2^ G.M. I bollettini di Guerra

Si chiude a Verona il processo ai “traditori” del 25 luglio 1943

75 anni fa, l’11 gennaio del 1944, si chiudeva con la fucilazione di cinque imputati, sui sei alla sbarra il processo iniziato tre giorni prima nei locali di Castelvecchio a Verona, dove erano comparsi coloro che nella riunione del Gran Consiglio del Fascismo, del 25 luglio precedente votarono a favore dell’ordine del giorno Grandi. Ordine del giorno che approvato da 19 membri del Gran Consiglio, portò alla caduta del fascismo, all’arresto di Mussolini e ai tragici fatti dell’8 settembre.

Chi volesse approfondire gli antefatti del processo, le biografie sugli imputati e la composizione del collegio giudicante, può fare riferimento al nostro post pubblicato l’8 gennaio, intitolato il processo di Verona. Nel presente post invece, tratteremo i tre giorni di dibattito, la sentenza e le conseguenze di quello che passò alla storia come il “processo di Verona”, che si svolse dall’8 all’11 gennaio del 1944.

Il processo si aprì l’8 gennaio alle 9.00 del mattino: come detto nei locali di Castelvecchio a Verona, dove pochi mesi prima si era svolto il primo congresso del Partito Fascista Repubblicano, che aveva visto eletto primo segretario del partito, Alessandro Pavolini, porpiro colui che più di tutti volle il processo ai “traditori del 25 luglio”.

Dopo l’esposizione dei capi d’accusa e l’elenco degli imputati presenti ed assenti, ricordiamo che erano presenti sui sei dei diciannove imputati nel processo, l’avvocato Perani, difensore di Gottardi, pose una eccezione. Essa riguardava la competenza del processo, che secondo l’avvocato doveva essere demandata ad un tribunale militare, poiché molti degli imputati erano militari in servizio.

«Considerato che tra i 19 imputati rinviati a giudizio di questo Tribunale Ecc.mo., figurano presenti persone quali il Maresciallo d’Italia Emilio De Bono, il ten. col. di aviazione Galeazzo Ciano, il capitano Tullio Cianetti, che ai sensi dell’art. 7 del Codice Penale Militare di guerra hanno qualità di militari;(…) Si eccepisce la incompetenza di questa giustizia e si chiede che gli atti vengano trasmessi all’autorità giudiziaria militare, giudice naturale competente»

Andrea Fortunato, Pubblica accusa al Processo di Verona.gif

Andrea Fortunato, Pubblica accusa al Processo di Verona

Questa richiesta scatenò la reazione del pubblico ministero Fortunato:

“Da questo banco parte un monito per la difesa: che essa sia all’altezza dell’ora. Non è sollevando questioni pregiudiziali che si aiuta la causa della Patria e della Storia”.

La richiesta fu rigettata dalla corte, dopo che questa si era ritirata in camera di consiglio per una ventina di minuti. Si passò quindi ad ascoltare le dichiarazioni degli imputati. Il primo ad essere ammesso a parlare fu il Maresciallo d’Italia Emilio De Bono, poi a seguire Pareschi e tutti gli altri. Ultimo fu il conte Ciano, ex potentissimo ministro degli esteri, ma soprattutto genero di Mussolini, avendo sposato la figlia Edda.

La prima giornata di processo di concluse dopo che vennero convocati i teste a deporre. Primo fu Carlo Scorza, ex Luogotenente generale della MVSN, nonché ultimo Segretario del Partito Nazionale Fascista, poi fu la volta di poi Giacomo Suardo Tenente generale d’artiglieria e presidente del Senato dal marzo 1939 al 28 luglio 1943. Venne poi il turno di Enzo Emilio Galbiati ultimo capo di Stato Maggiore della MVSN ed infine depose Ettore Frattari ex Presidente della Confederazione fascista degli Agricoltori che nella riunione del 25 luglio 1943 non sottoscrisse l’ordine del giorno Grandi.

Il secondo giorno di processo si aprì con la lettura del “memoriale” del maresciallo d’Italia ed ex capo di Stato Maggiore Generale Ugo Cavallero. In esso era ipotizzato un colpo di Stato con l’intento di sostituire Mussolini alla guida dell’Esercito stringendo maggiormente l’alleanza con i tedeschi, dimostrando che tentativi di allontanare Mussolini dal governo si stavano sviluppando anche da parte tedesca.

