1^ G.M. I trattati di pace

Si chiude la conferenza di pace di Parigi

Il 21 gennaio del 1920, un anno e tre giorni dopo la sua apertura, si chiudeva la conferenza di pace, svoltasi a Parigi fra le potenze vincitrici del primo conflitto mondiale, impegnati a delineare una nuova situazione geopolitica in Europa e a stilare i trattati di pace con le Potenze Centrali uscite sconfitte dalla guerra. La conferenza si aprì il 18 gennaio 1919 e durò come detto fino al 21 gennaio 1920, con alcuni intervalli.

La conferenza di pace si svolse, nella sala dell’orologio del Quai d’Orsay, sede del ministero degli esteri francese, con un discorso del presidente francese Raymond Poincaré. Presidente effettivo della conferenza venne designato Georges Clemenceau, il quale dichiarò:

«[…] Non si tratta di pace territoriale o di pace continentale, ma di pace dei popoli. […] Tregua alle parole; bisogna agire presto e bene»

Alla conferenza presero parte dieci persone, il consiglio dei dieci – formato da cinque capi di governo e cinque ministri degli esteri delle maggiori potenze vincitrici (Stati Uniti, Italia, Francia, Gran Bretagna, nonché Giappone per quanto riguardava l’Oriente), mentre veniva esclusa la Russia che pur aveva combattuto per tre anni contro gli imperi centrali.

I quattro grandi alla Conferenza di pace di Parigi da sinistra Lloyd George, Vittorio Emanuele Orlando, Georges Clemenceau, Woodrow Wilson.jpg

I “quattro grandi” da sinistra Lloyd George, Vittorio Emanuele Orlando, Georges Clemenceau, Woodrow Wilson

Il nuovo assetto politico e geografico dell’Europa fu discusso e definito dai quattro “grandi”; Thomas Woodrow Wilson il presidente degli Stati Uniti, Georges Clemenceau, primo ministro francese, David Lloyd George, primo ministro britannico, e Vittorio Emanuele Orlando, presidente del consiglio italiano, coadiuvati dai rispettivi ministri degli esteri, Robert Lansing, Stephen Pichon, Arthur James Balfour e Sidney Sonnino.

Da questi trattati l’Europa uscì completamente ridefinita, in base al principio della autodeterminazione dei popoli, concepito dal presidente degli Stati Uniti Wilson, nel tentativo, di riorganizzare su base etnica gli equilibri del continente. Nel tentativo di creare stati “etnicamente omogenei” sulle ceneri degli imperi multietnici di Austria-Ungheria e Turchia, furono riconosciuti Stati di recente formazione, quali la Cecoslovacchia e la Jugoslavia con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, destinati ad alimentare nuove tensioni ed instabilità, oltre ad esodi e conflitti di popoli e nazioni.

Non staremo troppo a dilungarci su tutti coloro che rimasero scontenti, dalla conferenza di pace, conferenza che a detta di molti gettò le basi per il più spaventoso conflitto della storia dell’umanità, che scoppierà vent’anni dopo la conclusione della stessa,  ma analizzeremo la situazione dell’Italia, la potenza vincitrici più danneggiata dai trattati di pace.

La netta sensazione che ciò che era stato promesso in sede di entrata in guerra del Regno d’Italia e messo nero su bianco nei famosi quattordici punti del Trattato di Londra,non sarebbe stato rispettato, porterà la delegazione italiana ad abbandonare la conferenza il 19 aprile salvo poi tornare sui propri passi, dopo aver constatato che la stessa continuava anche senza la presenza della delegazione italiana.

Nel paese intanto i movimenti nazionalisti alimentavano il mito della “vittoria mutilata” e le mire espansionistiche nell’Adriatico divennero i punti di forza del movimento che raccolse le tensioni di una fascia sociale eterogenea, della quale fecero parte gli Arditi, gli unici capaci di dare una svolta coraggiosa all’atteggiamento del governo. Il 23 marzo del 1919, Mussolini fondava a Milano i Fasci di combattimento.

In molti ambienti si diffuse la convinzione, alimentata dai giornali e da alcuni intellettuali, che gli oltre seicentomila morti della guerra erano stati “traditi”, mandati inutilmente al macello, e tre anni di sofferenze erano servite solo a distruggere l’Impero asburgico ai confini d’Italia per costruirne uno nuovo e ancora più ostile ad essa.

Il 12 settembre del 1919, il poeta Gabriele D’Annunzio alla testa di una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani, occupò militarmente la città di Fiume chiedendone l’annessione all’Italia. La situazioni si sbloccò solo con la firma del Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920, in base al quale l’Italia acquisiva quasi per intero il Litorale austriaco comprendente le città di Gorizia e Trieste col loro circondario, nonché la quasi totalità dell’Istria e le isole quarnerine di Cherso e Lussino.

Della Dalmazia promessa col patto di Londra all’Italia andarono la città di Zara, le isole di Làgosta e Cazza e l’arcipelago di Pelagosa. Il resto della regione fu assegnata al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Fiume veniva riconosciuta città indipendente, ma D’Annunzio non riconobbe validità al Trattato di Rapallo giungendo a dichiarare guerra all’Italia: il poeta e le formazioni irregolari vennero costretti ad abbandonare la città solo dopo un intervento di forza da parte delle forze armate italiane nel dicembre del 1920..

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