2^ G.M. Crimini e stragi partigiane

75 anni fa, i GAP colpiscono a Firenze “Non uccido l’uomo ma le sue idee!”

Il 15 aprile due gappisti fiorentini, Bruno Fanciullacci e Antonio Ignesti, dopo attenti studi degli orari della vittima, si appostarono nei pressi della Villa di Montalto al Salviatino, dove colui che era oggetto del vile attentato che i due stavano per compiere, si stava avvicinando, privo di scorta. Appena mezzora prima dell’agguato aveva ricevuto a Palazzo Serristori due docenti della Facoltà di scienze politiche “Cesare Alfieri”, il preside Renato Galli e Giuseppe Vedovato.

I due docenti si erano rivolti a lui per salvaguardare l’autonomia della facoltà[44], di tradizione liberale e da anni oggetto di tentativi di condizionamento da parte del regime. Tornato in auto alla villa verso le 13.30, mentre l’autista era intento ad aprire il cancello, i gappisti gli si avvicinarono tenendo sotto braccio dei libri per camuffarsi da studenti e per nascondere le armi: il filosofo settantenne abbassò il vetro per prestare ascolto ma fu subito investito dai colpi.

L’uomo che pochi secondi dopo sarebbe morto crivellato di colpi era come detto prima un filosofo, un esponente moderato della Repubblica Sociale a cui aveva aderito il 17 novembre dopo un incontro con Mussolini che lo nominò presidente dell’Accademia d’Italia, che a causa della guerra e dell’avanzata da sud degli eserciti alleati si era trasferita a Firenze presso Palazzo Serristori.

Gli storici hanno tramandato che Fanciullacci – mentre sparava all’intellettuale siciliano – esclamò “Non uccido l’uomo ma le sue idee!”; secondo altre fonti invece l’esponente del PCI fiorentino disse più prosaicamente “Questo lo manda la giustizia popolare!”. Dileguatosi in bicicletta i due gappisti  l’autista si diresse immediatamente all’ospedale di Careggi trasportandovi il filosofo in gravissime condizioni, ma invano. I tentativi di rianimarlo si rivelarono inutili: i colpi di pistola, esplosi quasi a bruciapelo, lo avevano colpito in pieno petto, uno al cuore.

Giovanni Gentile 2.jpg

Prima di proseguire nella narrazione e svelare, anche se i più avranno già capito di chi parliamo due parole sui G.A.P. i Gruppi di Azione Patriottica, formati dal  comando generale delle Brigate Garibaldi alla fine del settembre 1943. Sostanzialmente erano piccoli gruppi di partigiani che nacquero su iniziativa del Partito Comunista Italiano per operare prevalentemente in città, sulla base dell’esperienza della Resistenza francese. I militanti dei GAP erano detti “gappisti”. Per estensione, erano denominate GAP anche le meno numerose unità partigiane cittadine socialiste e azioniste.

Gli stessi erano stati autori pochi giorni prima dell’attentato dinamitardo compiutosi per la precisione il 23 marzo a Roma in via Rasella contro le truppe tedesche che portò alla morte di 23 altoatesini. L’attentato, provocò la tremenda rappresaglia tedesca culminata nell’eccidio delle fosse Ardeatine. Torniamo ora alla narrazione dell’assassinio operato dai gruppi della resistenza in quel tragico 15 apirle 1944. Il filosofo di cui trattiamo in questo post, era Giovanni Gentile.

Nato a Castelvetrano il 29 maggio del 1875, fu un importante protagonista della cultura italiana nella prima metà del XX secolo, filosofo e pedagogista che, insieme a Benedetto Croce, fu uno dei maggiori esponenti del neoidealismo filosofico e uno fra i più autorevoli intellettuali organici del regime. Nel 1915 a soli trent’anni divenne membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione fino al 1919. All’inizio della prima guerra mondiale, tra i dubbi della non belligeranza, si schierò a favore della guerra come conclusione del Risorgimento italiano. Nel 1920 fonda il Giornale critico della filosofia italiana. Nel 1922 diviene socio dell’Accademia dei Lincei.

Con l’avvento del fascismo svolse una fondamentale azione a favore della legittimazione storica e ideologica del fascismo e, il 31 ottobre 1922, a pochi messi dalla presa del potere da parte di Mussolini, venne nominato dallo stesso Duce, ministro della Pubblica Istruzione, carica che lascio per dimissioni volontarie nel 1924. Nel breve periodo in cui ricoprì tale carica, attuò nel 1923 la cosiddetta riforma Gentile, fortemente innovativa rispetto alla precedente riforma basata sulla legge Casati, vecchia di ormai più di sessant’anni, essendo stata promulgata nel 1859, prima dell’unità d’Italia.

Essa era fortemente meritocratica e censitaria; dal punto di vista strutturale individuava l’organizzazione della scuola secondo un ordinamento gerarchico e centralistico. Una scuola di tipo piramidale, cioè pensata e dedicata «ai migliori» e rigidamente suddivisa a livello secondario in un ramo classico-umanistico per i dirigenti e in un ramo professionale per il popolo. I gradi più elevati erano riservati agli alunni più meritevoli, o comunque a quelli appartenenti ai ceti più abbienti. Furono istituite borse di studio perché gli studenti dotati di famiglia povera potessero proseguire gli studi.

Le scienze naturali e la matematica furono messe in secondo piano, poiché secondo Gentile erano materie prive di valore universale, che avevano la loro importanza solo a livello professionale. Questa svalutazione, tuttavia, non avvenne nelle Università, in quanto luoghi delle formazioni specialistiche; Gentile, a differenza di Croce che sosteneva l’assoluta preponderanza sociale delle materie classiche sulla scienza, intrattenne anche rapporti, improntati al dialogo, con matematici e fisici italiani e cercò di instaurare un confronto costruttivo con la cultura scientifica.

