2^ G.M. La guerra civile 1943-45

L’ultima raffica di Salò, la morte di Alessandro Pavolini

Siamo nei ultimi tragici giorni della seconda guerra mondiale, il 25 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale ha emanato l’ordine di insurrezione generale, la Repubblica Sociale è praticamente crollata i tedeschi pensano a ritirarsi verso la Germania. Dopo il fallimento delle trattative di resa con il CLN, Mussolini, dopo una riunione al palazzo della Prefettura a Milano, decise di accettare la proposta di Pavolini ed impartì l’ordine di dirigersi verso il Ridotto alpino repubblicano, ordine mascherato nella formula “Precampo a Como”, ma tuttavia ben chiaro.

Mussolini si appresta a lasciare Milano.jpg

Mussolini si appresta a lasciare Milano

Pavolini, segrertario del Partito Fascista Repubblicano e comandante del Corpo Ausiliario delle Camicie Nere, meglio note come Brigate Nere,  ordinò ai reparti della Liguria e del Piemonte di muovere verso la Valtellina e stimò in circa 25.000 le unità in movimento. Prima di partire ebbe un violento scontro con Graziani, che lo accusò di mentire e di illudere il Duce, e con Junio Valerio Borghese, il quale gli disse che la Xª Flottiglia MAS non sarebbe andata in Valtellina e che si sarebbe arresa “a modo nostro”.

Alla partenza di Mussolini, Pavolini spintonò Carlo Borsani, cieco di guerra pluridecorato e Medaglia d’oro al valor militare, che supplicava il Duce di trattenersi a Milano dove stava trattando la resa con i partigiani.  Mussolini partì la sera del 25 aprile; il giorno dopo si mosse una numerosa colonna di 178 veicoli, che contavano 4.636 uomini e 346 ausiliarie al comando di Pavolini. Della stessa faceva parte l’autoblindo artigianale fatta preparare da Idreno Utimpergher, Comandante della XXXVI Brigata Nera di Lucca. Si trattava in pratica un vecchio camion Lancia 3 RO requisito alla Manifattura Tabacchi di Lucca e fatto corazzare.

Una volta arrivati a Como la colonna non trova Mussolini che nel frattempo ha proseguito verso Menaggio. Nella notte del 26 tutti sostano a Menaggio, dove si aggiunge un convoglio militare tedesco in ritirata, composto da trentotto autocarri e da circa duecento soldati della Flak, la contraerea tedesca, al comando del capitano Hans Fallmeyer. Quando tutti si rimettono in marcia verso la Svizzera, Pavolini portò sul suo autoblindo in testa al corteo sia quello che diverrà noto come l’oro di Dongo che gli archivi documentari, forse contenenti anche il presunto carteggio Churchill-Mussolini.

L'autoblindo “Lucca”.jpg

L’autoblindo “Lucca”

Dopo circa un’ora di viaggio Pavolini fermò la colonna, chiedendo a Mussolini (della cui sicurezza si autoproclamò responsabile) di scendere dalla sua auto per viaggiare sul suo autoblindo. Poco più avanti la nutrita e armata colonna incappò nel posto di blocco improvvisato dalla 52° Brigata d’assalto Garibaldi “Luigi Clerici” tra Musso e Dongo. Sono le 7.30 del 27 aprile 1945 ed inizia una estenuante trattativa tra i tedeschi ed i partigiani.

Da una parte i partigiani, comandati da Pedro, il conte Pier Bellini delle Stelle, accompagnato dall’interprete Aimone Canape di Dongo. Dall’altra: Francesco Barracu, Medaglia d’Oro, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri della RSI; Vito Casalinuovo, colonnello della G.N.R. ufficiale d’ordinanza del Duce; Idreno Utimperghe e il capitano Hans Fallmeyer. Il comandante della colonna tedesca riferisce che vi sono accordi tra i comandi superiori: i tedeschi non devono attaccare i partigiani, che però devono lasciare transitare la colonna che intende tornare in Germania passando per Merano.

Pedro comunica ai tedeschi che, per lasciarli transitare, deve andare a Chiavenna per consultarsi con il suo superiore: Dionisio Gambaruto “Nicola”. Il comandante Pedro e il comandante tedesco Fallmeyer, con Michele Moretti “Pietro” ed il cittadino svizzero Alois Hoffman, che funge da interprete, si recano a Chiavenna.

“Alle ore 13 circa fecero ritorno i parlamentari e il comandante Pedro ci comunicò che il comando di Chiavenna aveva deciso di lasciar passare i tedeschi armati senza fare uso delle armi; nessun italiano però doveva passare con la colonna stessa e per cui noi dovevamo visitare tutte le macchine per tale scopo. Per cui fu deciso di far proseguire la colonna fino a Dongo dove ebbe luogo la visita a tutti gli automezzi”

così scrive il Brigadiere della Guardia di Finanza Giorgio Buffelli nella sua relazione sui fatti di Dongo.

