Africa Orientale Italiana

19 febbraio 1937, attentato al Vicerè

«La prima bomba, lanciata sul davanti, ebbe troppo alto percorso e cadde sulla pensilina. Mi balenò in mente che si trattasse di fochi di fantasia che dovessero accompagnare la cerimonia; e dentro di me biasimavo l’ufficio politico per non avermene data notizia. La seconda bomba, anch’essa troppo alta, colpì lo spigolo della pensilina sollevando del polverio. Ritenendo che i fuochi d’artificio fossero fatti dall’alto della terrazza e non avendo ancora l’impressione di che si trattasse, discesi d’impeto le scale che dividevano dal piazzale e mi volsi in su per rendermi conto di ciò che avveniva. M’offersi così, bersaglio isolato e ravvicinato, al gruppo degli attentatori. Fu questo il momento nel quale una terza bomba, caduta a una trentina di centimetri da me, m’investiva in pieno producendomi le trecentocinquanta ferite da schegge che m’offesero il lato destro dalla spalla al tallone. Il colpo m’abbatté a terra. Ma subito cercai di rialzarmi. Il generale Gariboldi ed il federale Cortese mi raccolsero e trasportarono nella prima autovettura. Nello stesso momento nel quale ci mettemmo in moto, un’altra bomba fu lanciata, senza che ci colpisse: all’uscita del cancello del parco, un’altra ancora; e appena fuori fummo investiti da una raffica di mitragliatrice. Nulla era stato trascurato; una preparazione da fare invidia ai più raffinati terroristi»

(Rodolfo Graziani, Una vita per l’Italia, Milano, Mursia, 1994, p. 78)

Graziani Viceré d'Etiopia

Il 19 febbraio 1937 presso il Piccolo Ghebì imperiale, residenza del Vicerè italiano ad Addis Abeba, capitale dell’A.O.I. Africa Orientale Italiana, viene organizzata una cerimonia per celebrare la nascita del primogenito di Umberto, Vittorio Emanuele di Savoia. Alla cerimonia sono presenti le più alte autorità civili e militari italiane fra cui il Vicerè Rodolfo Graziani, il generale Gariboldi capo di Stato Maggiore delle forze armate italiane in A.O.I. e i notabili locali.

Il 19 febbraio è anche il giorno della festa della Purificazione della Vergine secondo il calendario copto. Graziani, volendo imitare un’usanza etiope, decide di distribuire a ciascuno dei poveri di Addis Abeba due talleri d’argento, uno in più rispetto a quanto ha sempre distribuito dal deposto imperatore Hailè Selassiè. E’ prevista la distribuzione di cinquemila talleri, e insieme agli invitati una folla di derelitti confluisce, così, nel cortile del palazzo imperiale.

A mezzogiorno, improvvisamente, scoppiò una prima bomba, poi di seguito altre, fino a raggiungere un numero complessivo di otto; a lanciare gli ordigni verso il palco della autorità, sono due intellettuali eritrei (Abraham Debotch e Mogus Asghedom). Nell’attentato morirono sette persone, di cui quattro italiani e due zaptié, i carabinieri indigeni e circa cinquanta furono i feriti ricoverati in ospedale colpiti dalle schegge, mentre Graziani, gravemente ferito, veniva trasportato all’ospedale della Consolata. Colpito da 350 schegge, resterà ricoverato in ospedale per 68 giorni, i primi dei quali trascorsi in condizioni critiche.

Dopo i primi momenti di panico e indecisione vengono chiuse le uscite del vasto cortile per evitare la fuga degli attentatori. Subito si scatena il fuoco di fucileria dei militari italiani e degli ascari libici sulla folla che cerca di fuggire. Si spara per tre ore, ma senza  riuscire colpire gli attentatori, che con un complice riuscirono a fuggire. In città iniziano i rastrellamenti e Addis Abeba divenne teatro di numerosi scontri a fuoco nelle strade cittadine, mentre nelle ore successive ebbe inizio la rappresaglia.

Saranno giorni di inferno per la capitale dell’Impero. Come in tutti i casi del genere le cifre sono molto discordanti fra le due parti. Gli abissini dichiararono oltre trentamila morti, le autorità italiane circa 300. Il numero esatto non si saprà mai, ma furono sicuramente intorno alle quattromila, forse seimila se è verso che solo i Carabinieri Reali e gli Zaptié passarono per le armi 2.509 indigeni, secondo un’informativa dell’attività dell’Arma firmata dal colonnello Hazon e datata 2 giugno.

Gli attentatori, intanto, nonostante la taglia di 10.000 talleri messa sulle loro teste non si trovano. Su ordine di Graziani alla fine di febbraio vengono fucilate decine di notabili e ufficiali etiopi. Tra marzo e novembre ben 400 abissini, tra cui importanti personaggi pubblici, vengono imprigionati e deportati in Italia con cinque piroscafi. Intere famiglie con donne e bambini sono confinate nel campo di concentramento di Danane, sulla costa somala, dopo aver sostenuto un lungo viaggio di 15 giorni con morti per stenti e malattie.

Il primo convoglio parte da Addis Abeba il 22 marzo, arrivando a destinazione solo il 7 aprile. Comprende 545 uomini, 273 donne e 155 bambini, ma moltissimi muoiono sulle strade battute continuamente dalla pioggia. Seguiranno altri cinque convogli per un totale, secondo fonti italiane, di 1.800 unità. Per gli etiopi tale cifra va moltiplicata per quattro.

Il 28 febbraio Graziani arriva a proporre di «radere al suolo» la parte vecchia della città di Addis Abeba «e accampare tutta la popolazione in un campo di concentramento» ma Mussolini si oppone per paura di più decisive reazioni internazionali, pur confermando l’ordine di passare per le armi tutti i sospetti, ordine poi esteso a tutti i governatori dell’Impero. Le esecuzioni proseguono anche a marzo e Graziani ordina anche la fucilazione di tutti i cantastorie, gli indovini e gli stregoni di Addis Abeba e dintorni, in quanto responsabili di annunciare nei vari mercati la fine prossima del dominio italiano.

Le operazioni di repressione culmineranno nel maggio del 1938 con il massacro di sacro di Debre Libanos. Le autorità italiane avevano cominciato a sospettare un ruolo ispiratore da parte del clero copto, e sebbene gli indizi fossero flebili venne deciso l’invio di una colonna di truppe somalo-islamiche agli ordini del generale Pietro Maletti verso la città santa della chiesa copta.

Nella loro marcia di 150 km da Addis Abeba vengono incendiati 115.422 tucul e tre chiese, mentre ben 2.523 sono i “ribelli” giustiziati.  Dopo la distruzione del convento di Gulteniè Ghedem Micael del 13 maggio con la fucilazione dei monaci, la colonna raggiunse Debrà Libanòs, che occupò il 19 giugno. Il giorno successivo, pervenne un telegramma un telegramma di Graziani che ordinava di

«passare per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vicepriore»,

Una rarissima immagine che documenta l'eccidio

Preti copti (cascì) in attesa della fucilazione fotografati il 20 maggio 1937

Ebbe inizio il sistematico massacro di monaci, seminaristi e suore cristiano-copti, che terminò il 26 maggio con la fucilazione di 126 giovani diaconi che erano stati inizialmente risparmiati. Secondo i dispacci inviati da Graziani a Benito Mussolini, le vittime sarebbero state 449, mentre uno studio degli anni novanta, realizzato congiuntamente da un ricercatore inglese e da uno etiope alza la stima fino a 1.400-2.000 morti.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post e con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

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