2^ G.M. Gli ultimi giorni di guerra in Italia

Milano 26 aprile 1945, la Decima non si arrende, smobilita

Il giorno 26 aprile 1945, Milano presentava un aspetto desolante, abbandonata dalle autorità civili e militari; Mussolini e il governo della Repubblica Sociale, infatti alle 20 della sera prima avevano lasciato la città per seguire Pavolini, il comandante dell Brigate Nere che immagina un ultima resistenza del fascismo repubblicano in Valtellina. Per il Duce e il suo seguito, quello sarà l’ultimo viaggio intercettati dai partigiani verranno fatti prigionieri e fucilati nei giorni successivi e i loro corpi esposti a piazzale Loreto a Milano.

Ma nella città dove nacque il fascismo nel 1919, dove tutti i reparti tedeschi e della R.S.I sono allo sbando, la Decima come nei giorni dell’armistizio dell’8 settembre è ancora perfettamente in efficienza, il giorno prima ha occupato la caserma abbandonata dai reparti della Guardia Nazionale Repubblicana che si era praticamente dissolta e l’armeria con un gran numero di mitragliatori Beretta e di pistole era stata presa in consegna dai marò.

Junio Valerio Borghese.jpg

I reparti della Decima sono acquartierati nel loro ridotto in piazzale Fiume (oggi piazza della Repubblica), nel cortile interno di un palazzo dove oggi c’è una filiale della Banca Nazionale del lavoro. Davanti, per un rettangolo che comincia all’angolo di via Principe Umberto (ribattezzata Albania durante la Repubblica Sociale e oggi Turati) e prosegue lungo i giardini sino alla circonvallazione (viale Monte Santo), sono stati messi, a formare un campo trincerato, cavalli di frisia, sacchetti di sabbia e approntate postazioni di difesa con un potente armamento: mitragliere binate e trinate calibro 12.7 e calibro 20, che i marò avevano preso nei giorni dell’armistizio, nella base della Regia Aeronautica di Sesto Calende,, da lì nel 1933 erano partiti gli idrovolanti di Italo Balbo per la trasvolata atlantica del Decennale.

Allo stato dei fatti il ridotto della Decima poteva ritenersi inespugnabile dalle forze partigiane che, per la maggior parte, erano raccogliticce, gente che all’ultimo momento aveva deciso di mettere al braccio una fascia tricolore e di dichiararsi resistente. Per lo più gente che voleva o rifarsi una verginità o agganciarsi in qualche modo al carro dei vincitori. I veri partigiani erano ancora in montagna e, al massimo, si accingevano a scendere nelle città, Milano compresa. Qui la sera precedente il comandante della Decima Mas, Junio Valerio Borghese tiene a rapporto il suo stato maggiore:

“ …decisi di seguire il mio programma, stabilito per la Decima Mas, lo stesso dell’8 settembre 1943: restare sul posto in difesa dei miei uomini e, con essi, seguendo la loro sorte, cercare di rendermi ancora utile al popolo”.

Il comandante della Decima, è ben deciso a non arrendersi ai partigiani, aspettare le forze americane o comunque alleate. Per questo propone al Comitato di Liberazione Nazionale di presidiare la città con i suoi 700 uomini organizzati, disciplinati, armati. La trattativa si svolge fra il capitano Gennaro Riccio, che rappresenta la Decima, il capitano Federico Serego degli Alighieri e il maggiore Mario Argenton che rappresenta il generale Raffaele Cadorna, comandante militare del Corpo Volontari della Libertà. E’ una proposta ardita, la che il CNL, non accetterà.

Un accordo comunque viene raggiunto la mattina del 26 aprile. Recita così:

“Il comando X^ flottiglia Mas è rimasto al suo posto perchè conscio dei doveri incombenti a comandante di forze armate. Visto però non accettata dai suddetti delegati la proposta di temporaneo utilizzo degli uomini della Decima in funzione collaborativa dell’ordine pubblico nell’esclusivo interesse della cittadinanza milanese, di comune accordo convengono: il comando del distaccamento Decima di Milano provvederà al trapasso di tutte le armi e del materiale di pertinenza della Decima al comando Corpo Volontari della LIbertà in conformità delle istruzioni impartite dal comando alleato. L’esecuzione del trapasso è affidata agli stessi delegati o a chi per essi con gli ufficiali designati dal comando Decima”.

