2^ G.M. Africa Orientale

Missione suicida della Regia Marina in Africa Orientale

La Regia Marina schierava in Africa Orientale Italiana le seguenti unità:

Le unità di superficie erano principalmente cacciatorpediniere di classi troppo vecchie per essere ancora considerate unità di squadra:

  • la V squadriglia composta dalle unità classe classe Leone (Leone, Tigre e Pantera)
  • la III squadriglia composta dalle unità della classe Nazario Sauro (Francesco Nullo, Daniele Manin, Nazario Sauro e Cesare Battisti).
  • Le due vecchie torpediniere Giovanni Acerbi e Vincenzo Giordano Orsini,
  • la 21ª squadriglia MAS composta da cinque unità residuati della prima guerra mondiale in condizioni così precarie da non poter essere utilizzati fino al febbraio del 1941,
  • la nave coloniale Eritrea,
  • due mercantili armati (RAMB I e RAMB II)
  • e poco altro naviglio ausiliario (le cannoniere Porto Corsini e Giuseppe Biglieri, il posamine Ostia e le cisterne acqua Sile, Sebeto e Bacchiglione).

La forza subacquea agli ordini del dal capitano di fregata Ferruccio Gerrini si componeva di:

  • 6 sommergibili oceanici (Archimede, Galileo Galilei, Evangelista Torricelli, Galileo Ferraris, Luigi Galvani, Alberto Guglielmotti)
  • 2 sommergibili costieri (Perla e Macallè). Il gruppo era comandato

L’intero dispositivi era agli ordini del contrammiraglio Mario Bonetti che promosso nel novembre del 1940, alla fine dell’anno fu trasferito in Eritrea e destinato al comando del Comando Superiore Navale Africa Orientale Italiana, con sede a Massaua. Bonetti era anche il comandante della piazzaforte di Massaua e della sua guarnigione, che contava circa 10.000 uomini.

Pochi mesi dopo, mentre era in corso la battaglia di Cheren, divenne evidente che la caduta dell’Eritrea e di Massaua erano solo questione di tempo; Bonetti dovette pianificare il salvataggio delle poche unità in grado di affrontare una traversata oceanica, e la distruzione di tutte le navi restanti per impedire che cadessero in mano nemica. Il 27 marzo 1941 le truppe italiane abbandonarono Cheren e le forze sopravvissute raggiunsero Massaua dove venne organizzata l’ultima resistenza italiana in Eritrea.

Era tempo di dare attuazione ai piani studiati in previsione della caduta della colonia e a quel punto Bonetti, ordinò ai sommergibili Perla, Galileo Ferraris, Archimede e Guglielmotti di lasciare Massua per dirigersi a Bordeaux, sede della base atlantica italiana di Betasom, mentre la nave coloniale Eritrea, la motonave Himalaya e gli incrociatori ausiliari RAMB I e RAMB II partirono per il Giappone.

Bonetti organizzò l’autoaffondamento delle navi di Massaua (nove mercantili italiani, cinque tedeschi, le torpediniere Giovanni Acerbi e Vincenzo Giordano Orsini, il posamine Ostia, due cannoniere e tre rimorchiatori, oltre a due bacini galleggianti ed un pontone gru) in modo che i relitti bloccassero gli accessi del porto e lo rendessero inutilizzabile per un lungo periodo. L’ordine venne eseguito tra l’1 e l’8 aprile 1941 mentre le restanti unità si autoaffondarono nell’arcipelago delle Dahlak.

Alle unità della III e V squadriglia cacciatorpediniere invece venne assegnata l’ultima missione, che nonostante avesse scarsissime possibilità di riuscita, venne portata avanti con entusiasmo da parte del personale della Regia Marina.  Tra il 31 marzo ed il 2 aprile i cacciatorpediniere rimasti, Nazario Sauro, Daniele Manin, Cesare Battisti, Tigre, Leone e Pantera, (il Francesco Nullo era affondato il 21 ottobre 1940 dopo combattimento con il ct inglese Kimberley) furono fatti partire per la missione suicida, probabilmente senza ritorno.

La missione affidata ai sei cacciatorpediniere era in origine quella di effettuare  un azione offensiva contro le unità della Royal Navy e le istallazioni portuali di Port Said e Port Sudan, dirigendosi poi verso la costa saudita per autoaffondarsi e consentire agli equipaggi di rifugiarsi in territorio neutrale. Il piano prevedeva che i tre caccia della III squadriglia, con autonomia compresa tra le 600 e le 700 miglia,  avrebbero attaccato Port Sudan ed i tre della V squadriglia, con maggiore autonomia, avrebbero puntato su Suez.

All’ultimo momento, la Luftwaffe dichiarò l’indisponibilità dei propri bombardieri di stanza a Creta a bombardare Suez, costringendo di conseguenza il Comando delle forze navali italiane del Mar Rosso a ridimensionare il piano iniziale, puntando su un unico obiettivo, Port Sudan. Nel tardo pomeriggio del 31 marzo 1941, verso le 18.00, i tre caccia della V squadriglia lasciarono il porto di Massaua, mentre i tre della 3^ squadriglia, avendo l’obiettivo più vicino, sarebbero partiti l’indomani.