L’obbligo scolastico fu innalzato a 14 anni e fu istituita la scuola elementare da sei ai dieci anni. L’allievo che terminava la scuola dell’obbligo aveva la possibilità di scegliere tra i licei classico e scientifico oppure gli istituti tecnici. Solo i due licei permettevano l’accesso all’università (il secondo solo alle facoltà scientifiche), in questo modo però veniva mantenuta una profonda divisione tra classi sociali (questo vincolo fu rimosso completamente solo nel 1969).

Per diminuire l’iscrizione al sovraffollato Istituto magistrale, e per mantenere la separazione tra i sessi nei licei dove prevaleva una maggioranza maschile, fece creare un apposito liceo femminile, favorendo l’accesso delle donne all’insegnamento, ritenuto particolarmente adatto a loro, ma escludendole dall’insegnamento delle materie di Storia, Filosofia ed Economia politica nei licei, nonché Materie letterarie, Diritto ed Economia politica nelle scuole e negli istituti tecnici.

Ciò andava incontro alla visione patriarcale di Mussolini che intendeva spingere le donne a dedicarsi alla famiglia e ad avere più figli, distogliendole dal lavoro e dallo studio. Anche Gentile nel complesso mostrò posizioni poco ricettive verso il femminismo, sebbene più sfumate, sostenendo che i licei dovessero formare i “futuri capi” guerrieri, mentre le donne avevano una capacità di “comprensione dello Spirito imperfetta” e perciò dovevano dedicarsi ad attività non politiche e non scientifiche, “terreno di battaglia dell’uomo”, studiando in una «scuola adatta ai bisogni intellettuali e morali delle signorine», in cui erano privilegiate la danza, la musica e il canto. Tuttavia non venne vietata alle donne la frequentazione dell’università.

Il liceo femminile sarà soppresso già nel 1928, per lo scarso successo ottenuto. Per Victoria De Grazia, la riforma della scuola femminile esprimeva la contraddittoria visione della donna nel regime: «come riproduttrici della razza le donne dovevano incarnare i ruoli tradizionali, essere stoiche, silenziose, e sempre disponibili; come cittadine e patriote, dovevano essere moderne, cioè combattive, presenti sulla scena pubblica e pronte alla chiamata»

Mentre elaborava la sua riforma scolastica, che occorre ricordarlo rimase in vigore fino al 31 dicembre 1962, Gentile il 5 novembre del 1922 venne nominato senatore del Regno e l’anno dopo si iscrisse al P.N.F. Partito Nazionale Fascista con l’intento di fornire un programma ideologico e culturale. Nel 1924, dopo l’uccisione del socialista Matteotti, diede le dimissioni da ministro pur non facendo mai mancare il suo sostegno al regime e in particolare alla persona di Mussolini, e venne chiamato a presiedere la Commissione dei Quindici per il progetto di riforma dello Statuto Albertino, rimanendo comunque di fatto confinato in un ruolo politico minore fino ai giorni dell’armistizio e della costituzione della Repubblica Sociale Italiana.

Come ricordato ad inizio post, il 17 novembre del 1943, Gentile incontrò Mussolini e decise di aderire alla Repubblica Sociale. Venne nominanto presidente dell’Accademia d’Italia, che nel frattempo si era trasferita a Firenze. Qui Gentile entrò spesso in contrasto con il Reparto Servizi Speciali di polizia comandato da Carità che operava nel capoluogo toscano, ricorrendo in maniera sistematica e continuativa a torture e uccisioni di oppositori o presunti tali, arrivando spesso a denunciarne gli eccessi ed intervenendo più volte per aiutare esponenti antifascisti chiedendo per loro la grazia.

Ciò portò in un primo tempo si pensò che uccisione di Gentile fosse stata commessa proprio da componenti della banda, allo scopo di porre fine alle proteste del filosofo verso le loro violenze, ma i suoi nemici erano altri. Benché non potessero essergli attribuiti personalmente crimini di nessun genere, aveva la colpa di aver sostenuto pubblicamente i metodi squadristi e l’uso della violenza e della prosecuzione della guerra a fianco dell’alleato tedesco.

Ciò bastò per decretarne la morte che come detto venne portata a termine da un commando gappista il 15 aprile del 1944. Fu un episodio che divise lo stesso fronte antifascista e che ancora oggi è al centro di polemiche non sopite. L’uccisione già all’epoca fu disapprovata dal CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) toscano con la sola esclusione del Partito Comunista Italiano. La sua adesione al fascismo, con l’avvento della democrazia, ha fatto si che la sua figura rimanesse sostanzialmente sconosciuta ai più per oltre mezzo secolo dalla sua morte.

Francobollo Giovanni Gentile.jpg

Nel 1994 gli venne dedicato un francobollo delle Poste italiane, unico tra le personalità di primo piano del regime fascista ad avere questa celebrazione da parte della Repubblica Italiana. In una lettera scritta nel 2000 a Chicco Testa e resa nota dal Riformista, la giornalista e scrittrice fiorentina Oriana Fallaci, nonostante si fosse sempre autodefinita una partigiana (fu staffetta delle brigate Giustizia e Libertà) non risparmia critiche sull’assassinio di Giovanni Gentile. Scrive infatti che:

«l’assassinio di Gentile fu una carognata ingiusta e vigliacca. Gentile non era fascista». Che gli antifascisti furono dei «cacasotto» perché «uccisero un grande e inerme filosofo mentre non ebbero il coraggio di sminare i ponti di Firenze che i tedeschi avevano minato»

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post e con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

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