Le operazioni di pace nel secondo dopoguerra

Baghdad 4 marzo 2005, la morte di Nicola Calipari

Sono passati 14 anni, ma le circostanze della morte del funzionario dei servizi segreti italiani, già investigatore di punta della Squadra mobile di Roma, non sono ancora del tutto state chiarite, ed essendo coinvolti militari statunitensi, probabilmente non lo saranno mai.

Era il 4 marzo 2005 quando Nicola Calipari, agente del SISMI (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare) venne ucciso di notte a un posto di blocco Usa a Baghdad, da una raffica di mitragliatrice esplosa da un soldato americano. Calipari viaggiava a bordo di una Toyota Corolla, sulla strada chiamata Route Irish che conduce all’aeroporto con l’autista Andrea Carpani, maggiore dei carabinieri passato al SISMI e con la giornalista Giuliana Sgrena de «il manifesto», appena liberata dai suoi sequestratori, dopo una lunga trattativa condotta dallo stesso Calipari.

La stessa è  fortemente presidiata a causa delle frequenti azioni ostili nella zona (135 da novembre a marzo), e anche per il previsto passaggio dell’allora ambasciatore statunitense in Iraq John Negroponte. Approssimandosi alla zona vigilata, il veicolo è oggetto di numerosi colpi d’arma da fuoco; Calipari si protende per fare scudo col suo corpo alla giornalista e rimane ucciso da una pallottola alla testa.

L'auto su cui viaggiava Nicola Calipari

Anche la giornalista e l’autista del mezzo rimangono feriti. A sparare è Mario Lozano addetto alla mitragliatrice al posto di blocco, appartenente alla 42ª divisione della New York Army National Guard. Altri soldati sono stati sospettati di aver partecipato alla sparatoria e la vicenda ha creato forti attriti diplomatici fra Italia e Stati Uniti d’America

Nicola Calipari è stato insignito il 19 marzo 2005 dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, della medaglia d’oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione:

«Di iniziativa del Presidente della Repubblica, alla memoria. Capo Dipartimento del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare – già distintosi per avere personalmente condotto molteplici, delicatissime azioni in zona ad altissimo rischio – assumeva il comando dell’operazione volta a liberare la giornalista Giuliana Sgrena, sequestrata da terroristi in Iraq. Prodigandosi con professionalità e generosità, sempre incurante del gravissimo rischio cui consapevolmente si esponeva, animato da altissimo senso del dovere, riusciva a conseguire l’obiettivo di restituire la libertà alla vittima del sequestro, mettendola in salvo. Poco prima di raggiungere l’aeroporto di Bagdad, nel momento in cui l’autovettura sulla quale viaggiava veniva fatta segno di colpi d’arma da fuoco, con estremo slancio di altruismo, faceva scudo alla connazionale con il suo corpo, rimanendo mortalmente colpito. Altissima testimonianza di nobili qualità civili, di profondo senso dello Stato e di eroiche virtù militari, spinte fino al supremo sacrificio della vita.»
— Bagdad, 4 marzo 2005

Sono state prodotte due versioni dell’accaduto, fra loro contrastanti in molti punti anche se la differenza principale fra le due versioni è costituita dalla velocità alla quale il veicolo italiano procedeva, che secondo gli statunitensi era di circa 100 km/h, mentre secondo gli italiani era di circa la metà. L’importanza di questo fattore risiede nella motivazione dell’azione dei soldati, che in caso d’alta velocità avrebbero potuto confondere l’auto con uno dei frequenti attacchi mediante auto-bomba.

Un’altra divergenza riguarda la richiesta di arresto del mezzo per controllo, che secondo gli statunitensi sarebbe stata operata correttamente, mentre secondo Giuliana Sgrena non vi sarebbe stata affatto, mancando la segnaletica e non essendovi stati cenni o altre indicazioni in questo senso. Secondo gli italiani le forze americane erano state correttamente avvertite dell’operazione; dall’altra parte si è ribattuto che gli italiani non avevano invece dato avviso alcuno delle loro attività nella zona.

Secondo la versione italiana che si basa principalmente sulla testimonianza di Giuliana Sgrena, giacché l’autista, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche, sebbene abbia riferito dell’accaduto per via gerarchica.  La giornalista ha sostenuto di aver visto, dopo una curva, che li avrebbe fatti rallentare fino ad una velocità massima di circa 50 km/h, una luce accecante e poi di aver udito subito dopo l’esplosione di numerosi colpi d’arma da fuoco: diverse centinaia, protrattisi per 10-15 secondi a dire dell’autista.

Giuliana Sgrena ha aggiunto che non si trattava di un posto di blocco e che la pattuglia dei soldati americani non aveva fatto alcun segnale per identificarsi o per intimare l'”alt”, come era invece regolarmente accaduto negli altri posti di controllo precedentemente attraversati, iniziando decisamente a sparare contro la loro automobile. La stessa dichiarò inoltre che i sequestratori, poco prima della liberazione, le avevano detto che gli statunitensi non volevano che tornasse viva in patria.

Analizziamo ora la versione statunitense, diffusa il 1º maggio 2005, secondo cui l’auto viaggiava ad una velocità prossima ai 100 km/h. I militari del check-point 541 avrebbero seguito la cosiddetta procedura delle quattro S, le regole di ingaggio seguite dall’esercito americano presso un posto di blocco, allo scopo di fermare un’auto o un qualsiasi veicolo ritenuto pericoloso.

Le quattro fasi sono:

  • Shout (grida): i soldati, a 150 metri di distanza segnalano al conducente di fermarsi, attraverso segnalazioni manuali, grida, segnali luminosi;
  • Show (mostra): a 100 metri dal posto di blocco il conducente del veicolo viene colpito da un laser verde, per costringerlo a rallentare;
  • Shove (allontana):  nel caso l’auto non avesse ancora rallentato, i soldati sparano alcuni colpi in aria;
  • Shoot (spara): quando il veicolo giunge alla pericolosa distanza di 50 metri, i soldati si ritengono autorizzati a sparare al fine di neutralizzare (se necessario anche ferire e uccidere) il presunto aggressore.

Secondo la versione diffusa dal governo statunitense nel corso della sparatoria, alcuni dei proiettili sarebbero stati accidentalmente deviati ed uno avrebbe centrato alla testa Calipari, protesosi in avanti per proteggere con il suo corpo la giornalista. Viene inoltre asserito che nessuno era a conoscenza dell’operazione condotta dal SISMI, né dell’identità delle persone a bordo dell’auto, regolarmente presa a nolo all’aeroporto.

L’inchiesta effettuata dai militari statunitensi ha concluso che la sparatoria avvenuta il 4 marzo 2005 al posto di blocco presso l’aeroporto di Baghdad è stata semplicemente «un tragico incidente».

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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