2^ G.M. Africa Settentrionale

Bardia, battesimo del fuoco per gli australiani in Africa Settentrionale

Il Regno d’Italia dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna il 10 giugno del 1940. Le operazioni contro la Francia ebbero fine pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra  a seguito del crollo militare francese sotto i colpi dell’invasione tedesca nel nord del paese. Molto più lunga e articolata fu la guerra contro le truppe britanniche nei due teatri di guerra africani, dove i territori italiani confinavano con quelli dell’Impero britannico.

Nel nord Africa la colonia italiana della Libia, confinava ad oriente con il Regno d’Egitto, paese neutrale ma occupato dai britannici sotto i termini del trattato anglo-egiziano del 1936, che concedeva agli inglesi di occupare militarmente il paese se il canale di Suez fosse minacciato.  Una serie di raid delle veloci autoblindo britanniche cominciarono subito lungo la frontiera tra Libia ed Egitto, preoccupando non poco il comandante Superiore delle Forze Italiane in Africa Settentrionale il Maresciallo dell’Aria Italo Balbo.

Purtroppo Balbo, soldato abituato a combattere in prima linea venne abbattuto dalla contraerea italiana il 28 giugno  durante un incursione britannica su Tobruk trovando la morte. Al suo posto venne nominato il maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani che all’epoca rivestiva anche il ruolo di Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito.

Il 13 settembre 1940, dopo continui rinvii Graziani dava il via all’invasione dell’Egitto con una consistente forza riuscendo al avanzare fino a Sidi Barrani, dove il 16 settembre, l’avanzata si fermò in attesa di risolvere le molte difficoltà logistiche. La sosta nelle operazioni si protrasse molto e furono gli inglesi, vista l’immobilità delle forze italiane a passare all’offensiva, dopo aver fatto affluire al Middle East Command (Comando del Medio Oriente) del generale Archibald Wavell numerose truppe dall’Australia, dalla Nuova Zelanda e dall’India britannica oltre a consistenti rifornimenti .

Area dell'Operazione Compass dal dicembre 1940 al febbraio 1941.

Area dell’Operazione Compass dal dicembre 1940 al febbraio 1941.

Dopo che un convoglio partito dal Regno Unito nell’agosto 1940 portò in Egitto armi, provviste, munizioni e tre reggimenti corazzati, incluso il 7º Reggimento Reale Carri, equipaggiato con i carri Matilda II, Il 9 dicembre del 1940, la Western Desert Force, sotto il comando del generale Richard O’Connor, attaccò gli italiani a Sidi Barrani, era l’inizio dell’operazione Compass.

Dopo la violenta prima battaglia nel campo trincerato di Nibeiwa le truppe britanniche, potentemente meccanizzate e corazzate continuarono ad incalzare le lente e appiedate fanterie italiane. La 7ª Divisione Corazzata britannica si posizionò a ovest di Bardia, tagliando fuori le comunicazioni tra la guarnigione di Bardia stessa e di Tobruk. L’11 dicembre, Wavell decise di ritirare la 4ª Divisione indiana e inviarla in Sudan per partecipare alla campagna dell’Africa Orientale, al suo posto venne inviata la 6ª Divisione australiana del generale Mackay, che assunse il comando dell’area il 21 dicembre 1940.

La 6ª Divisione nata nel 1939, giunse in Libia dopo essersi addestrata in Palestina e nonostante le armi in dotazione fossero risalenti alla prima guerra mondiale e la maggior parte dell’equipaggiamento fosse obsoleto, il fucile Lee-Enfield, la la mitragliatrice Bren e la mitragliatrice Vickers, erano armi solide e affidabili e rimasero in servizio per tutta la  durata della guerra. Da ricordare inoltre che la dottrina australiana enfatizzò l’importanza dell’iniziativa dei suoi giovani leader e le piccole unità furono addestrate in pattugliamenti aggressivi, in particolare notturni.

 

Six officers pose for a formal group portrait. Two are wearing slouch hats, the remainder are wearing peaked caps. All have multiple ribbons.

Ufficiali superiori della 6ª Divisione. In prima fila, al centro, il generale Mackay. 