I tedeschi possono passare e raggiungere la Germania, per gli italiani invece pare non esserci via d’uscita.  A Mussolini avevano fatto indossare un pastrano ed un elmetto da sottufficiale tedesco, che copre la divisa della Guardia Nazionale Repubblicana nel tentativo di farlo in tal modo passare inosservato e consentirgli di superare il blocco e fatto salire sul sul quarto autocarro della colonna della Flak, targato WH 529507.

Raggiunto un accordo col conte Bellini, gli autocarri tedeschi partirono e poterono proseguire con Mussolini. Gli italiani, dopo la partenza dei tedeschi, avrebbero dovuto invece tornare indietro: l’autocarro di Pavolini partì bruscamente non si sa per una manovra scomposta o per tentare di forzare il blocco. Ne nacque una sparatoria. Mentre Barracu proponeva di arrendersi, Pavolini gridava:

“Dobbiamo morire da fascisti, non da vigliacchi”

preso il mitra si lanciò quindi verso il lago, correndo e sparando. Fu inseguito dai partigiani e ferito in modo piuttosto grave da schegge di proiettile ai glutei. A seguito di un’ampia battuta di ricerca fu catturato a notte, indebolito dalla ferita, fu poi portato a Dongo, nella Sala d’Oro del palazzo comunale, dove poi fu condotto brevemente anche Mussolini, anch’egli nel frattempo riconosciuto e catturato.

I gerarchi fascisti poco prima di essere fucilati sul lungo lago il 27 aprile 1945.JPG

Nicola Bombacci, Francesco Maria Barracu, Idreno Utimperghe, Alessandro Pavolini, Vito Casalinuovo, Paolo Porta, Fernando Mezzasoma,  Ernesto Daquanno.

Insieme a Paolo Porta e Paolo Zerbino Pavolini fu processato per collaborazionismo con il nemico, passibile per il C.L.N. di fucilazione immediata secondo la sua ordinanza del 12 aprile precedente. Furono fucilati anche gli altri 12 arrestati che erano con loro. Pavolini ebbe per ultimo vanto quello di guidare la fila indiana dei condannati che dall’edificio del comune si avviò verso il lago, nei pressi del quale furono schierati di schiena per l’esecuzione che avvenne intorno alle 17.48 del 28 aprile 1945.

“Un’Idea vive nella sua pienezza e si collauda nella sua profondità quando il morire battendosi per essa non è metaforico giuramento ma pratica quotidiana”

Con lui scompariva una delle figure principali del Fascismo, per quanto sbagliata potesse essere la sua ideologia e i mezzi che aveva adottato per metterla in pratica, Pavolini era incontestabilmente una persona di una linearità e di una rettitudine esemplare. Con il fascismo non si era arricchito e non aveva cercato con bramosia di occupare posizioni che gli avrebbero permesso di gestire un potere a cui aveva sempre dimostrato di non ambire. Il ruolo che occupava era per lui il mezzo necessario per adempiere al suo dovere, la maniera per servire la Patria nel migliore dei modi.

Venne definito da Arrigo Petacco in un libro a lui dedicato “Il superfascista”, per chi volesse approfondire la figura di Pavolini può rileggere il nostro post a lui dedicato al seguente link:

Alessandro Pavolini, il superfascista

Il cadavere di Pavolini fu esposto il giorno dopo a Milano, a Piazzale Loreto, appeso con quello di Mussolini. Il suo corpo riposa al Campo X del Cimitero di Musocco: “Campo militare dell’Onore”, dove nel corso degli anni successivi alla guerra sono stati riuniti i resti di alcune centinaia di caduti della Repubblica sociale italiana, per la precisione 921, sono sepolti nove volontari italiani nelle SS, oltre centocinquanta delle Brigate nere, più di cento della Legione Ettore Muti e oltre quaranta della Decima Mas”.

Al Campo X sono state anche tumulate alcune delle figure che hanno fatto la storia del ventennio fascista e della RSI, oltre al già citato Alessandro Pavolini segretario nazionale del Partito fascista repubblicano, oltre che comandante generale delle Brigate Nere, i gerarchi Francesco Maria Barracu e Carlo Borsani, Francesco Colombo il capo della Ettore Muti, Armando Tela uno dei luogotenenti della “banda Koch” e tre medaglie d’oro al valo militare fra cui l’Asso prima della Regia Aeronautica e poi dell’A.N.R. maggiore Adriano Visconti di Lampugnano.

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