Nel memoriale ricorre spesso il nome di Roberto Farinacci, potentissimo ras di Verona da sempre vicino al Terzo Reich: tuttavia egli non fu coinvolto nel processo poiché non fu tra i firmatari dell’ordine del giorno Grandi, ma ne presentò uno proprio che votò da solo. In ogni caso il procedimento del Tribunale speciale era rivolto solo contro i firmatari e il memoriale fu accantonato.

Poi il giudice Enrico Vezzalini pose alcune domande agli imputati. Al termine dell’udienza si alzò il pubblico accusatore Fortunato, autore di una durissima arringa in cui richiese sei condanne a morte, senza attenuanti per nessuno. Verso la fine dell’arringa, rivolto agli imputati, concluse così:

«Così ho gettato le vostre teste alla storia d’Italia; fosse pure la mia, purché l’Italia viva.»

A seguire gli interventi degli avvocati difensori, che sostennero che nessuno degli imputati avesse tradito e che il voto espresso era una interpretazione errata degli obiettivi dell’ordine del giorno Grandi. L’udienza si chiuse alle 18:00, mancava solo l’intervento del difensore di Cianetti, l’avvocato Arnaldo Fortini, spostato al giorno seguente.

i sei imputati da sin. emilio de bono, luciano gottardi, galeazzo ciano, carlo pareschi, giovanni marinelli e tullio cianetti.

L’udienza riprese alle 10.00, del giorno successivo il 10 gennaio quando prese subito la parola Arnaldo Fortini, l’avvocato di Cianetti, che ricordò la volontà di non votare alcun ordine del giorno che avrebbe potuto causare la caduta del fascismo e la lettera subito scritta a Mussolini l’indomani mattina per ritirare il voto. Gli altri imputati risposero negativamente alla richiesta di Vecchini di voler aggiungere dichiarazioni.

A questo punto la corte decise di ritirarsi per la sentenza, mentre gli imputati vengono accompagnati in un’altra stanza. L’esito del processo era scontato, visto il clima in cui si svolse il processo e la composizione del collegio giudicante. Vennero emesse cinque condanne a morte, unico ad essere salvato dal plotone di esecuzione sarà Tullio Cianetti.

Ad esso verranno riconosciute le attenuanti generiche e condannato a trent’anni di reclusione, che poi si ridurranno a pochi mesi per la conclusione del conflitto e la caduta della Repubblica Sociale. Riguardo agli imputati assenti, i condannati a morte in contumacia, furono Dino Grandi, Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni, Cesare Maria De Vecchi, Umberto Albini, Giacomo Acerbo, Dino Alfieri, Giuseppe Bastianini, Annio Bignardi, Giovanni Balella, Alfredo De Marsico, Alberto De Stefani ed Edmondo Rossoni.

Nessuno di loro venne catturato dalle autorità repubblicane e tutti sopravvissero alla seconda guerra mondiale. Tornando alla conclusione del processo, a quel punto Pavolini si recò da Mussolini per riferirgli insieme al suo capo di Gabinetto, Puccio Pucci.

Arrigo Petacco, nel suo libro Pavolini, L’ultima raffica di Salò, Arnoldo Mondadori Le Scie, Ottobre 1982, pagg. 183-184 riporta la testimonianza del Pucci:

«Appena terminato il processo di Verona, Pavolini ed io partimmo alla volta di Gargnano. Pavolini fu ricevuto dal Duce, al quale riferì esattamente le conclusioni processuali. Subito dopo questo colloquio, mentre ritornavamo a Verona (dove nel frattempo i cinque condannati avevano presentato domanda di grazia), Pavolini mi raccontò che Mussolini gli aveva detto: “Ero sicuro che la decisione del tribunale straordinario sarebbe stata di condanna di morte. Con questa condanna si chiude un ciclo storico. Come capo dello Stato e del fascismo, non dunque come parente di uno dei condannati, ritengo che i giudici di Verona abbiano fatto il loro dovere”. Raggiunta Verona, Pavolini ed io ci recammo in prefettura, da Cosmin, capo della provincia, presso il quale si trovavano le domande di grazia. Era sopraggiunto anche Buffarini-Guidi, ministro degli Interni. Qui ebbe inizio il conflitto delle competenze per l’inoltro delle domande di grazia a Mussolini in una situazione di doloroso imbarazzo»

Sul finale del processo, a cui Pavolini voleva giungere con la rapida e immediata fucilazione dei condannati, ora scoppiava la spinosa vicenda dell domande di grazia presentate dagli impuati, cosa che creò notevole imbarazzo al segretario del partito, dichiarandosi immediatamente contrario all’inoltro delle stesse.