 

Quando la divisione raggiunse le sue posizioni attorno a Bardia , aveva ancora poca esperienza, solo due dei suoi tre reggimenti d’artiglieria e solo il 1º Reggimento da Campo era equipaggiata con i nuovi 25-libbre, giunti solo quel mese e solo lo Squadrone A del 6º Reggimento di Cavalleria era a portata di mano, dato che il resto del reggimento era dispiegato nella difesa della frontiera di Giarabub e dell’oasi di Siwa, infine il 1º Battaglione Mitraglieri era stato dirottato in Gran Bretagna. I battaglioni di fanteria erano particolarmente a corto di mortai e di munizioni per i fucili anticarro Boys.

Per risolvere questi problemi, O’Connor unì l’Artiglieria della 6ª Divisione, del generale Edmund Herrings, con parte del XIII Corpo d’artiglieria: il 104º Reggimento, la Royal Horse Artillery equipaggiato con 16 pezzi da 25 libbre; il 51º Reggimento da Campo, la Royal Artillery con 24 pezzi e il 7º Reggimento Medio con 2 Ordnance BL 60 lb, 8 152/13 e 8 Ordnance BL 6 in. Vi erano inoltre due reggimenti anticarro, il 3º e il 106º Reggimento, equipaggiati con cannoni da 2 libbre e con dei Bofors 37 mm.

Ad un incontro con Mackay la Vigilia di Natale, O’Connor ordinò a Mackay di prepararsi ad attaccare Bardia, precisando che l’attacco doveva svolgersi attorno ai 23 carri Matilda del 7º Reggimento Reale Carri. L’attacco avrebbe dovuto coinvolgere solo due brigate, lasciando la terza per una successiva avanzata su Tobruk. Mackay non era dello stesso parare di O’Connor circa la prospettiva di una facile vittoria e continuò a credere che quella di Bardia sarebbe stata una vittoria combattuta che richiedeva un attacco ben pianificato.

Il piano sviluppato da Mackay, assieme al capo del suo staff, il colonnello Berryman, consisteva in un attacco sul fianco occidentale delle difese di Bardia, da parte della 16ª Brigata di Fanteria del generale Allen, sulla congiunzione tra i settori Gerfah e Ponticelli. L’attacco alla congiunzione dei settori avrebbe confuso i difensori. Le difese in quella zona erano meno resistenti rispetto al settore Mereiga, il terreno favoriva l’uso dei Matilda e vi era una buona visibilità per gli osservatori dell’artiglieria. Vi era anche la possibilità che un attacco lì potesse dividere in due le difese.

La 17ª Brigata di Fanteria del generale Savige avrebbe quindi sfruttato la breccia nelle difese nella seconda fase. La maggior parte dell’artiglieria, raggruppata nel “Frew Group” avrebbe supportato la 16ª Brigata; la 17ª Brigata invece fu supportata dal 2º Reggimento da Campo. L’eccezionale densità di pezzi d’artiglieria, 96 cannoni per un attacco ad un fronte di 750 m  e il fatto che Mackay insistette perché i cannoni sparassero 125 raffiche, portò lo stesso ad ottenere un posticipo dell’attacco fino al 3 gennaio per avere il tempo di far arrivare abbastanza munizioni.

Molto dipendeva dall’abilità della Western Desert Force di far giungere carburante, acqua e munizioni.  I veicoli italiani e il carburante catturati furono usati per trasportare i rifornimenti, il 12 dicembre, una compagnia di Trasporto Meccanico di Riserva fu equipaggiata con 80 camion diesel catturati a Sidi Barrani. Essi si unirono, il  15 ad altri 50 camion provenienti dalla Palestina. Tuttavia, i britannici avevano poca familiarità con i motori diesel e la mancanza di pezzi di ricambio, la scarsa manutenzione e le dure condizioni del deserto, danneggiarono i motori, rendendone molti inutilizzabili.

I rifornimenti furono stoccati in otto depositi da campo a Sollum, dove un molo fu costruito dai Royal Engineers, il Genio militare britannico, raggiunte ben presto da compagnie di genieri del Reggimento Cyprus e da un distaccamento di genieri del Reggimento Palestine. I rifornimenti furono portati nei depositi dalla 4ª Compagnia da Trasporto Meccanico neozelandese.

