2^ G.M. Africa Orientale

PAI Polizia dell’Africa Italiana (2ª parte)

Con questa seconda parte chiudiamo il nostro studio riguardante la PAI, la Polizia dell’Africa Italiana. Nel primo post ad essa dedicato, abbiamo trattato la sua costituzione e dei suoi compiti principali. Nel post odierno, il secondo dei quattro dedicati a questo corpo, parleremo dell’uniforme e degli equipaggiamenti forniti ai militari della PAI; che come vedremo erano di tutto rispetto e dell’impiego operativo.

L’uniforme del personale nazionale dalla PAI era cachi (invernale) o bianca (estiva), con fascetti littori sul bavero della giubba e cordelline azzurro Savoia. Sulla bustina o sul casco coloniale portavano il fregio del Corpo, un’aquila ad ali spiegate, con scudo Savoia sul petto e nodo Savoia tra gli artigli.

L’uniforme del personale indigeno, si distingueva per la fascia distintivo e il fiocco di tachia e tarbush color azzurro Savoia; per il colletto dell’uniforme dello stesso colore, sul quale, in luogo dei fascetti littori del personale nazionale, vi erano ricamati dei nodi Savoia dorati; anche il triangolo di supporto dei gradi era azzurro Savoia e portava anche lo scudetto di specialità (Squadrone Vicereale, Bande di Polizia, Polizia Portuaria, Stradale, Corpo Musicale); sulla tachia libica e sul tarbush i reparti dell’AOI portavano la coccarda tricolore con il fregio della PAI (aquila coronata appollaiata su un nodo Savoia) e, per i reparti a cavallo, la penna di falco.

pai

Lo stesso era riportato su panno azzurro sul turbante dei reparti somali cammellati. L’uniforme dei “Lancieri Azzurri” dello Squadrone Vicereale era caratterizzata da tarbush azzurro Savoia con penna nera, fasciato da un turbante di seta blu anch’essa. Blu anche i polsini e la farmula. L’equipaggiamento era costituito dal moschetto Carcano Mod. 91, dalla pistola semiautomatica Beretta Mod. 34 e dal billao PAI. Ill Ministero delle Colonie fu il primo utente del MAB 38 il validissmo Moschetto Automatico Beretta che nel 1939 venne adottato dalla Polizia dell’Africa Italiana, come arma d’ordinanza.

Dalla PAI uscirono splendidi reparti: la compagnia motorizzata autonoma, dotata di blindati, lo squadrone a cavallo, lo squadrone guardie del Viceré d’Etiopia, i meharisti che operavano nel Sahara libico. Dopo il primo battaglione inviato in Somalia, il 1° “Antonio Cecchi”, ne furono formati altri sei, tutti intitolati a famosi pionieri italiani in Africa: Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi, Giuseppe Giulietti, Eugenio Ruspoli, Gaetano Casati, Vittorio Bottego e Romolo Gessi.

Per costituire il Corpo degli ufficiali, essi vennero scelti fra i reparti speciali delle Forze Armate e di Polizia. Dovevano essere laureati, preferibilmente in Giurisprudenza, aver superato un severissimo esame di ammissione e aver compiuto con esito positivo – in genere con il massimo dei voti – uno speciale corso di addestramento presso la scuola. Non meno severa la selezione di sottufficiali e guardie.

La prima azione bellica della PAI avvenne con una Banda a cavallo “Auasc”, una unità della PAI formata da cavalieri eritrei e impegnata nella lotta alla guerriglia nella centrale regione dello Scioa. Era formata dal sottotenente Bruno De Martinez La Restia, il maresciallo Giovanni Contu, il maniscalco caporalmaggiore Gustavo Gavin e 137 ascari eritrei. Ebbero uno scontro con i ribelli abissini il 20 luglio 1939 presso il villaggio di Tulludintù, abbattendo la resistenza avversaria e inseguendo i superstiti; De Martinez venne decorato con la medaglia d’argento al valor militare, mentre la sua unità ricevette il diritto di portare il gagliardetto “Auasc”.

Durante i combattimenti della seconda guerra mondiale, la PAI affiancò i reparti del Regio Esercito e fu unità combattente. Per il presidio della via litoranea libica, allo scoppio del conflitto furono inviate 2 compagnie su motocicli e una su autoblindo, assegnate in forza al Reparto Esplorante del CAM (Corpo armato di manovra) come Battaglione “Romolo Gessi”, ma ebbero poca fortuna poiché dopo un immediato attacco nemico, molti mezzi furono colpiti per errore da fuoco amico dell’aviazione tedesca.

Il battaglione riparò in Tripolitania e fu convertito in compagnia mista. Diversi reparti parteciparono a diverse azioni belliche, a Tripoli, Bengasi, Barce, ma sono scarsi i dettagli pervenuti circa l’effettivo impiego.

