Campagna d'Etiopia

Eritrea 12 febbraio 1936, il massacro del cantiere di Gondrand

Nei giorni in cui si svolgeva la battaglia dell’Amba Aradam nell’ambito della campagna italiana che portò alla conquista dell’Etiopia, 200 chilometri circa più a nord, nei territori appena conquistati si consumava l’eccidio del cantiere di Gondrand. Erano l’alba del 13 febbraio 1936, e 5 circa quando un centinaio, secondo altre fonti molto di più, di armati etiopi agli ordini di ras Immirù, penetravano in un cantiere per costruzioni stradali dove lavoravano numerosi operai italiani.

Lo stesso era ubicato nella località Utok Emni presso Mai Lahlà, nelle retrovie del fronte al confine con l’Eritrea italiana, dove la Società Nazionale Trasporti Gondrand si stava occupando della costruzione di strade coloniali e presso il villaggio di Daro Taclè aveva posto il suo cantiere n.1, impegnato nell’allargamento della strada tra l’Asmara ed Adua. Il cantiere ospitava poco meno di un centinaio di operai italiani con a capo l’ingegnere Cesare Rocca.

Così descrive l’azione Ras Immurù nel luglio del 1936, che aveva assegnato i guerrieri designati all’attacco al comando del fitaurari Chenfè, che attaccò il cantiere conquistandolo dopo una breve resistenza.

«Ho dato io stesso al fitautari Tesfai l’ordine di attaccare il campo di Mai Lahlà. Lo ritenevo e lo ritengo ancora un atto legittimo di guerra, poiché gli operai erano in zona di operazioni ed erano armati di moschetto. Infatti essi si difesero accanitamente infliggendoci dure perdite. Cosa che non potevano certo fare le nostre popolazioni, quando venivano attaccate e decimate dall’aviazione fascista»

Il cantiere era fornito di circa 15 moschetti come arma di difesa, ma nonostante gli operai avessero usato anche gli attrezzi da lavoro e badili come strumenti di difesa furono sopraffatti dagli etiopi; quasi tutti gli operai presenti quella notte, sessantotto italiani e diciassette eritrei, e la domestica abissina del campo furono uccisi nel giro di un paio di ore, salvo due italiani (Alfredo Lusetti e Ernesto Zannoni) che finirono prigionieri e successivamente liberati. I diciassette eritrei si trovavano nel cantiere su richiesta del cascì del vicino villaggio di Mai Enda Baria, che avendo giudicato provvidenziali i nuovi lavori, aveva chiesto di poter impiegare i disoccupati del suo villaggio.

I superstiti furono pochissimi, circa una ventina, tra cui il Tenente Clemente Ruggiero che si trovava a Mai Lhalà, con il suo furgone della posta. Riuscì, con pochi superstiti, a sfuggire verso il fiume Tacazzè. Sarà poi tra i primi a prestare soccorso ai feriti; invece l’operaio Giuseppe Fornara, riuscì ad allontanarsi dal cantiere nella confusione dell’assalto, portando la notizia dell’assalto ai nostri posti di frontiera. Ritirandosi gli etiopici portarono con se due prigionieri che vennero poi successivamente liberati: Alfredo Lusetti ed Ernesto Zannoni, che saranno in pratica gli unici superstiti fra coloroe che erano presenti nel cantiere al momento dell’attacco.

Il massacro fu scoperto qualche ora dopo da un reparto del 41º Reggimento: al loro arrivo nel cantiere, i militari trovarono che molti cadaveri degli italiani presentavano mutilazioni o evirazioni[10]. Sul luogo vi erano anche i segni di un’esplosione della polveriera del cantiere, che aveva provocato la morte di circa una quarantina di guerrieri etiopi. Lydia Maffioli moglie dell’ingegner Rocca fu ritrovata uccisa a colpi di rivoltella, probabilmente ad opera del marito per evitarle la cattura.

