19 aprile 1941, i britannici abbandonano la Grecia

Il 19 aprile del 1941 nel corso di una riunione alla presenza del generale Archibald Wavell, il vincitore della 10ª armata italiana nel corso dell’operzione “Compass” iniziata nel dicembre del 1940 e conclusa con la battaglia di Beda Fomm del 10 febbraio 1941, fu presa la decisione di evacuare il corpo di spedizione inglese in Grecia. Esso era stato fatto sbarcare nemmeno un mese prima, e già era deciso il reimbarco poiché le forze greche non erano più in grado di dargli sostegno alcuno in quanto ormai allo sbando, è la fine della Grecia.

Al generale Henry Maitland Wilson comandante dei circa 60 mila uomini inviati da Churchill per contrastare le truppe dell’Asse che avevano attaccato il paese ellenico, viene dato l’ordine di reimbarcarsi e raggiungere l’isola di Creta per continuare li’ la resistenza. Martellati dagli Stukas tedeschi, i britannici ripiegano su Nàuplion, Kalamata (Kalàmai) e Monemvasìa, punti fissati per il reimbarco. Le loro retroguardie terranno duro alle Termopili; ma non potranno fare niente per evitare la dura sconfitta.

Agli ordini di Wilson vi era come detto sopra un contingente forte di circa 60 mila uomini, formato dal I corpo d’armata australiano, comandato dal generale Thomas Blamey, dalla 2ª divisione neozelandese, comandata dal generale Bernard Freyberg, da due divisioni inglesi e da una brigata polacca. Ripercorriamo brevemente le vicende che portarono il primo ministro inglese a decidere l’operazione.

Il 28 ottobre del 1940 le truppe italiane avevano invaso la Grecia partendo dalle loro posizioni nell’Albania che era stata occupata militarmente nel 1939. La scarsa se non nulla preparazione del piano, l’esiguità delle forze impiegate e la convinzione poi dimostratasi completamente errata che i greci non avrebbero opposto resistenza causarono numerosi rovesci militari italiani e l’invasione del territorio albanese da parte delle truppe elleniche.

La sostituzione del capo di Stato Maggiore Generale Badoglio avvenuta il 4 dicembre e la sua sostituzione con Cavallero, uniti all’invio di numerosi contingenti di rinforzo che arrivavano sulle coste albanesi e gettati nella fornace senza troppi complimenti, riuscirono finalmente a “innalzare il muro” e fermare l’offensiva greca e cominciare a pensare di passare alla controffensiva per concludere la guerra.

Il 29 gennaio 1941 moriva Ioannis Metaxas,il dittatore greco comandante delle forze armate ed al suo posto gli succedette Alexandros Korizis; che il 22 febbraio si incontrava ad Atene con il ministro della Guerra britannico Anthony Eden ed il suo consulente militare, il generale John Dill. Argomento dell’incontro la possibilità di inviare un corpo di spedizione Alleato in Grecia, vista la presenza sempre maggiore di truppe tedesche in Romania e Bulgaria. Lo schieramento di truppe bulgare al confine, faceva presagire un attacco al paese a sostegno dell’Italia.

Il primo ministro del Regno Unito Winston Churchill aveva in precedenza manifestato l’intenzione di aprire un “fronte balcanico” che, oltre alla Grecia, avrebbe compreso anche la Jugoslavia e la Turchia e, durante la spedizione diplomatica inviata nella capitale ellenica, venne concordato l’invio di un contingente di oltre 60.000 uomini che avrebbe compreso truppe britanniche, australiane, neozelandesi e della Polonia libera, che avrebbe assunto la denominazione di “forza W”.

La spedizione tuttavia non fu esente da polemiche e da pareri contrari: il generale Dill tentò privatamente di opporsi, lamentando che l’invio di una consistente forza in Grecia, a fronte della possibilità di un attacco su larga scala da parte dei tedeschi, si sarebbe dimostrata inutile, in quanto troppo debole rispetto alle forze che il nemico stava ammassando sul confine greco, opinione sostenuta dal fatto che le truppe erano sostanzialmente un contingente di terra, dotato di una sola brigata corazzata e quasi totalmente privo di aviazione e che tali risorse venivano sottratte al fronte del Nordafrica, incalzato in quel momento dall’Afrika Korps del generale Erwin Rommel.

