17 aprile 1941, capitolazione dell’esercito jugoslavo

Come abbiamo visto in un nostro precedente post, il 6 aprile del 1941 le potenze dell’Asse davano il via all’invasione del Regno di Jugoslavia, l’entità statale nata nel 1918 a seguito della sconfitta militare e la conseguente disgregazione dell’Impero Austro-Ungarico. Il giovane stato costituito da varie etnie, divise da odi secolari sia di carattere etnico che religioso, i serbi erano ortodossi, i croati gli sloveni e i dalmati erano cattolici, i bosniaci erano invece prevalentemente musulmani.

Il paese balcanico venne invaso simultaneamente da parte della Germania, dell’Italia, della Bulgaria e dell’Ungheria. L’Italia partecipò attivamente all’invasione, impiegando circa 350 mila uomini, lungo tre direttrici:

a) da nord (fronte della Venezia-Giulia) il generale Vittorio Ambrosio con la 2ª armata forte di 9 divisioni di fanteria, 4 motorizzate e 1 corazzata che aveva come obbiettivo la Slovenia e Lubiana e la discesa lungo la costa dalmata;
b) da Zara il generale Emilio Giglioli che andò verso Sebenico con circa 9000 uomini a disposizione;
c)  dall’Albania vennero impegnate 4 divisioni della 9ª Armata sotto il comando del Generale Pirzio Biroli.

L’esercito jugoslavo disponeva di circa 30 divisioni di fanteria e 3 di cavalleria, oltre a qualche reggimento corazzato, ed era sparso per 2.880 km di frontiera. Il I Gruppo d’Armate al comando del Generale Milorad Petrovic, era attestato lungo i confini con l’Italia e l’Austria; il II Gruppo d’Armate del Generale Milutin Nedic lungo i confini con Ungheria e Romania; e il III Gruppo d’Armate del Generale Milan Nedić lungo il confine rumeno meridionale, con la Bulgaria, la Grecia e l’Albania.

Le operazioni durarono complessivamente 11 giorni, l’Esercito reale jugoslavo non poteva opporsi alla superiorità tecnica degli invasori, in particolare della Wehrmacht tedesca, che in questa fase della guerra era al massimo livello di efficienza ed addestramento, all’incompleta mobilitazione delle truppe iugoslave, e all’ostilità al governo presente tra ampi strati della popolazione.

Le numerose minoranze etniche presenti nel paese, in particolare quella croata, 25% della popolazione, e quella slovena, 8,5%, non si mostrarono disposti a combattere in difesa di uno stato dominato dalla componente serba; di conseguenza l’esercito jugoslavo si disgregò rapidamente e si manifestarono subito istanze politiche indipendentistiche. Fin dal 10 aprile il rappresentante del movimento ustaša a Zagabria, il colonnello Slavko Kvaternik, proclamò con un annuncio radiofonico l’indipendenza della Croazia.

L’invasione si svolse come detto senza incontrare resistenza, le Panzer-Division tedesche avanzarono subito verso Zagabria e Belgrado dopo aver superato solo deboli resistenze nemiche; altri reparti tedeschi invasero la Macedonia e scesero a sud verso la Grecia; le truppe italiane contribuirono alla vittoria dell’Asse marciando verso Lubiana, che venne occupata l’11 aprile e occupando il litorale adriatico.

Il 15 aprile Re Pietro e il generale Simovic lasciarono il paese, solo due giorni dopo i rappresentanti dell’esercito jugoslavo firmarono la resa. Il 18 aprile tutti i rappresentanti delle forze d’invasione s’incontrarono a Vienna, ma i colloqui decisivi per la spartizione del territorio jugoslavo si tennero sempre a Vienna il 21 e 22 aprile fra i ministri degli esteri tedesco, Joachim von Ribbentrop, e italiano, Galeazzo Ciano. I termini di resa decisi dalle potenze vincitrici furono estremamente duri, e l’Asse procedette allo smembramento del paese, ma questo sarà oggetto di un post successivo.

 

 

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