Per ovviare al conflitto di competenze circa le domande, si decise di coinvolgere il ministro della Giustizia Piero Pisenti, che si dichiarò pronto a riceverle e di conseguenza a portarle al Duce insieme al proprio personale parere. La cosa non piacque a Pavolini, che sosteneva la necessità “di non provocare crisi nel Duce”; non si poteva far ritornare Mussolini su quell’argomento per lui tanto grave e doloroso e non lo si doveva mettere nella tragica situazione di prendere decisioni che avrebbero potuto avere, in un caso o nell’altro gravissime conseguenze e ripercussioni in Italia e all’estero.

Pisenti ascoltò, profondamente assorto, Pavolini che parlava a scatti, con viva eccitazione, ripetendo più volte che “bisognava assolutamente lasciar fuori Mussolini”…; poi, con la sua abituale calma e serenità, disse:

“Mi sembra che di tutta questa faccenda si sia occupato, sempre ed esclusivamente, il Partito: il Tribunale è stato istituito su proposta del segretario del Partito; i giudici sono stati nominati su proposta del segretario del Partito; al dibattimento sono stati presenti osservatori del Partito: da queste premesse deriva la conseguenza logica che spetterebbe proprio al segretario del Partito ricevere ed inoltrare le domande di grazia, corredate dalle prescritte informazioni. Datemi, vi ripeto, le domande, ed io le inoltro a Mussolini”.

Questa soluzione non fu accettata da Pavolini, tenace nel suo proposito che “bisognava lasciar fuori Mussolini” che si riservò di prendere una decisione e di parlarne con Buffarini-Guidi ministro degli Interni. Anche quest’ultimo si dichiarò favorevole all’inoltro sostenendo, secondo la testimonianza di Vincenzo Cersosimo, che:

“quelle erano decisioni che non riguardavano il Partito e che i provvedimenti, qualsiasi fossero, dovevano essere presi dalle autorità competenti, militari o giudiziarie, mai dalla autorità politica”.

Rigetto delle domande di grazia.JPG

Si decise pertanto di dare mandato al console Italo Vianini, che era l’ufficiale più alto in grado, di rigettare le domande di grazia. Vianini inizialmente si oppose ma, fatto oggetto di molte pressioni, cedette quando gli fu presentato un ordine scritto firmato dal prefetto Cosmin e da Tullio Tamburini, il capo della Polizia Repubblicana.

Erano circa le ore 8 del mattino dell’11 gennaio 1944; alle ore 9 i cinque condannati furono trasferiti dal carcere degli Scalzi al poligono di tiro di Porta Catena nel forte di San Procolo per l’esecuzione.

Anche l’estremo tentativo della figlia del Duce, Edda era risultato vano. Mussolini, non si è mai saputo se non volle e non poté intevenire. Probabilmente non aveva le forze per opporsi ai “duri e puri” del partito capitananti da Pavolini, che vedevano nella fucilazione degli imputati e soprattutto di Ciano l’unica conclusione possibile alla vicenda.

Si concludeva così’ tragicamente la parabola del “delfino” di Mussolini, secondo uomo più potente del fascismo. Troppi e potenti erano i suoi nemici, primo fra tutti l’ex amico e camerata Pavolini che con lui aveva condiviso la campagna d’Etiopia nella 15ª squadriglia aerea detta “La disperata”, ma non ultimo lo stesso Hitle, a cui Ciano, a modo suo aveva provato ad opporsi.

Ad attendere i cinque condannati a morte al poligioni vi era un plotone di 30 militi fascisti comandati da Nicola Furlotti e un prete don Chiot, che impartì loro la benedizione.

i condannati a morte poco prima di essere fucilati

Nel momento della fucilazione pare che le ultime parole di Ciano fossero:

«Muoio senza odiare nessuno».

Dopo l’esecuzione Edda fuggì in Svizzera portando con sé i preziosi diari del marito. Il corrispondente di guerra Paul Ghali del Chicago Daily News apprese del suo segreto internamento in un convento svizzero e organizzò la pubblicazione dei diari. I diari, strettamente politici, che poco contengono della vita privata di Ciano, rivelano, pur tra abbellimenti e riscritture postdatate, la storia segreta del regime fascista dal 1937 al 1943 e sono considerati una fonte storica primaria.

Un anno dopo, nell’anticamera della fine, rievocando la morte del genero, Mussolini scaricherà il suo dolore represso:

«Quel giorno – dirà – con Galeazzo sono morto anch’io».

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

 

 

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