Gli italo-tedeschi si attestano sulla “linea del Mareth”

Il 16 febbraio del 1943, le forze italo-tedesche agli ordini del maresciallo Rommel si attestano sulla linea fortificata costruita dai francesi, costruita nel 1935 per difendere la Tunisia da un’invasione proveniente dalla Libia italiana. Si trattava di un sistema di fortificazioni, lungo 35 km, costruito presso la città costiera di Médenine, nel sud della Tunisia, fino alle colline di Matmata, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.

Con lo sbarco a partire dal 14 febbraio 1941 del DAK (il Deutsches Afrikakorps) a Tripoli  e le brillanti offensive del generale Erwin Rommel, si era troppo precipitosamente deciso di demolire tale linea difensiva ritenuta ormai inutile. Dopo la sconfitta ad El-Alamein il quartier generale italo-tedesco dette immediatamente ordine di interrompere le demolizioni delle casematte e dei bunker che vennero anzi rinforzati con ulteriori reticolati e nidi di mitragliatrici.

La linea di Mareth che venne ben presto soprannominata dai combattenti “La Maginot del deserto” era in pratica l’unico sbarramento possibile per non far cadere Tunisi, l’ultimo porto in Nord Africa ancora in mano alle truppe dell’Asse. Caduta Tunisi non solo tedeschi e italiani avrebbero dovuto evacuare definitivamente il Nord Africa, ma si sarebbero portati gli alleati in casa, distando la Sicilia dalla Tunisia poche ore di navigazione.

Il sistema difensivo aveva la sua spina dorsale nella zona costiera pianeggiante a ridosso di Gabès, dove erano stati costruiti una trentina di bunker a difesa delle principali vie di comunicazioni li confluenti. Uno dei cardini della resistenza era poi costituito dal buon posizionamento della artiglieria italo-tedesca, che pur potendo contare su un numero minore di pezzi godeva però di un dislocamento più favorevole rispetto a quello nemico.

Il 23 dello stesso mese ci fu un ulteriore sistemazione delle truppe italo-tedesche operanti in Africa. I resti della Armata corazzata italo-tedesca, vennero inquadrati nella nuova 1ª Armata Italiana, sotto il comando del generale italiano Giovanni Messe, mentre Rommel venne posto al comando di un nuovo gruppo di armate,  denominato Heeresgruppe Afrika, che aveva alle sue dipendenze la 1ª Armata Italiana di Messe e la 5ª Panzerarmee di von Arnim.

La 1ª Armata italiana, aveva a disposizione quattro divisioni di fanteria italiane, “La Spezia”, “Pistoia”, “Trieste” e “Giovani Fascisti”, due divisioni corazzate la nuova “Centauro” e la 15ª Panzer-Division e due divisioni di fanteria leggera tedesche, la 90ª e la 164ª.  Queste forze vennero suddivise in due corpi d’armata: il XX al comando del generale Taddeo Orlando e il XXI comandato dal generale Paolo Berardi.

La 5ª Panzerarmee inquadrava due unità corazzate, la 10ª Panzer-Division, la Panzer-Division Hermann Göring unità di elite della Luftwaffe, lo Schwere Panzerabteilung 501 reparto corazzato di carri pesanti Tiger 1, oltre a due divisioni di fanteria la 334ª e la “von Broich” e unità minori. In essa erano inquadrate anche due grandi unità italiane la L Brigata speciale “Imperiali” con semoventi 75/18 e la 1ª Divisione fanteria “Superga”.

Tiger 1 in Tunisia TAGLIATA
Un Tiger I appartenente allo Schwere Panzerabteilung 501.

Compito delle truppe comandante dal generale Messe, fra le quali era stato ricostituito ed era tornato in linea un battaglione della “Folgore” composto dai superstiti dell’Egitto e inquadrato nel 66º Reggimento fanteria “Trieste”, era la difesa delle posizioni nel sud della Tunisia lungo la linea del Mareth e la 5ª Armata corazzata tedesca, invece, avrebbe difeso la zona settentrionale.

museo-de-la-linea-di-mareth.jpg

Sarà proprio sulla linea del Mareth che si consumerà l’ultima battaglia in terra d’Africa. Vedremo nei post dei mesi successivi l’evolversi della battaglia decisiva, quella che aprirà le porte all’invasione del suolo nazionale, con lo sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943. Ricordiamo infine che alla Linea del Mareth è stato dedicato un interessante Museo militare, la cui parte più interessante è costituita dalla parte a “cielo Aperto” costellata di bunker collegati fra di loro da trincee e camminamenti.

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