5 maggio 1936, la guerra è finita. L’Etiopia è italiana

Rifacendosi agli albori dell’impero romano e mosso alla volontà di non rimanere indietro rispetto alle nazioni europee più sviluppate, Mussolini decise di allargare il colonialismo italiano, che in passato aveva dato come frutto il controllo della Libia, della Somalia e dell’Eritrea. Si decise quindi di estendere l’influenza italiana in Etiopia, rimasta uno stato indipendente, governato dall’ imperatore Hailé Selassié e dai governatori locali, i ras.

La campagna militare contro quella che il regine chiamava Abissinia iniziò nell’ottobre del 1934, quando ci fu uno scontro a fuoco fra l’Etiopia e la Somalia italiana, a Ual Ual, teatro di un attacco a sorpresa delle milizie etiopiche. L’atto ostile infastidì molto il Duce che nel dicembre 1934, spiegò al maresciallo Badoglio che quest’atto si poteva e doveva risolvere solo con l’intervento delle armi. Fu così che, dopo quasi un anno, nell’ottobre del 1935 ci fu la chiamata alle armi.

Gli inglesi fecero di tutto per impedire a Mussolini l’invasione perché temevano che quel conflitto avrebbe potuto farne scaturire degli altri: quindi proposero al duce degli scambi e delle offerte che vennero, però, rifiutate. Anche la Società delle Nazioni si schierò contro l’intervento in Africa: 52 stati furono contro l’Italia, ma ciò non fece desistere  Mussolini che era in cerca di consenso interno e così il 3 ottobre del 1935 le truppe italiane invasero l’Etiopia.

Il Regno d’Italia schierò un ingente numero di truppe nazionali e di truppe coloniali, gli Ascari e un gran numero di mezzi e armi che riuscirono in pochi mesi a piegare la resistenza etiope. Il 3 maggio 1936 il Negus Hailé Selassié abbandonò l’Etiopia; il 5 maggio gli italiani conquistarono la capitale Addis Abeba, la notizia si diffuse e arrivò in Italia verso il tramonto. Mussolini si preparò ad un solenne discorso per annunciare che l’Italia aveva il suo Impero.

La Guerra d’Etiopia risultò essere il punto di arrivo del consenso del fascismo. Sotto riportiamo il testo integrale del discorso che Mussolini pronunciò dal balcone di Palazzo Venezia.

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Camicie nere della rivoluzione! Uomini e donCamicie nere della rivoluzione! Uomini e donne di tutta Italia! Italiani e amici dell’Italia al di là dei monti e al di là dei mari! Ascoltate! 
Il maresciallo Badoglio mi telegrafa:

” Oggi 5 maggio alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba “.

Durante i trenta secoli della sua storia, l’Italia ha vissuto molte ore memorabili, ma questa di oggi è certamente una delle più solenni. Annuncio al popolo italiano e al mondo che la guerra è finita. Annuncio al popolo italiano e al mondo che la pace è ristabilita. Non e senza emozione e senza fierezza che, dopo sette mesi di aspre ostilità, pronuncio questa grande parola. Ma è strettamente necessario che io aggiunga che si tratta della nostra pace, della pace romana, che si esprime in questa semplice, irrevocabile, definitiva proposizione: l’Etiopia è italiana! Italiana di fatto, perché occupata dalle nostre armate vittoriose; italiana di diritto, perché col gladio di Roma è la civiltà che trionfa sulla barbarie, la giustizia che trionfa sull’arbitrio crudele, la redenzione dei miseri che trionfa sulla schiavitù millenaria. Con le popolazioni dell’Etiopia, la pace è già un fatto compiuto. Le molteplici razze dell’ex-impero del leone di Giuda hanno dimostrato, per chiarissimi segni, di voler vivere e lavorare tranquillamente all’ombra del tricolore d’Italia. I capi ed i ” ras ” battuti e fuggiaschi non contano più e nessuna forza al mondo potrà mai più farli contare. Nell’adunata del 2 ottobre, io promisi solennemente che avrei fatto tutto il possibile onde evitare che un conflitto africano si dilatasse in una guerra europea. Ho mantenuto tale impegno, e più che mai sono convinto che turbare la pace dell’Europa significa far crollare l’Europa. Ma debbo immediatamente aggiungere che noi siamo pronti a difendere la nostra folgorante vittoria con la stessa intrepida ed inesorabile decisione con la quale l’abbiamo conquistata. Noi sentiamo così d’interpretare la volontà dei combattenti d’Africa, di quelli che sono morti, che sono gloriosamente caduti nei combattimenti e la cui memoria rimarrà custodita per generazioni e generazioni nel cuore di tutto il popolo italiano, e delle altre centinaia di migliaia di soldati, di camicie nere, che in sette mesi di campagna hanno compiuto prodigi tali da costringere il mondo alla incondizionata ammirazione. Ad essi va la profonda e devota riconoscenza della patria, e tale riconoscenza va anche ai centomila operai che durante questi mesi hanno lavorato con un accanimento sovrumano. Questa d’oggi e una incancellabile data per la rivoluzione delle camicie nere, e il popolo italiano, che ha resistito, che non ha piegato dinanzi all’assedio ed alla ostilità societaria, merita, quale protagonista, di vivere questa grande giornata.

Camicie nere della rivoluzione! Uomini e donne di tutta Italia! Una tappa del nostro cammino è raggiunta. Continuiamo a marciare nella pace, per i compiti che ci aspettano domani e che fronteggeremo con il nostro coraggio, con la nostra fede, con la nostra volontà. Viva l’Italia!

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