Le guerre di indipendenza

9 gennaio 1878, muore il primo Re d’Italia

Nel corso della notte del 9 gennaio 1878, muore a Roma Vittorio Emanuele II, ultimo Re di Sardegna e primo Re d’Italia, aveva regnato per 28 anni e 9 mesi. Morì assistito dai figli ma non dalla moglie morganatica, cui fu impedito di recarsi al capezzale dai ministri del Regno. Poco più di due mesi dopo avrebbe compiuto 58 anni. Conosciuto come il Re Galantuomo, fu un grande protagonista del Risorgimento italiano.

Vittorio Emanuele nasce a Torino il 14 marzo del 1820, figlio primogenito di Carlo Alberto, re di Sardegna, e Maria Teresa d’Asburgo. Com’è d’uopo per un erede al trono viene avviato alla disciplina militare: all’età di undici anni è capitano dei fucilieri, nel 1831 è generale e nel 1846 è promosso luogotenente generale.

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Si distingue nella prima guerra di indipendenza degli anni 1848-1849, a Goito, in qualità di comandante la Divisione di riserva, ricevendo l’onorificenza della medaglia d’oro. Si contrappone subito alle politiche paterne di apertura alle istanze liberali; salito al trono, dopo l’abdicazione del padre, avvenuta nel 1849, ammorbidisce la sua intransigenza rispettando molte concessioni elargite da Carlo Alberto, a cominciare dallo Statuto. Per questa sua decisione venne chiamato Re galantuomo o Re gentiluomo.

Si adopera per il risanamento dei conti dello Stato, rinnova l’esercito, favorisce l’istruzione pubblica, promuove i commerci, conquistandosi un grande consenso popolare. Nel 1852 diviene primo ministro il conte di Cavour, la cui abilità di statista consentirà al re di attuare i suoi progetti di unificazione.

Dopo la guerra di Crimea ed il conseguente Congresso di Parigi del 1856, che vede per la prima volta il regno di Sardegna annoverato fra le potenze europee, si allea con la Francia e, come pattuito nel 1858 a Plombieres, prende parte alla seconda guerra d’indipendenza, fino all’armistizio di Villafranca nel quale gli viene riconosciuta la Lombardia.

Il matrimonio di sua figlia Clotilde con Gerolamo Bonaparte rinsalda i legami con Napoleone III. Subito dopo, in seguito ai moti popolari ed ai conseguenti plebisciti, entrano a far parte del regno anche Toscana ed Emilia, anche se in compenso è costretto a cedere alla Francia Nizza e Savoia. Nel 1860 si svolge la spedizione dei Mille di Garibaldi, che vale al Regno di Sardegna l’annessione del Regno delle Due Sicilie.

Nel settembre entra nello Stato della Chiesa occupando le Marche e l’Umbria. Con una legge del 17 marzo 1861 assume il titolo di re d’Italia, portando a compimento quella grande impresa storica che gli varrà il riconoscimento di “padre della patria”. Quelli che seguono sono anni di consolidamento del regno.

la fanteria italiana respinge un attacco della cavalleria austriaca durante la battaglia di custoza

La fanteria italiana respinge un attacco della cavalleria austriaca durante la battaglia di Custoza

Nel 1865 re Vittorio Emanuele II trasferisce la capitale da Torino a Firenze ed attua importanti riforme, fra cui la promulgazione del codice civile e l’abolizione della pena capitale. Nel 1866, alleato della Prussia, dà avvio alla terza guerra d’indipendenza, con la quale annette anche il Veneto. Un plebiscito confermò l’annessione al Regno d’Italia, non così andò invece per i territori conquistati nel Tirolo meridionale.

Il 7 novembre con l’ingresso a Venezia di Vittorio Emanuele II, si concludeva anche la fase politica della terza guerra di indipendenza. Il 20 settembre 1870, dopo il crollo dell’impero francese ed il ritiro delle truppe da Roma, invocando la “Convenzione di settembre” del 1864, egli invia il generale Cadorna il quale, attraverso la breccia di porta Pia, entra nella città eterna rendendo così al regno la sua definitiva e storica capitale.

Da quel momento la sua influenza sulla politica italiana va gradualmente scemando. Nel 1876, con l’incarico ad Agostino Depretis,  si apre una nuova stagione politica  con la nascita del primo governo di sinistra in Italia. La sera del 5 gennaio 1878, dopo aver inviato un telegramma alla famiglia di Alfonso La Marmora, da poco scomparso, Vittorio Emanuele II avvertì forti brividi di febbre. Il 7 gennaio venne divulgata la notizia delle gravi condizioni del Re. Il 9 gennaio del 1878, il “padre della Patria” spirava.

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Vittorio Emanuele II aveva espresso il desiderio che il suo feretro fosse tumulato in Piemonte, nella Basilica di Superga, ma Umberto I, che gli successe al trono accondiscendendo alle richieste del Comune di Roma, approvò che la salma rimanesse in città, nel Pantheon.

La sua tomba divenne la meta di pellegrinaggi di centinaia di migliaia di italiani, provenienti da tutte le regioni del Regno, per rendere omaggio al re che aveva unificato l’Italia.

Si calcola che più di 200.000 persone abbiano preso parte ai funerali di Stato. Stendendo il proclama alla nazione, Umberto I , così si espresse:

«Il vostro primo Re è morto; il suo successore vi proverà che le Istituzioni non muoiono!

Per celebrare il «Padre della Patria», il Comune di Roma bandì un progetto per un’opera commemorativa, dal 1880, su volontà di Umberto I di Savoia. Il Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II o (Mole del) Vittoriano, impropriamente detto Altare della Patria, è situato a Roma in piazza Venezia, sul versante settentrionale del colle del Campidoglio, opera degli architetti Ettore Ferrari, Pio Piacentini e Giuseppe Sacconi.

L’edificio doveva ricordare il tempio di Atena Nike, situato ad Atene, ma le forme architettoniche ardite e complesse fecero sorgere dubbi sulle sue caratteristiche stilistiche. Oggi, al suo interno, è presente la tomba del Milite Ignoto.

il vittoriano

Ciò che venne costruito fu una delle più ardite opere architettoniche d’Italia nell’Ottocento: per erigerlo, venne distrutta una parte della città, ancora medioevale, e venne abbattuta anche la torre di papa Paolo III, per il suo completamento bisognerà attendere 50 anni, l’opera sarà completata solo nel 1935. Il monumento venne chiamato il “Vittoriano” conosciuto anche come “Altare della Patria”.

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