Il porto fu soggetto al bombardamento a lungo raggio da cannoni medi presenti a Bardia, e agli attacchi aerei italiani. Soltanto una batteria antiaerea fu posizionata a Sollum, un attacco aereo, la Vigilia di Natale, uccise o ferì 60 tra neozelandesi e ciprioti. Non era presente neppure una reale rete di controllo, tuttavia il 26 dicembre, 8 Gloster Gladiator identificarono ed attaccarono 10 bombardieri Savoia-Marchetti S.M.79, scortati da 24 caccia biplani Fiat C.R.42, sopra il Golfo di Sollum. Gli australiani affermarono di aver abbattuto due caccia, subendo solo il danneggiamento di tre Gladiator.

Il 23 dicembre, la nave Myriel giunse a Sollum con 3 000 tonnellate d’acqua, mentre il monitore HMS Terror ne portò altre 200. Si cercò di immagazzinare negli 8 depositi rifornimenti e carburante per sette giorni e munizioni per 500 round di fuoco d’artiglieria. L’immagazzinamento fu completato nonostante i raid aerei italiani e le tempeste di sabbia.

Nei giorni immediatamente precedenti alla battaglia. giunsero altri 95 veicoli, mentre una consegna di 11 500 abiti in pelle senza maniche furono distribuiti ai soldati per proteggersi contro il freddo e il filo spinato, oltre a 350 set di tronchesi catturate agli italiani. La 17ª Brigata di Fanteria ricevette mortai da 3 pollici ma senza gli organi di mira. Un ufficiale dovette precipitarsi al Cairo per averli, riuscendo a tornare in tempo. Circa 300 paia di guanti e 9 km di nastro per segnalazione furono distribuiti appena un’ora prima dell’inizio delle manovre.

A difesa delle fortificazioni di Bardia venne assegnato il XXIII Corpo d’Armata reduce dalla ritirata, agli ordini del generale Annibale Bergonzoli a cui Mussolini nei giorni precedenti alla battaglia scrisse:

“Vi ho dato un compito difficile ma perseguibile dal Vostro coraggio e dalla Vostra esperienza da vecchio e intrepido soldato – il compito di difendere la fortezza di Bardia fino all’ultimo. Sono certo che la ‘Barba Elettrica’ e i suoi impavidi soldati resisteranno ad ogni costo, leali fino all’ultimo.”

Bergonzoli ai tempi della guerra di Spagna

Bergonzoli replicò:

“Sono consapevole di questo onore e ho riportato oggi alle mie truppe il Vostro messaggio – semplice ed inequivocabile. A Bardia siamo e ci resteremo.

Bergonzoli aveva a disposizione circa 45 000 uomini. Il settore settentrionale (Gerfah) era difeso dalla 2ª Divisione CC.NN. “28 ottobre”; il settore centrale (Ponticelli) dalla 1ª Divisione CC.NN. “23 marzo” e da elementi della 62ª Divisione fanteria “Marmarica”; il settore meridionale (Mereiga) dalla 63ª Divisione fanteria “Cirene” e dal resto della 62ª Divisione, oltre ai restanti membri della disciolta 64ª Divisione fanteria “Catanzaro”, circa 6 000 uomini della Guardia di Frontiera, tre compagnie di Bersaglieri, parte del reggimento di cavalleria Vittorio Emanuele e una compagnia della 60ª Divisione fanteria “Sabratha”.

Queste divisioni erano a protezione di un perimetro di 29 km con un fossato anticarro, una recinzione di filo spinato e una doppia serie di punti chiave ben difesi. I punti difesi si trovavano più o meno a 750 m di distanza l’uno dall’altro. Ognuno di essi possedeva un proprio fossato anticarro, le postazioni italiane erano armate con uno o due cannoni da 47 mm e due o quattro mitragliatrici. Le armi aprivano il fuoco da alcune rientranze in cemento nel terreno, collegate da trincee ad un profondo bunker, sempre di cemento, che offriva protezione dal fuoco d’artiglieria nemica.

Tuttavia, le trincee non avevano fasi di fuoco e le postazioni non avevano una copertura dall’alto. Ogni postazione era occupata da un plotone o compagnia. Le postazioni più interne erano costituite allo stesso modo, a parte l’assenza dei fossati anticarro. Le postazioni erano numerate in sequenza da sud a nord, con le postazioni esterne numerate con i numeri pari mentre quelle interne con i dispari. La numerazione era conosciuta agli australiani grazie alle mappe trovate a Sidi Barrani.