Ai reparti della Polizia dell’Africa Italiana, il Duca d’Aosta, Vicerè d’Etiopia prima di cedere l’ultima disperata difesa dell’Amba Alagi, rivolgeva il 12 maggio 1941 un encomio solenne nel quale si affermava che

“durante e dopo il ripiegamento delle forze militari, la Pai proteggeva le popolazioni nazionali rimaste in territori infestati da ribelli riuscendo a mantenere con sacrificio ed abnegazione l’ordine pubblico”.

pai agentre motociclista

Arrivò nel maggio del 1943 la resa dell truppe italo-tedesche in Tunisia e la conseguente perdita dell’ultimo lembo di terra africana. Nonostante ciò la Scuola di Tivoli, continuò ad addestrare nuove reclute, nella primavera era stata completata una unità motocorazzata, la  Colonna “Cheren” inizialmente destinata alla Tunisia con le camionette Sahariane mod. 42. Della Colonna facevano parte i btg. Savoia, Bottego, Ruspoli. I 444 uomini della componente corazzata avevano in dotazione 12 carri armati L6/40, 16 autoblinde Ab.41 e Sahariane, 12 pezzi fra cannoncini e mitragliatrici.

Dopo l’armistizio di Cassibile, la sera dell’8 settembre 1943 la PAI partecipò alla difesa di Roma ingaggiando il primo conflitto con i tedeschi a Mezzocammino, località nei pressi di Castelfusano, insieme con truppe dei Carabinieri, in ausilio a un presidio di Granatieri di Sardegna, che presidiavano il caposaldo n° 5, nelle vicinanze di un grosso deposito di carburante. Dall’altra parte di Roma, contemporaneamente, altri reparti erano impegnati nella protezione della fuga lungo la via Tiburtina, del corteo con il Re e il primo ministro Badoglio.

Il 9 settembre la PAI, in cooperazione con Bersaglieri e allievi carabinieri, ottenne qualche risultato alla Magliana, costringendo forze tedesche a retrocedere temporaneamente, ma dopo poche ore dovettero ripiegare in direzione del Forte Ostiense. All’alba del 10 i tedeschi aprono una breccia nel forte ed espugnano il comando del 1° Granatieri alla Montagnola. Gli scontri si fanno sempre più cruenti fino alla resa delle ore 16.

La Polizia dell’Africa Italiana ha perso in 36 ore, ben 56 uomini. I reparti non si sciolgono in attesa della definizione dello status di Città Aperta che Roma aveva acquisito. Il 23 settembre 1943 Kappler, comandante della polizia germanica nella capitale arresta il fondatore del corpo, generale Maraffa, mentre Priebke si occupa del capo della Polizia Senise. Quest’ultimo verrà finirà deportato al campo di concentramento di Dachau, ove morì, e Maraffa morirà prima della fine dell’anno. A Maraffa successe il generale Quirino Armellini.

Nella Repubblica Sociale Italiana, la PAI, a Roma operò al comando del generale Ottavio Presti e nei territori settentrionali vi fu un tentativo di riorganizzazione con l’apertura della scuola di Busto Arsizio nell’autunno del 1943, ma nel marzo del 1944 il corpo venne assorbito primo dalla Polizia Repubblicana e poi dalla Guardia Nazionale Repubblicana.

Nell’Italia meridionale, sotto l’autorità del Regno del Sud, la Polizia dell’Africa Italiana convisse accanto alle altre Forze dell’Ordine sino al suo assorbimento nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, avvenuto il 15 febbraio 1945.

Valga per tutti il generoso sacrificio del vicebrigadiere Luigi Orecchioni, un sardo che già prima di entrare nella PAI, ad appena 24 anni, aveva accumulato una notevole esperienza ambientale per aver partecipato alle battaglie dell’Endertà e alla marcia su Addis Abeba. Morì in combattimento a solo 29 anni il 17 agosto del 1940, gli fu assegnata la medaglia d’Oro alla memoria.

“Superate con il massimo profitto tutte le difficili prove per essere ammesso nel Corpo della polizia coloniale, era stato assegnato a comandare un drappello di ascari Pai che aveva portato ad un alto grado di addestramento. E pur di restare con quei devoti indigeni aveva voluto rinviare il ricovero per un urgente intervento chirurgico perché nel frattempo si era determinata una situazione di emergenza nel territorio in cui operava, ai confini con la Somalia britannica. Infatti si trovò improvvisamente al centro di un violentissimo combattimento. Ferito più volte, aveva rifiutato di essere soccorso, finché, investito da una raffica di mitragliatrice, agli ascari che accorrevano per aiutarlo, rivolgeva ultime nobili parole di incitamento e di affetto.”

Completano il medagliere della PAI:

2 Ordini Militari di Savoia,

4 medaglie d’argento,

110 di bronzo,

150 Croci di guerra,

21 promozioni per merito di guerra,

29 encomi solenni, in parte concessi alla memoria

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

 

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