1^ G.M. L'aviazione italiana

20.000 corone di taglia per il tenente di vascello pilota Eugenio Casagrande

L’11 novembre 1918, Re Vittorio Emanuele III assegnava motu proprio, al tenente di vascello Eugenio Casagrande conte di Villaviera, la Medaglia d’Oro al Valor Militare per una missione portata a termine solo 13 giorni prima, un vero record. Questa la motivazione:

«Con costante serenità e cosciente sublime ardimento, compiva una serie di mirabili audacissime gesta per le quali, mediante la entusiastica illuminata dedizione all’arduo compito assunto, veniva aperta la via al raggiungimento di importanti obiettivi militari e di alte finalità nazionali.»

Vediamo ora quale fu la missione che determinò la concessione della medaglia e una breve biografia del coraggioso marinaio pilota italiano. Eugenio Casagrande, conte di Villaviera nasce a Roma il 3 settembre 1892, allievo dell’Accademia Navale di Livorno fu nominato guardiamarina nel 1914. Il 19 novembre 1917 il Sottotenente di Vascello pilota Casagrande è il primo comandante della 264ª Squadriglia idrovolanti di Ancona.

Siamo nell’ottobre del 1915, per due volte il e l’8 è stato tentato senza successo, davanti a Parenzo, in Istria, il recupero con un MAS di una coppia di informatori italiani attivi dietro le linee austro-ungariche. Hanno scoperto cose importanti, il capitano Paoletti e il tenente Bertozzi del Regio Esercito, ma il controspionaggio asburgico non dorme e i nostri sanno di essere braccati.

A quel punto si pensa di cambiare tattaica e a cercare di recuperare i nostri due agenti, viene comandato un piccolo idrovolante, un Macchi L.3 pilotato dal tenente di vascello Eugenio Casagrande, comandante della 253ª Squadriglia e specialista in missioni del genere, con all’attivo una dozzina di voli e ammarraggi notturni nella laguna. Per portare a termine la missione si comincia, il 20 e il 21 ottobre trasportando oltre le linee due coppie di operatori allo scopo di preparare l’esfiltrazione.

Ma se i nostri sono al lavoro, gli austriaci non dormono e il loro controspionaggio, il celebre Evidenzbureau, ha ormai un quadro sufficientemente chiaro delle modalità di queste operazioni in corso sin da giugno e sa persino il nome del pilota. Un manifesto con una taglia sul suo capo è affisso, in perfetto stile western, sui muri delle case del Veneto e del Friuli con il nome di quel pilota solitario, costretto a fare tutto da solo, a partire dall’avvio dell’elica a forza di braccia, perché non c’è spazio per il secondo elemento dell’equipaggio, ma solo per i passeggeri, pigiati uno sopra l’altro.

Il 28 ottobre l’impresa è tentata e fallisce. Il maltempo non aiuta e gli informatori, rintracciati in precedenza da una delle due squadre di soccorso italiane, hanno dovuto allontanarsi dal punto convenuto le cui caratteristiche, ormai standardizzate, sono state individuate per tempo dal nemico, il quale ha eseguito subito dopo un pesante rastrellamento. Il 29 un altro piccione arriva oltre il Piave;  i nostri sono nella palude di Villaviera, braccati anche coi cani e in procinto di essere presi. Il tempo a disposizione è sempre meno.

Casagrande si offre volontario proponendo una pazzia bella e buona: andare di giorno, affinché lo si possa avvistare e raggiungere anche senza un appuntamento preciso. Ne va della sua vita visto che la taglia, ben nota anche di qua del Piave, dice che la somma sarà pagata anche per il semplice cadavere di quel marinaio aviatore, ma la missione è troppo importante, Casagrande sa che ad attendere quei due nascosti da settimane nel fango e tra i canneti, c’è l’impiccagione.

Il primo ammarraggio avviene all’alba. I fuggiaschi lo vedono, ma lo avvistano pure gli austriaci che prendono l’idro a fucilate. L’aereo è colpito, ma non in parti vitali; riesce a decollare. A quel punto i due informatori realizzano che per loro è veramente finita. E invece no, l’idro torna, plana e ammara a motore spento, ci saranno disponibili si e no tre minuti prima che giungano gli austriaci. La mano del pilot è sulla pistola e a un certo punto si alza e prende la mira dopo aver avvistato tre ombre infangate e irriconoscibili,  ma non ci sono spari. La parola d’ordine è quella giusta, gridata con tutto il fiato da quegli spettri magri e luridi.

Che cosa è successo? I due informatori, hanno portato con sé un nostro cavalleggero preso prigioniero a Caporetto, fuggito e che divide da settimane la loro vita infernale. Non c’è spazio per tutti sull’idrovolante. I due informatori contano, l’altro no, ma Casagrande decide di provare a salvare tutti e ordina di salire tutti a bordo. Il peso è troppo e già gli austriaci sono in vista e stanno arrivando, Casagrande dà gas. L’aereo flotta lentamente, ma non decolla, non può. E’ troppo pesante e il manuale tecnico parla chiaro: peso massimo al decollo 1350 chilogrammi, non una tonnellata e mezzo.

Idrovolante italiano

Fonte Marina Militare Italiana

Il volantino è tirato lentamente verso il petto del pilota. Controvento l’idro corre mentre fischiano i primi colpi e fende l’acqua. L’idro si stacca dall’acqua, ricade poi finalmente prende il volo. E’ fatta, il motor Isotta Fraschini da 150 cavalli ha fatto quello che sembrava impossibile. Un’ora dopo sono a Venezia, il più grande idroscalo del mondo e la base dell’Aviazione navale della Regia Marina. Durante la Grande Guerra Casagrande porterà a termine 16 missioni di recupero informatori oltre le linee nemiche.

Oltre alla medaglia d’oro, il valoroso militare verrà premiato con il titolo di Conte di Villaviera, l’angolo della laguna teatro di molti suoi ammaraggi. Successivamente al fianco di Gabriele D’Annunzio partecipò all’impresa di Fiume, nel 1923 transitò nell’Arma Aeronautica, dove raggiunse il grado di Generate di Brigata Aerea e nel 1925 prese parte ad un abortito tentativo di trasvolata oceanica del sud Atlantico. Morì a Venezia il 1° dicembre del 1957.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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