Ma l’offerta della disponibilità dei reparti della Decima venne respinta. E così, di comune accordo, si convenne che: le armi sarebbero state depositate nell’armeria della sede della Decima; ogni uomo, completo del suo corredo, sarebbe stato libero di raggiungere la propria casa. Il Comandante, fa dare sei mensilità di paga a ogni marò e portare in prefettura circa 11 milioni di lire rimasti in cassa, i registri amministrativi e alcuni chili di oro e di gioielli che quelli della Decima hanno sottratto dalle casseforti delle SS tedesche in fuga.Nel pomeriggio del 26 aprile, nel cortile di piazzale Fiume viene ordinata l’assemblea generale, per ragguagliare il personale sulla situazione.

I reparti si schierano elmetto in capo, maglione grigio e uniforme grigioverde. Tutti sono armati. All’ esterno del palazzo sono rimaste soltanto poche sentinelle alle mitragliere. La città è sempre calma. In piazzale Fiume non giunge nemmeno l’eco lontana di spari o di esplosioni. L’assemblea è completata, arriva il principe Borghese in uniforme: cordellina d’argento e oro dei piloti di mezzi d’assalto e sul petto i nastrini delle medaglie al valore militare, il distintivo della promozione per meriti di guerra e il nastrino della croce di guerra tedesca. Al suo fianco gli ufficiali dello stato maggiore. Come in ogni assemblea, il saluto viene porto da Borghese con queste parole: “Decima, marinai!”,

al quale i marò rispondono alla voce “Decima, comandante!”.

Borghese comincia a parlare.

“La vita che mi avete affidato con il giuramento in nome dell’onore vi viene oggi restituita, libera da ogni vincolo. Il compito che ci eravamo assegnati non è stato tradito…”. Il discorso non è lungo, il comandante ricorda vittorie e sconfitte, i caduti, i marò lontani. Sul volto dei piloti e dei marò scendono lacrime a pioggia. “Siate orgogliosi di quanto abbiamo fatto e tenete sempre alto il nome della Decima. La Decima non si arrende ma smobilita, tornate alle vostre case e collaborate per la rinascita dell’Italia, ricordandovi che un popolo non finisce per una sconfitta ma quando dimentica di essere un popolo. Tenete presente altresì che la sorte del nostro confine orientale non è ancora definita; quando l’Italia dovesse lanciare un appello per la salvezza della Venezia Giulia, nessuno di voi manchi: Viva Trieste”.

Gli uomini si riscossero dal silenzio.

“Trieste, Comandante!”

Tre squilli di tromba e la bandiera di combattimento viene ammainata. Con un mesto “Decima, marinai!” “Decima, comandante!” l’assemblea si conclude, al canto dell’inno “Decima flottiglia nostra”. Erano le ore 17.10 del 26 aprile 1945.

L’impegno di lasciare le armi al CLN viene rispettato; ai mitragliatori Beretta però vengono tolti i molloni e gettati nelle fognature. Molti marò si organizzano in piccoli gruppi che saranno ospitati dai milanesi. Ci si cambia, a  qualcuno, che si è offerto volontariamente, vengono affidate le bandiere e i guidoni dei reparti. E’ quasi sera, i telefoni funzionano ancora, chi può avvisa i familiari. Alle due uscite che si aprono fra i reticolati sono arrivati altri ragazzi, sono i partigiani, in abiti borghesi, qualcuno porta al braccio una fascia tricolore, altri una fascia rossa con la falce e martello.

Il principe Borghese, che è rimasto al suo posto fino all’ultimo momento, si è da poco allontanato. Lui solo si è portato una pistola, la sua Walter con il colpo in canna. I venti mesi della Decima Flottiglia Mas e della RSI finiscono così.

A Milano ormai si parla soltanto della cattura dell’attore Osvaldo Valenti e della sua compagna Luisa Ferida, erano popolari e lui era un ufficiale della Decima. E’ stato catturato prima di poter arrivare in piazzale Fiume, base della Decima. Verrà ucciso qualche giorno dopo e precisamente il 30 aprile insieme alla sua compagna, incinta. Chi volesse approfondire l’argomento può leggere il nostro post dedicato alla triste vicenda.

“Fucilali, e non perdere tempo!” la morte degli attori Luisa Farida e Osvaldo Valenti

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