Nella zona più meridionale vi era una terza linea di postazioni difensive, la Switch Line. Vi erano sei campi minati difensivi e qualche zona minata di fronte ad alcune postazioni italiane. La debolezza più marcata nel sistema difensivo si poteva riscontrare nel momento in cui i nemici fossero riusciti a penetrare nel perimetro: le postazioni infatti potevano essere conquistate così dai due lati in cui non vi erano le trincee.

La difesa era supportata da componenti d’artiglieria che includevano 41 pezzi contraerei Breda 20/65 Mod. 1935 da 20 mm, 85 cannoni anticarro da 47 mm e 26 Solothurn S-18/1000, 41 cannoni per supporto alla fanteria 65/17 Mod. 1908/1913 da 65 mm, 147 75/32 Mod. 1937 da 75 mm e cannoni da campo da 77 mm, 76 škoda 10 cm Vz. 1914/1916 e Schneider 105 mm Mle. 1903 da 105 mm, 27 da 120 mm e obici medi škoda 15 cm Vz. 1914 da 149 mm. Il gran numero di modelli d’artiglieria, molti dei quali abbastanza vecchi, crearono difficoltà con i rifornimenti, le munizioni erano vecchie e circa i due terzi delle spolette erano troppo usurate, causando troppi colpi inesplosi.

Vi erano inoltre diversi modelli di mitragliatrici, con sette differenti tipi di munizioni. La Breda Mod. 30, la principale mitragliatrice leggera, aveva un basso rateo di fuoco ed era famosa per incepparsi. La FIAT-Revelli Mod. 1914 fu un’arma ingombrante e complicata, soggetta a interruzioni, solo alcune di queste furono rimpiazzate con la Fiat Mod. 14/35 ancora inaffidabili. La principale mitragliatrice pesante, la Breda Mod. 37, aveva i suoi difetti; il principale era l’utilizzo di cartucce da 20 colpi che ne ridusse il rateo di fuoco.

Come “riserva mobile” vi erano 13 carri medi M13/40 e 115 CV35. Mentre i CV35 erano di poco valore, gli M13 erano efficaci carri medi con quattro mitragliatrici e una torretta mobile con cannone anticarro da 47 mm, come suo armamento principale che era “in molti modi equivalente a quelli dei veicoli da combattimento corazzati britannici”. Purtroppo nessun carro a Bardia era equipaggiato con una radio, rendendo un contrattacco coordinato molto difficile da portare a termine.

Postazione italiana.jpg

Bergonzoli sapeva che se Bardia e Tobruk fossero state tenute, un’avanzata britannica in Libia avrebbe sicuramente vacillato sotto il peso delle difficoltà logistiche di mantenere operativa una forza militare nel deserto usando una linea di rifornimento molto estesa. Non conoscendo quanto a lungo avrebbe dovuto resistere, fu costretto a razionare il cibo e l’acqua, ciò causo un grave colpo al morale dei difensori, già scosso dalla sconfitta subita a Sidi Barrani. Anche le condizioni mediche minarono il morale, in particolare per colpa dei pidocchi e della dissenteria, provocati dalle povere condizioni sanitarie.

Tornando alla battaglia, diversi raid aerei in dicembre, tentarono di convincere la guarnigione italiana ad arrendersi. Quando fu chiaro che le nostre truppe avevano intenzione di restare e combattere, i bombardieri cambiarono gradualmente i propri obiettivi, colpendo gli aeroporti di Tobruk, Derna e Benina. Bombardamenti furono effettuati anche dal mare, il 17, 18, 19 e 31 dicembre i il 1° gennaio.

L’accerchiamento venne completato per il 20 di dicembre, poi iniziarono le puntate offensive di ricognizione delle difese e poi quelle di assaggio. Poco prima che venisse dato il via all’assalto ripresero anche i raid aerei, con 100 bombardamenti sulla cittadina tra il 31 dicembre e il 2 gennaio 1941, culminando, la notte tra il 2 e il 3 gennaio, con un pesante bombardamento dei Vickers Wellington e dei Bristol Bombay della RAF.

Il 3 gennaio 1941 scattò l’operazione di assalto alla piazzaforte di Bardia, gli australiani con l’ausilio di nebbiogeni e mezzi corazzati attaccano alla saldatura dei settori Gerfan e Ponticelli, ma la trattazione della battaglia sarà oggetto di un successivo post. Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

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