Verso le 00.30 del 1 aprile, all’improvviso sul Leone si sente un urto violento e l’unità si arresta dopo pochi metri. Pantera e Tigre sfilano in velocità senza subire danni di sorta, poi rallentano e con cautela ritornano verso il gemello oramai immobile. Cos’era successo? Il caccia aveva urtato una formazione madreporica non segnata sulle carte nautiche dell’epoca. Il testo dell’Ufficio Storico della Marina Militare  “Le Operazioni in Africa orientale” precisa che si trattò di “due punte isolate, probabilmente di natura madreporica”, situate “a circa 13 miglia a nord di Awali Hutub”.

I danni vennero valutati di poca entità ma le cose invece erano ben diverse. Il Leone era oramai fermo, con vie d’acqua nello scafo e con un principio d’incendio nel locale caldaie. Inutili risultarono i tentativi di esaurire l’acqua che entrava, così come inutili furono quelli di domare l’incendio nella caldaia n. 4. La sorte del Leone era così segnata. Il Comandante Scroffa ed il caposquadriglia Gasparini non poterono che prendere atto della situazione, disponendo per l’autoaffondamento.

Cacciatorpediniere Tigre ANTEPRIMA

Il cacciatorpediniere Tigre

Furono cosi aperte tutte le possibili prese a mare, mentre l’equipaggio abbandonava l’unità rifugiandosi sul Tigre e sul Pantera. Le prime luci dell’alba stavano oramai cominciando a rischiarare il cielo ed il Leone era ancora a galla, per cui Gasparini dovette prendere una doppia grave decisione: rientrare a Massaua, non potendo più contare sul buio della notte  e accelerare l’affondamento del Leone, a colpi di cannone.

All’alba del 1 aprile il Leone, dopo essersi inclinato sulla dritta, scomparve tra i flutti, il suo relitto giace ancora sui fondali del Mar Rosso in un punto non precisato a nord delle isole di Awali Hutob ed Awali Shaura agli estremi limiti settentrionali dell’arcipelago delle Dahlak. Pantera e Tigre arrivarono a Massaua a mattino inoltrato, sbarcarono l’equipaggio dello sfortunato loro gemello, ma non il comandante Scroffa, che chiese ed ottenne di restare a bordo del Pantera.

Il giorno successivo, alle 13.00 la V squadriglia ed alle 14.00 la III lasciavano Massaua per la loro ultima missione e costantemente seguite dalla ricognizione aerea inglese, si riunirono alle 06.30 del 3 aprile.

Alle 7.18 il Pantera avvistò una massa grigiastra e dette il segnale di “nemico in vista”. Le unità nemiche in realtà erano tre così il capitano di vascello Gasparini decise di interrompere la missione verso Porto Sudan e di accettare combattimento. Nel frattempo le unità italiane erano tenute costantemente impegnate da una settantina di apparecchi britannici, ma obbligarono fino al momento dell’esaurimento delle munizioni a mantenersi a debita distanza.

A quel punto gli attacchi aerei ripresero vigore. Verso le 08.00 una bomba centrò il Manin e circa un ora dopo una salva di bombe a poppa centrò il Sauro che in meno di mezzo minuto colò  a picco, con la perdita di 78 uomini, seguito poco dopo dal  Manin. Tigre e Pantera riuscirono a sottrarsi all’attacco ma, non avendo più carburante sufficiente per effettuare la missione assegnata, vennero autoaffondati il 4 aprile circa 15 miglia a sud di Gedda in Arabia Saudita.

Delle cinque coraggiose unità della Regia Marina rimaneva il solo Battisti che appena uscito dal porto aveva accusato forti perdite di acqua nelle caldaie con conseguente riduzione dell’autonomia. Certo di non poter rimanere in formazione aveva ottenuto il permesso di raggiungere la costa dell’Hegiaz per autoaffondarsi. Alle 09.00 del 3 aprile dopo aver sbarcato materiali, viveri, medicinali e l’equipaggio l’unità dette avvio alla misure per l’autoaffondamento, alle 14,00 l’unità era completamente scomparsa.

Si chiudeva cosi con la perdita di tutte le unità dell’ultima missione in forze della Regia Marina nel Mar Rosso. L’ultima reale sortita avverrà l’8 aprile, giorno della caduta della piazzaforte di Massaua. Quel giorno la stazione radio italiana trasmise il suo ultimo messaggio segnalando che un MAS della XXI squadriglia aveva silurato un incrociatore nemico. Il MAS in questione era il  213, comandato dal Guardiamarina Valenza, che riuscì a colpire l’incrociatore Capetown. La nave non affondò, ma riportò danni rilevanti che richiesero più di un anno per le riparazioni.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post e con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

 

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