo:

3 marzo 1942, muore l’eroe dell’Amba Alagi

Lo stesso 13 maggio, il generale Alexander comandante delle forze armate Alleate in Africa, così comunicava la fine delle operazioni al suo Primo Ministro, sir Winston Churchill:

“E’ mio dovere informarla che la campagna di Tunisi è terminata. Ogni forma di resistenza nemica è cessata. Noi controlliamo le spiagge del Nordafrica…”.

Riguardo al Maresciallo d’Italia Giovanni Messe, la sua prigionia sarà particolarmente breve. Ritenuto degno della carica di Capo di S.M. Generale nel nuovo esercito del Sud, l’esercito cobelligerante che partecipava alla campagna d’Italia al fianco dell armate Alleate, il 18 novembre 1943 venne rimpatriato. Tenne la suddetta carica fino alla fine della seconda guerra mondiale in Europa e precisamente fino al 1º maggio 1945.

Sulla lunga e sanguinosa campagna in Africa settentrionale sono stati scritti centinaio di testi, noi vi consigliamo I soldati italiani in Africa settentrionale (1941-43) di cui sotto riportiamo la recensione completa:

I soldati italiani in Africa settentrionale (1941-43)Nonostante sia stata data preminenza negli anni all’Afrikakorps, furono le forze numericamente molto superiori dell’esercito italiano che tennero il fronte e formarono la massa della forza combattente disponibile per le potenze dell’Asse nel corso della guerra nel deserto dal 1941 al 1943. Il loro comportamento è stato ingiustamente criticato per anni – i migliori reparti italiani erano equivalenti a quelli britannici e tedeschi – ma esse soffrirono a causa di una mancanza di mobilità e per l’equipaggiamento mediocre che rese loro impossibile poter affrontare ad armi pari le forze britanniche motorizzate. Malgrado questo, l’esercito italiano fu soggetto a molti cambiamenti durante questo periodo di tempo, con l’immissione di una serie di reparti d’elite – divisioni corazzate, meccanizzate e paracadutiste che fecero molto per ripristinare la reputazione di combattente del soldato italiano nella guerra del deserto. Questo libro descrive nel dettaglio il reclutamento, l’organizzazione e le esperienze delle forze italiane in questo teatro, gettando nuova luce su di una forza le cui capacità e potenzialità combattenti sono state troppo a lungo a torto ignorate e calunniate.

Grazie per aver letto il nostro post e con la speranza che lo abbiate apprezzato e vogliate continuare a seguirci, Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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