Churchill, a dispetto di tali fondate obiezioni, riteneva che, attraverso l’aiuto offerto alla Grecia, questa avrebbe presumibilmente acconsentito a mettere a disposizione della Royal Air Force le grandi basi aeree di Salonicco, fatto al quale, fino a quel momento, essa si era opposta al fine di non offrire pretesti alla Germania, e tale concessione avrebbe garantito ai bombardieri britannici la possibilità di arrivare ai campi petroliferi di Ploiești.

Il 1º marzo 1941 la Bulgaria aderì al patto Tripartito, sottoscritto a Berlino il 27 settembre 1940 dal governo del Terzo Reich tedesco, dal Regno d’Italia e dall’Impero giapponese al fine di riconoscere le aree di influenza in Europa e Asia; e contestualmente fu firmato un patto di non aggressione tra il paese balcanico e la Turchia, che provocò le reazioni dell’Unione Sovietica in merito alla violazione della sua zona di sicurezza; il giorno successivo le truppe tedesche destinate all’invasione della Grecia iniziarono a schierarsi in territorio bulgaro.

Il 2 marzo, Churchill dette il via alla cosiddetta “operazione Lustre“, ossia il trasporto delle truppe e dei materiali in Grecia, che venne completata il giorno 26 con l’arrivo nei porti del Pireo e di Salonicco e il 5 dello stesso mese, venivano rotti i rapporti diplomatici fra Londra e Sofia. La Jugoslavia restava dunque l’ultimo paese neutrale dell’area e per questo fu sottoposto ad intense pressioni diplomatiche da parte dei due contendenti. Il 20 marzo il principe Paolo comunicò al suo governo che anche il suo paese avrebbe aderito al patto Tripartito, adesione che venne formalizzata a Vienna il giorno 25.

Soldati australiani si imbarcano per la Grecia dal porto di Alessandria.jpg
Soldati australiani si imbarcano per la Grecia dal porto di Alessandria

L’adesione della Jugoslavia al patto sollevò un’ondata di proteste nel paese e, il 27 marzo, un colpo di Stato guidato dal generale Dušan Simović pose sul trono Pietro II di Iugoslavia.Il nuovo governo stipulò immediatamente un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica e il 2 aprile Hitler confermava gli ordini diramati lo stesso giorno del colpo di Stato in Jugoslavia, la cosiddetta “direttiva 25”, che autorizzava lo Stato Maggiore tedesco ad elaborare i piani di invasione della Jugoslavia che sarebbe iniziata, contestualmente a quella della Grecia, la cosiddetta “operazione Marita”, il 6 aprile.

Sempre lo stesso 27 il generale Guzzoni, sottosegretario di stato alla guerra e sottocapo di Stato maggiore generale aveva comunicato a Cavallero di sospendere ogni offensiva e di

“provvedere in modo adeguato alla protezione dei confini con la Jugoslavia mediante opportuni spostamenti di forze, particolarmente con quelle non costituenti organicamente divisioni di fanteria “

e il successivo Mussolini, rispondendo a una lettera di Hitler, assicurava che era stata sospesa “l’offensiva il cui inizio era imminente”, e che altre sette divisioni si sarebbero aggiunte alla frontiera alpina orientale, alle sette già sul posto e ai 15.000 uomini della guardia alla frontiera. Il 29 marzo Mussolini diede a Cavallero le sue personali direttive:

