2^ G.M. I bollettini di Guerra

Dal pantano d’Italia è nato un fiore: Maria Pasquinelli

“Io mi ribello, col fermo proposito di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli, ai Quattro Grandi i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare ancora una volta dal grembo materno le terre più sacre d’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o con la più fredda consapevolezza, che è correità, al giogo jugoslavo, sinonimo per la nostra gente indomabilmente italiana, di morte in foiba, di deportazioni, di esilio”

Questo fu il testo del bigliettino-confessione trovato addosso a Maria Pasquinelli e da lei stessa consegnato ai militari alleati, dopo aver sparato ed ucciso con tre colpi di pistola, il brigadiere generale W. De Winton, comandante della guarnigione britannica di Pola. Era il 10 febbraio del 1947, il nefasto giorno della firma del trattato, imposto all’Italia dai 21 Stati vincitori del secondo conflitto mondiale.

In base ai trattati l’Italia, oltre a restituire i territori francesi, jugoslavi e greci occupati durante la guerra, cedeva alla Francia il comune di Tenda e parte dei comuni di Briga, Valdieri e Olivetta San Michele; alcune vette; una buona porzione del versante italiano dell’altopiano del Monginevro, il bacino superiore della Valle Stretta del monte Thabor, il colle del Moncenisio e la parte sud del colle del Piccolo San Bernardo.

Andavano alla Jugoslavia: Fiume, il territorio di Zara, le isole di Lagosta e Pelagosa, quasi tutta l’Istria, buona parte del Carso triestino e goriziano, l’alta valle dell’Isonzo.  L’Albania ritornava indipendente nei confini del 1940, e ad essa andava l’isola di Saseno. Trieste, i comuni circostanti e una parte dell’Istria finivano sotto il Territorio libero di Trieste.

Inoltre l’Italia perdeva tutte le sue colonie: il Dodecanneso passava alla Grecia, Tientsin alla Cina; la Libia, prima di diventare indipendente nel 1951, fu occupata dai britannici. La Somalia, dopo un periodo di occupazione inglese, rimase sotto controllo italiano e amministrazione Onu, fino al 1960. L’Etiopia, aggredita dall’Italia nel 1935, inglobava l’Eritrea e tornava ufficialmente indipendente, sia pure in parte sotto controllo britannico, fino al 1954.

Dopo l’attentato, che da parte della stampa venne giudicato come un “rigurgito fascista”, il corrispondente da Pola dell’Associated Press Michael Goldsmith scrisse:

« Molti sono i colpevoli, i polesani italiani non trovano nessuno che comprenda i loro sentimenti. Il governo di Roma è assente, gli slavi sono apertamante nemici in attesa di entrare in città per occupare le loro case, gli Alleati freddi ed estremamente guardinghi. A questi, specie agli inglesi, gli abitanti di Pola imputano di non avere mantenuto le promesse, di averli abbandonati. »

Maria Pasquinelli italiana di purissimi ideali, nacque a Firenze il 16 aprile 1913  e dopo essersi diplomata maestra elementare,si laureò in pedagogia a Bergamo. Fascista fervente, frequentò la Scuola di Mistica Fascista e nel 1940, si arruolò volontaria crocerossina al seguito delle nostre truppe in Libia.Nel novembre 1941 lasciò l’ospedale di El Abiar (a 40 Km da Bengasi), dove lavorava, per raggiungere la prima linea travestita da soldato con la testa rapata e documenti falsi.

Fu scoperta, riconsegnata ai suoi superiori e rimpatriata in Italia. Nel gennaio 1942 chiese di essere inviata come insegnante in Dalmazia e per qualche tempo insegnò l’italiano a Spalato, al tempo annessa all’Italia nel Governatorato di Dalmazia. Qui conobbe gli orrori ed i rischi della guerra: venne arrestata, ed il 13 settembre fu oggetto del tentativo di stupro da parte di un partigiano cui ebbe modo di sottrarsi per la grande forza reattiva che fu capace di esprimere.

Durante il periodo della detenzione, trovò aiuto in alcune donne croate che erano “ammirate della sua bontà” e le permisero di sopravvivere alla fame ed alle angherie del carcere. Il 10 ottobre 1943 i tedeschi con l’operazione Nubifragio ripresero il controllo della regione e quasi subito vennero alla luce le stragi compiute dai titini nel breve periodo di occupazione.

Maria venne liberata e il 27 ottobre decise di imbarcarsi alla volta di Trieste con la “Goffredo Mameli” e riuscì a salvarsi dalle bombe alleate che vennero sganciate sulla nave dove fecero parecchie Vittime, tra cui un apprezzato collega della Pasquinelli, il prof. Camillo Cristofolini. In quie giorni cominciarano a circolare sinsitre voci sulla sorte di centinaia di italiani, per la prima volta si sentiva parlare di foibe.

Maria aiutó a recuperare le salme dei militari in modo da sottrarle all’estremo oltraggio delle fosse comuni ed avviarle all’onorata sepoltura e a documentare le atrocità delle foibe. A Spalato trovò una fossa comune dove erano sepolti 200 militari della divisione “Bergamo” e partecipò al recupero di altre centinaia di infoibati.

Stabilitasi a Trieste, subissò di memoriali e di denunce le autorità della RSI che nel frattempo aveva dato inizio alle operazioni di ricerca degli scomparsi. In questo, era figlia d’arte, perché da ragazza aveva collaborato con il padre nella lunga e pietosa sistemazione del Sacrario di Redipuglia, compiuta nello scorcio finale degli anni trenta: un’esperienza che l’avrebbe segnata per la vita.

