1^ G.M. Le battaglie sull'Isonzo

Harukichi Shimoi, un samurai tra gli arditi

Il post odierno è dedicato ad una figura singolare e sconosciuta della Grande guerra. Oggi parleremo dell’avventurosa vita e delle opere letterarie di un giapponese, un samurai, innamorato dell’Italia, che fece del nostro paese la sua seconda patria, combattendo nelle file del Regio Esercito, nel corpo degli Arditi per la precisione.

Ma andiamo con ordine. Egli nasce a Fukuoka il 20 ottobre del 1883, da un’antica e nobile famiglia di samurai come Harukichi Inoue e quando si sposò nel 1907, adottò il cognome della moglie, Shimoi.

Dopo gli studi effettuati in patria, Shimoi ormai trentaduenne si trasferì in Italia per studiare Dante, e grazie all’intercessione del marchese Guiccioli, ambasciatore italiano nel paese del Sol Levante, riuscì ad ottenere una cattedra come insegnante di giapponese presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli.

Scoppio la grande guerra, il Regno d’Italia entro nel conflitto il 24 maggio del 1915 e Shimoi decise quindi senza pensarci troppo di arruolarsi come volontario. Gli fu dato un posto da ufficio presso lo stato maggiore, ma non era soddisfatto. Prese coraggio e andò a dal generale Caviglia, il comandante delle truppe, e chiese di essere mandato in prima fila dove combattevano tutti gli altri, in trincea.

Shimoi Harukichi.jpg

Shimoi Harukichi con la divisa degli Arditi

Il militare stupito da quelle parole, gli mise in mano la divisa, che gli regalò personalmente, e lo mandò laddove solo un figlio del Bushido o un pazzo poteva andare, in mezzo agli Arditi. Sono gli atleti della trincea, corrono a dare e ricevere la morte, abili con le bombe a mano, sperimentatori di lanciafiamme, insuperabili con il pugnale. Gli Arditi sono esperti nel corpo a corpo e Shimoi fornisce il suo contributo impartendo lezioni di karate.

Il 3 novembre del 1918, è fra i primi ad entrare in Trento liberata, con la coccarda tricolore sul petto, e si reca subito a visitare il monumento di Dante:

“Mezzanotte era passata, venne la pioggia sottile sottile. Nel cielo oscuro il monumento sorgeva nero e altero. E sul marmo lucido del suo piedistallo si inginocchiò e si inchinò reverente, un piccolo giovane che è venuto dall’Estremo oriente, lasciando lontano i suoi cari, sfidando il mar tempestoso, guidato solo dalle divine parole del Poeta”.

Fu proprio durante la permanenza nel corpo speciale degli Arditi che nacque l’amiciza fra il poeta nipponico e Gabriele D’annunzio, i due si trovavano al fronte per dare prova – mettendo a rischio la loro incolumità fisica – di credere fino in fondo all’ideale del “poeta guerriero”.

D’altro canto il terreno era fertile per la nascita di questo sodalizio: già durante la sua giovinezza romana, infatti, il Vate si era innamorato della cultura nipponica, tanto che chi oggi visita il Vittoriale degli Italiani, complesso monumentale eretto tra il 1921 e il 1938 a Gardone Riviera, dallo stesso d’Annunzio, a memoria della “vita inimitabile” del poeta-soldato e delle imprese degli italiani durante la prima guerra mondiale, lo troverà ancor oggi colmo di “giapponeserie”: porcellane, stoffe, kimono, soprammobili etc.

Fedele come un vero samurai al suo amico e comandante D’Annunzio, dopo la fine della Grande guerra, Shimoi fu fra i primi a seguirlo a Fiume, fungendo da staffetta tra il poeta, reggente di Fiume e Benito Mussolini, all’epoca a capo dei Fasci italiani di combattimento e direttore de Il Popolo d’Italia, sfruttando il suo passaporto diplomatico che gli permetteva una grande libertà di movimento.

Shimoi fu accolto con entusiasmo dai legionari e di fronte ad essi il Vate pronunciò in suo onore un discorso di benvenuto, augurando un avvenire luminoso al Giappone: “Da Fiume d’Italia, porta d’Oriente, salutiamo la luce dell’Oriente estremo”.

Fu proprio durante l’impresa fiumana che Shimoi venne soprannominato da D’Annunzio “camerata Samurai” e “samurai di Fiume”. Per D’Annunzio, il Giappone era il luogo dei sogni, la meta inarrivabile per eccellenza tanto che, per raggiungerla, insieme a Shimoi, organizzò l’impresa del volo Roma-Tokyo. Il raid doveva costituire auspicio di amicizia fra i due popoli e dimostrazione delle straordinarie possibilità del mezzo aereo, agli inizi del suo sviluppo.

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Il viaggio di Ferrarin in tutte le sue tappe.

D’annunzio voleva prendere parte direttamente alla stessa, ma non poté perché coinvolto nell’impresa fiumana. Il volo cominciò il 14 febbraio del 1920 quando undici equipaggi decollarono dal campo romano di Centocelle con gli auspici dell’Ambasciatore giapponese, e si concluse il 31 maggio successivo dopo 112 ore di volo effettivo.

Degli undici equipaggi partiti solo Arturo Ferrarin con il motorista Gino Cappannini, riuscirono a giungere Tokio con il solo ausilio del mezzo aereo, un biplano Ansaldo SVA9, mentre l’equipaggio composto dal Tenente Ferruccio Marzari e dal  motorista Giuseppe Damonte, anch’essi su Ansaldo SVA9 affrontarono la tratta tra Delhi e Calcutta in treno ed il tragitto tra Canton e Shanghai in nave.

Tornando a Shimoi, conclusa l’esperienza fiumana, fece ritorno a Napoli  dove fondò, la rivista di letteratura giapponese Sakura, che sarà edita sino al marzo dell’anno seguente, per un totale di cinque numeri. Durante le sue numerose missioni di aggiramento del blocco militare imposto dal generale Caviglia a Fiume, egli strinse amicizia con il futuro fondatore del fascismo. Pertanto aderì entusiasticamente al Fascismo,  e nel 1922, prese parte alla Marcia su Roma.

Mussolini che apprezzava molto il poeta giapponese, decise nel 1928 di inviare in Giappone una colonna tratta dal Foro romano dalla casa di Pompeo. E volle che ai piedi della colonna fosse posta una epigrafe commemorativa dedicata “Allo spirito del Bushido”. La missione affidata a Shimoi era quella di tornare nella sua terra e portare ai fratelli del Sol Levante la cultura italiana.

Tornato nella sua terra natale, fu instancabile divulgatore della cultura italiana, traducendo numerose opere dal giapponese all’italiano e viceversa, promuovendo anche  la costruzione di un tempio dedicato a Dante Aligheri, a Tokyo. Dedicò alle rovine di Pompei una delle sue opere poetiche più note: “Shinto Ponpeo o tou tame ni” e aiutò ‘ambasciata italiana di Tokyo a fermare le attività a favore del negus d’Etiopia, delle associazioni di destra giapponesi durante la guerra d’Abissinia.

Iniziò a tenere conferenze sul fascismo e fu uno dei maggiori sostenitori dell’asse “Roma, Tokyo e Berlino”.

Nel secondo dopoguerra fece amicizia con Indro Montanelli e lo guidò, in Giappone, per diversi suoi reportage. Morì nel 1954, all’età di settantuno anni.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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