Bare in attesa della sepoltura dopo la'ttacco al cantiere Gondrand

Bare in attesa della sepoltura

Sul luogo del massacro il primo sacerdote a giungere fu Fra Ginepro che così descrisse la scena:

“L’ingegnere capo, uno dei tre o quattro che erano armati, ha sparato tutti i colpi della sua rivoltella e ora giace con gli stivaloni alti, con la giubba stracciata, col volto che guarda fisso la sua signora. Dietro a lui in doppia fila sono allineati 70 cadaveri, di cui 18 evirati, con uno strato giallognolo al luogo della mutilazione”.

Subito dopo i soldati italiani iniziarono una dura rappresaglia nei confronti della popolazione della zona circostante a Mai Lahlà: nei pressi del cantiere furono uccisi a fucilate cinque passanti; nel villaggio di Darò Taclè ci verificarono 18 uccisioni e 7 ferimenti. Ogni giorno giunsero alle autorità italiane denunce di brutali violenze contro la popolazione indigena.

«Purtroppo non sono i soli fatti avvenuti quale reazione, dopo la strage dei nostri operai al cantiere Gonrand; reazione che ha sconvolto paesi e persone che nessuna responsabilità potevano avere nel lamentato incidente. Ogni giorno pervengono nuove denunzie, le quali dimostrano che, malgrado le severe misure prese dall’autorità militare, perdura negli operai e nelle truppe nazionali uno stato di esasperazione verso ‘”tutta”la popolazione indigena, con esplosioni di brutale, ingiustificata violenza.»

(Alberto Pollera, 24 febbraio 1936)

Il 7 marzo 1936 oggetti provenienti dalla depredazione del cantiere, appartenenti all’ingegner Rocca, vennero scoperti dagli spahis del 2º Corpo d’armata italiano durante un’ispezione di tucul nel villaggio di Adi Anfitò, i cui abitanti vennero uccisi per rappresaglia. Un gruppo di donne e uomini riparati all’interno di una chiesa furono trucidati e bruciati della 109ª brigata. La reazione italiana al massacro della Gondrand portò all’impiccagione di capi locali e individui ritenuti colpevoli del massacro, i cui corpi furono lasciati a lungo esposti sulla forca alla mercé degli avvoltoi come monito alla popolazione locale.

Dopo questo massacro a tutti gli italiani venne indicato dai comandi di tenere per sé l’ultima cartuccia in caso di scontro armato, per evitare una fine brutale in caso di cattura.  Il 9 marzo 1936 il segretario generale del Ministero degli Esteri Fulvio Suvich presentò alla Società delle Nazioni la relazione del governo italiano che denunciava il massacro di Gondrand. Nel documento erano evidenziate:

La denuncia del governo italiano alla Società delle Nazioni al seguito dell'eccidio del cantiere Gondranf+.jpg

l’aggressione selvaggia e sanguinaria contro operai disarmati;

l’accanimento bestiale su feriti e cadaveri, molti dei quali totalmente o parzialmente evirati (organi genitali tagliati o strappati) o sottoposti ad altre terribili mutilazioni come lo sventramento, il taglio delle mani e l’asportazione degli occhi;

l’impiego, già constatato in altre occasioni, di proiettili dum-dum che hanno causato impressionanti squarci e lacerazioni ben riscontrabili nel repertorio delle fotografie allegate.

 

La denuncia presentata alla Società delle Nazioni non ebbe riscontro, in quanto dopo poche settimane gli eventi portarono all’occupazione dell’Etiopia da parte dell’Italia. I corpi degli italiani insieme a quelli eritrei vennero seppelliti in un cimitero allestito nei pressi del cantiere. I loro nomi vennero inseriti nella lapide in bronzo collocata nel salone della sede centrale della Società Nazionale Trasporti Gondrand di Milano.

Il cimitero di Mai Lahlà nel primo anniversario dell'eccidio.jpg

Il cimitero di Mai Lahlà nel primo anniversario dell’eccidio

Le salme dell’ingegner Rocca e della moglie vennero riportate in Italia negli anni ’60. Il fratello dell’ingegnere, Pietro, nell’occasione chiese che venisse scritto un articolo per commemorare i morti ma nessun giornale divulgò la notizia. Dino Buzzati, sentenziò

“che era addirittura una ignominia occuparsi dei morti di una guerra d’avventura, andati in Africa per farsi una fortuna”.

 

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