” E’ chiaro che entrando in guerra contro l’Asse e quindi unendo le sue forze militari alla Grecia , la Jugoslavia tenterà di attaccarci alle spalle e di fianco. E’ quindi urgentemente necessario di preparare la nostra difesa e di resistere per il tempo occorrente alla Germania la quale attaccherà da est per congiungersi a noi.Tale periodo si calcola in 10 15 giorni.Mentre vi mando d’urgenza la Messina vi propongo di togliere dal fronte sud due divisioni onde portare a sei quelle schierate al fronte nord in aggiunta agli elementi non indivisionati, che aumenterete se possibile. La misura è delicata ma necessaria. Il fronte più forte deve aiutare quello più debole e nella attuale situazione più minacciato. Bisogna soprattutto che gli uomini dal primo all’ultimo siano veramente decisi a resistere ad oltranza , cioè fino a quando il concorso germanico risolverà la situazione.”

Il 6 aprile le truppe tedesche invadevano i due paesi e l’Italia attaccava il Regno di Jugoslavia con la II armata del Generale Ambrosio da nord, da Zara e dall’Albania. Le forze tedesche della XII Armata del feldmaresciallo List destinate all’invasione della Grecia erano composte da 5 panzerdivision, 2 motorizzate e tre leggere e da montagna, 3 reggimenti SS. Papagos comandante i capo dell’esercito greco contava molto sulle forze Jugoslave che riteneva poderose e tali da arrecare problemi ai tedeschi ma si sbagliava. La loro resistenza durò in tutto 12 giorni.

Il sottocapo di stato maggiore iugoslavo Janovitz e Papagos si accordarono rapidamente per una offensiva a fondo contro gli italiani in Albania e Wilson assisteva al colloquio sconcertato ed ebbe ragione in quanto il muro di Cavallero predisposto questa volta alla frontiera albanese – jugoslava, non dette segni di cedimento, mentre le forze greche risultavano divise in tre settori indipendenti tra loro; 3 divisioni sulla linea Metaxas, 3 divisioni greche oltre al corpo di spedizione inglese sulla linea Aliakmon; 14 divisioni e una brigata greche sul fronte albanese.

L’armata di List doveva puntare su Salonicco in modo da tagliare fuori le forze greche in Macedonia orientale, quindi continuando l’offensiva dopo Salonicco in direzione ovest i tedeschi si sarebbero uniti con l’altro braccio dell’invasione proveniente da Sofia in modo da prendere greci e jugoslavi insieme e facendogli perdere ogni possibilità di contatto tra loro. La II Armata tedesca del feldmaresciallo Weichs con 9 divisioni avrebbe attaccato dall’Austria e dall’Ungheria con obiettivo principale Belgrado.

La penetrazione delle forze tedesche in territorio greco fu travolgente nonostante la strenua resistenza opplsta da alcuni forti greci della linea Metaxas. I tedeschi si incunearono tra le fortificazioni con i panzer dirigendosi verso il mare e il 9 aprile entrarono in Salonicco pronti a continuare l’avanzata; mentre i militari che difendevano la linea Metaxas si arrendevano in massa, in pratica la.liena era collassata in sole 72 ore. Mentre l’esercito si sgretolava contro la Blitzkrieg tedesca, Papagos continuava ad attaccare gli italiani invece di spostare unità da quel fronte per sostenere l’urto tedesco, nella speranza che . anche gli jugoslavi muovessero l’attacco agli italiani in Albania.

L’attacco venne sferrato, ma senza troppa convinzione e la decisa reazione italiana valse a procurarci un sacco di prigionieri. Il 10 aprile su ordine di Mussolini, mentre la II armata avanzava da nord anche lo schieramento italiano da sud iniziò a muoversi in avanti anche se Geloso aveva chiesto altri tre giorni di respiro. Cavallero visti i progressi tedeschi su Salonicco, ordinò a tutti i reparti di spingersi verso Struga e Dibra che vennero conquistate, permettendo il congiungimento con i tedeschi sul lago di Ocrida.

