Le missioni di pace

“Così vi faccio vedere come muore un italiano” 15 anni fa moriva in Iraq Fabrizio Quattrocchi

15 anni fa, esattamente il 14 aprile 2004 veniva giustiziato in Iraq la guardia privata Fabrizio Quattrocchi, uno dei quattro italiani sequestrati pochi giorni prima, dai miliziani dell’autoproclamato gruppo delle Falangi Verdi di Maometto. Insieme a lui erano  stati rapiti tre suoi colleghi, Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio che vennero liberati 58 giorni dopo dietro il pagamento di un riscatto di 4 milioni di dollari secondo alcune versioni, da un blitz di forze speciali statunitensi secondo altre.

Rapimento Quattrocchi

Il giorno in cui venne giustiziato aveva quasi 36 anni essendo nato il 9 maggio del 1968 a Catania e si trovava in Iraq dal novembre precedente, per conto di un’azienda del Nevada, la DTS, per istruire personale locale alle tecniche di sicurezza e proteggere manager, magistrati, strutture d’interesse strategico, quali gli oleodotti. Il paese occupato militarmente dagli Stati Uniti d’America già un anno dopo lo scoppio della guerra d’Iraq e da una coalizione internazionale nel 2003 era tutt’altro che pacificato.

Pur non partecipando alle prime fasi del conflitto che aveva condotto in breve tempo (1º maggio 2003) al dissolversi dell’esercito iracheno e alla caduta di Saddam Hussein, l’Italia aveva accettato di far parte della “coalizione dei volonterosi” guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna e, a seguito delle risoluzioni ONU 1483, 1500 e 1511 del 22 maggio 2003, era presente in Iraq dal 15 luglio dello stesso anno con oltre 3.000 militari in un’operazione di peacekeeping denominata Antica Babilonia.

A seguito dell’operazione militare erano giunte in Iraq decine di migliaia di guardie, assunte da numerose compagnie private (contractors), sia statunitensi che di altri Paesi, per affiancare gli eserciti regolari nelle operazioni di controllo del territorio e per la protezione del personale e delle installazioni civili e militari. Gli Stati Uniti, la forza capofila della coalizione, avevano fornito alle guardie le apposite credenziali e le avevano dotate delle armi, nel quadro di una vasta operazione di outsourcing (esternalizzazione) delle proprie attività sul territorio iracheno.

Agli inizi di aprile, come ricordato all’inizio del nostro post, miliziani islamici sequestrarono di quattro italiani. I rapitori lanciarono al nostro governo un ultimatum: chiesero al Governo il ritiro delle truppe dall’Iraq, e le scuse per alcune frasi che avrebbero offeso l’Islam. L’ultimatum fu rifiutato, ma a pagare con la vita sarà il solo Quattrocchi, e sono tuttora oscure le cause di questa decisione.

La fine di Quattrocchi è la parte più chiara e conosciuta della sua storia. Il 14 aprile venne portato dai suoi sequestratori in un campo nella periferia di Baghdad. In un video diffuso dai sequestratori si vede Quattrocchi con le mani legate e una sciarpa a coprirgli la testa. Viene fatto inginocchiare in una fossa, forse il cratere di una bomba. Toccandosi la sciarpa dice con una voce tranquilla: «Posso levarmela?». Poi aggiunge:

«Adesso vi faccio vedere come muore un italiano». 

Pochi istanti dopo uno dei sequestratori spara alcuni colpi e lo colpisce al petto e alla testa. I resti di Fabrizio Quattrocchi furono fatti poi ritrovare nei mesi successivi in seguito a una mediazione condotta anche tramite la Croce Rossa. Dopo i funerali, celebrati il 29 maggio nella cattedrale di San Lorenzo a Genova, Quattrocchi venne sepolto nel cimitero monumentale di Staglieno.

Nel 2006 gli è stata conferita la medaglia d’oro al valor civile alla memoria, con la seguente motivazione:

«Vittima di un brutale atto terroristico rivolto contro l’Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese.»
— Iraq, 14 aprile 2004 —

Tomba Fabrizio Quattrocchi.jpg

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