Cercò di stabilire contatti tra la Decima Mas e i partigiani della “Franchi” e della “Osoppo” nell’impossibile tentativo di costituire un fronte comune anti-slavo composto da Regno del Sud, Repubblica Sociale e CLN, destinato ad abortire in partenza perché gli Alleati, assieme al Governo Badoglio ed alle forze partigiane, avevano già preso accordi irreversibili con Tito. Per questa attività venne arrestata dai tedeschi e minacciata di deportazione. Fu salvata da un intervento personale di Junio Valerio Borghese, comandante della X MAS.

Nell’immediato dopoguerra fu attivissima, prima a Trieste e poi a Pola come assistente degli Esuli, sia in ordine alle faticose incombenze burocratiche, sia nella prioritaria ottica psicologica: le numerose testimonianze sono state sempre concordi nel riconoscerne l’altruismo e la sensibilità. Furono questi stati d’animo, la toccante partecipazione al dramma di un intero popolo, a suscitare nel cuore di Maria l’idea di esprimere la protesta di tutti.

La mattina del 10 febbraio 1947 il brigadiere generale W. De Winton lasciò di buon ora il suo alloggio. Lo attendeva una giornata impegnativa. In quelle stesse ore a Parigi si stava firmando il trattato di pace ed a lui sarebbe toccato il compito di cedere l’enclave di Pola alla Jugoslavia. I cittadini di Pola si erano illusi nei venti mesi di presenza di militari alleati di sfuggire al destino di passare sotto la Jugoslavia, amaro destino che aveva già colpito gli italiani di quasi tutta l’Istria e della Venezia Giulia.

Ma ora bisognava fare i conti con la realtà: per espresso desiderio, il passaggio di poteri sulla città di Pola avrebbe avuto luogo in concomitanza con la firma del trattato di pace. Per l’occasione, la guarnigione britannica era stata schierata davanti alla sede del comando ed il generale De Winton fu invitato a passarla in rassegna. La cerimonia si svolse sotto la pioggia e davanti a pochi curiosi dai quali si levarono mormorii di disapprovazione e qualche grido ostile: i polesani si sentivano abbandonati e traditi dai loro protettori.

De Winton stava avanzando verso il reparto schierato quando, dalla folla presente, si staccò la Pasquinelli che si diresse verso l’ufficiale. Fu questione di un istante: estrasse dalla borsetta una pistola e fece ripetutamente fuoco senza pronunciare una sillaba. Tre proiettili colpirono al cuore il generale che morì sul colpo, un quarto colpo ferì il soldato che aveva cercato di proteggerlo.

Per qualche giorno le autorità militari alleate mantennero il massimo riserbo. Del delitto furono lasciate circolare le versioni più strampalate: isterismo, delitto passionale, provocazione fascista o titina e così via. Grazie ad Indro Montanelli, presente a Pola come inviato del Corriere della Sera, fu possibile conoscere la vera motivazione dell’attentato che spiegava le ragioni del delitto.

Il giorno seguente Trieste fu inondata da una pioggia di manifestini tricolori sui quali era scritto:

« Dal pantano d’Italia è nato un fiore: Maria Pasquinelli »

In ogni caso l’assassinio del povero De Winton non scandalizzò quasi nessuno. Apparentemente mise in serio imbarazzo il governo italiano che stava cercando di salvare il salvabile nei confini orientali (a cominciare da Trieste e Gorizia, inserite nella cosiddetta zona A — delle due, A e B, rivendicate dalla Jugoslavia).

Il processo a Maria Pasquinelli 2

Il processo a Maria Pasquinelli

Maria Pasquinelli fu processata due mesi dopo dalla Corte Militare Alleata di Trieste. Il dibattito si svolse senza tumulti né colpi di scena. L’imputata si dichiarò colpevole e spiegò le ragioni che l’avevano indotta a compiere l’attentato. Maria non odiava gli Alleati, e tanto meno Robert De Winton: durante il processo disse di riconoscere la sacralità di tutte le patrie e volle precisare, come evidenziato nel testamento spirituale, che la sua decisione era stata motivata soltanto dalla protesta nei confronti dei Quattro Grandi e della loro incapacità di comprendere il buon diritto italiano.

Il 10 aprile la Corte alleata pronunciava la sentenza che la condannava a morte, l’imputata si raccolse in silenzio, il pubblico rumoreggiò e le donne scoppiarono in singhiozzi. Ma gli Alleati sapevano bene di non avere bisogno di una nuova Martire, che la fantasia popolare aveva immediatamente equiparato a Guglielmo Oberdan, la cui forca era stata eretta, oltre 60 anni prima, a pochi metri di distanza dalla sede della Corte inglese chiamata a giudicare la Pasquinelli.

Maria venne poi affidata alla giustizia italiana che si sarebbe dovuta fare carico degli adempimenti carcerari e che la trattenne fino al 1964 nel penitenziario di Perugia, fino a quando, col beneplacito degli Alleati, la pena fu commutata in ergastolo e terminò con la grazia.

In realtà può essere che l’assassinio del generale De Winton abbia da una parte facilitato l’esodo, macchiato dall’ombra del terrorismo e dall’altra, abbia aiutato il ritorno di Trieste all’Italia, sia pure sette anni dopo, paventando il rischio di un’insurrezione italiana in Istria, di cui il delitto di Maria Pasquinelli doveva essere il detonatore.

Maria Pasquinelli è morta a Bergamo, città natale della madre il 3 luglio del 2013 a novanta anni di età. Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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