Il fronte greco–albanese era invece ancora fermo, e Papagos ansioso di sapere come si stavano muovendo gli Jugoslavi, venne informato che l’esercito era ormai a pezzi e che nel paese erano in corso la ribellione dei croati contro i Serbi; la Jugoslavia era in pieno disfacimento e la II Armata italiana, l’11 aprile avevano occupato Lubiana. La mattina del 12 Papagos ordinò alle divisioni greche dell’Epiro e della Macedonia occidentale di iniziare una ritirata controllata.

L’ordine giungeva tardivo ma era divenuto necessario onde prevenire l’accerchiamento tedesco, per i soldati che combattevano in Albania fu una doccia fredda perché si sentirono traditi dopo tutto quello che erano riusciti a fare. Lo stesso giorno Wilson ordinò l’abbandono della linea di Kledi e il 13 si mosse anche il fronte italiano di Albania, Cavallero lanciò fanti , alpini, bersaglieri all’inseguimento di un nemico che combatteva ancora con eroismo ma tendeva a fare agganciare solo le sue retroguardie. Lo stesso giorno i bersaglieri giunsero nella pianura di Coriza e il 14 i fanti della “Venezia” riconquistavano la città e intanto Cavallero correva a Scutari dove un generale jugoslavo aveva chiesto la resa.

L’VIII Corpo d’Armata poté infilarsi nella Val Desnizza così contesa nell’offensiva di marzo e si avvicinò a Klisura . Il 18 aprile la XI Armata era ad Argirocastro e i tedeschi si avvicinavano a Larissa mentre un reggimento avanzato della Leibstandarte Adolf Hitler puntava su Gianina; l’accerchiamento delle Armate greche stava per concludersi e Papagos aveva perso il controllo della situazione, anche i soldati italiani stavano avanzando con una certa rapidità e la Venezia in 4 giorni era riuscita a percorrere 110 chilometri aprendosi spesso la strada combattendo.

Le forze greche arretravano sempre più in disordine; il loro morale era di colpo crollato irrimediabilmente. Il generale Pitsikas comandante dell’Armata dell’Epiro, voleva trattare un armistizio e voleva che le trattative fossero iniziate subito. Il 15 aprile re Giorgio e Papagos gli avevano inviato messaggi per fargli capire che era indispensabile resistere ad oltranza e che qualsiasi cedimento sarebbe stato interpretato dagli inglesi come atto di viltà. Il 16 aprile Pitsikas inviò ad Atene un messaggio molto eloquente.

” In seguito alla situazione che si è creata è di assoluta necessità un intervento politico. Di ora in ora la situazione peggiora” .

La risposta fu di tenere per almeno un altro paio di giorni in attesa degli sviluppi della situazione, ma per per l’armata dell’Epiro si faceva sempre più concreta la minaccia di uno sbandamento totale. Intanto gli inglesi retrocedevano incalzati dai reparti blindati tedeschi ed erano costretti ad abbandonare una posizione dopo l’altra tentando, prima di trovare una sistemazione sull’Olimpo ma, costretti dall’incalzante avanzata tedesca ad andarsene anche da li per non essere aggirati , si sistemarono a difesa nella stretta delle Termopili.

Il 18 aprile si tenne a palazzo reale una riunione a cui intervennero re Giorgio, il primo ministro Korizis, Wilson, e fra gli altri Papagos che parlò di una situazione estremamente grave dicendo che gli inglesi non avrebbero potuto resistere alle Termopili e che l’Armata dell’Epiro era in una situazione disperata. Ad esso si aggiungeva il fatto che per il reimbarco eventuale del contingente britannico non avrebbe potuto essere usato il porto del Pireo perché devastato dagli attacchi aerei tedeschi e italiani.

Il porto del Pireo dopo i bombardamenti dell'Asse.jpg

Il porto del Piero dopo i bombardamenti dell’Asse

A quel punto in una nuova riunione tenutasi il 19 aprile con di nuovo la presenza di Wavel fu presa la decisione di evacuare il corpo di spedizione inglese, la resistenza sarebbe proseguita nelle isole greche ma questo sarà oggetto di un post successivo. Scusandoci con i nostri lettori, per esserci dilungati più del solito, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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