2^ G.M. La Repubblica Sociale Italiana

Il discorso della Riscossa, l’ultima apparizione pubblica di Mussolini

L’offensiva alleata era ferma sulla Linea Gotica lungo l’Appennino tosco-emiliano da metà novembre, in seguito all’ordine del generale britannico Harold Alexander di sospendere le operazioni sul fronte che si trovava quindi a 300 km dalla città. Mussolini, che non teneva un discorso pubblico da poco prima della caduta del fascismo il 25 luglio 1943, arrivò da Salò a Milano alle 11.

Era il 16 dicembre del 1944 e quello che venne denominato discorso della riscossa, e che si tenne al Teatro Lirico in quanto il Teatro alla Scala era stato distrutto dai bombardamenti alleati nel 1943, fu l’ultimo discorso e insieme l’ultima apparizione pubblica di Benito Mussolini in qualità di capo del governo della Repubblica Sociale Italiana.

Discorso al Teatro Lirico

Davanti a quello che diventerà il Piccolo Teatro, e che allora era la sede dei torturatori della «Muti», Mussolini si concede il suo ultimo, insperato bagno di folla. Accorsero per vederlo 3.000 o 4.000 persone ed erano presenti i gerarchi Alessandro Pavolini, Guido Buffarini Guidi, Renato Ricci, Francesco Maria Barracu e Rodolfo Graziani. Il discorso su molto lungo, riportiamo solo il primo e ultimo pezzo.

Camerati, cari camerati milanesi!
Rinuncio ad ogni preambolo ed entro subito nel vivo della materia del mio discorso.
A sedici mesi di distanza dalla tremenda data della resa a discrezione imposta ed
accettata secondo la democratica e criminale formula di Casablanca, la valutazione degli
avvenimenti ci pone, ancora una volta, queste domande: Chi ha tradito? Chi ha subito e
subisce le conseguenze del tradimento? Non si tratta, intendiamoci bene, di un giudizio in sede di revisione storica, e, meno che mai, in qualsiasi guisa, giustificativa.
È stato tentato da qualche foglio neutrale, ma noi lo respingiamo nella maniera più categorica e per la sostanza e in secondo luogo per la stessa fonte dalla quale proviene.
Dunque chi ha tradito? La resa a discrezione annunciata l’8 settembre è stata voluta dalla monarchia, dai circoli di corte, dalle correnti plutocratiche della borghesia italiana, da talune forze clericali, congiunte per l’occasione a quelle massoniche, dagli Stati Maggiori, che non credevano più alla vittoria e facevano capo a Badoglio. Sino dal maggio, e precisamente il 15 maggio, l’ex-re nota in un suo diario, venuto recentemente
in nostro possesso, che bisogna ormai «sganciarsi» dall’alleanza con la Germania. Ordinatore della resa, senza l’ombra di un dubbio, l’ex-re; esecutore Badoglio. Ma per arrivare all’8 settembre, bisognava effettuare il 25 luglio, cioè realizzare il colpo di Stato e il trapasso di regime.
La giustificazione della resa, e cioè la impossibilità di più oltre continuare la guerra, veniva smentita quaranta giorni dopo, il 13 ottobre, con la dichiarazione di guerra alla Germania, dichiarazione non soltanto simbolica, perché da allora comincia una collaborazione, sia pure di retrovie e di lavoro, fra l’Italia badogliana e gli Alleati;
mentre la flotta, costruita tutta dal fascismo, passata al completo al nemico, operava
immediatamente con le flotte nemiche. Non pace, dunque, ma, attraverso la cosiddetta
cobelligeranza, prosecuzione della guerra; non pace, ma il territorio tutto della nazione
convertito in un immenso campo di battaglia, il che significa in un immenso campo di
rovine; non pace, ma prevista partecipazione di navi e truppe italiane alla guerra contro il Giappone.
Ne consegue che chi ha subito le conseguenze del tradimento è soprattutto il popolo
italiano. Si può affermare che nei confronti dell’alleato germanico il popolo italiano non
ha tradito. Salvo casi sporadici, i reparti dell’Esercito si sciolsero senza fare alcuna
resistenza di fronte all’ordine di disarmo impartito dai comandi tedeschi. Molti reparti
dello stesso Esercito, dislocati fuori del territorio metropolitano, e dell’Aviazione, si
schierarono immediatamente a lato delle forze tedesche, e si tratta di decine di
migliaia di uomini; tutte le formazioni della Milizia, meno un battaglione in Corsica,
passarono sino all’ultimo uomo coi tedeschi.
Il piano cosiddetto «P. 44», del quale si parlerà nell’imminente processo dei generali e che prevedeva l’immediato rovesciamento del fronte come il re e Badoglio avevano  preordinato, non trovò alcuna applicazione da parte dei comandanti e ciò è provato dal
processo che nell’Italia di Bonomi viene intentato a un gruppo di generali che agli ordini contenuti in tale piano non obbedirono.

Il lungo discorso denominato della riscossa si chiuse cosi:

Noi vogliamo difendere, con le unghie e coi denti, la valle del Po (grida: “Sì”); noi vogliamo che la valle del Po resti repubblicana in attesa che tutta l’Italia sia repubblicana. (Grida entusiastiche: “Sì! Tutta!”). Il giorno in cui tutta la valle del Po fosse contaminata dal nemico, il destino dell’intera nazione sarebbe compromesso; ma io vedo, io sento, che domani sorgerebbe una forma di organizzazione irresistibile ed armata, che renderebbe praticamente la vita impossibile agli invasori. Faremmo una sola Atene di tutta la valle del Po. (La folla prorompe in grida unanimi di consenso. Si grida: “Sì! Sì!”).

Da quanto vi ho detto, balza evidente che non solo la coalizione nemica non ha vinto, ma che non vincerà. La mostruosa alleanza fra plutocrazia e bolscevismo ha potuto perpetrare la sua guerra barbarica come la esecuzione di un enorme delitto, che ha colpito folle di innocenti e distrutto ciò che la civiltà europea aveva creato in venti secoli. Ma non riuscirà ad annientare con la sua tenebra lo spirito eterno che tali monumenti innalzò.

La nostra fede assoluta nella vittoria non poggia su motivi di carattere soggettivo o sentimentale, ma su elementi positivi e determinanti. Se dubitassimo della nostra vittoria, dovremmo dubitare dell’esistenza di Colui che regola, secondo giustizia, le sorti degli uomini. Quando noi come soldati della Repubblica riprenderemo contatto con gli italiani di oltre Appennino, avremo la grata sorpresa di trovare più fascismo di quanto ne abbiamo lasciato. La delusione, la miseria, l’abiezione politica e morale esplode non solo nella vecchia frase “si stava meglio”, con quel che segue, ma nella rivolta che da Palermo a Catania, a Otranto, a Roma stessa serpeggia in ogni parte dell’Italia “liberata”. Il popolo italiano al sud del’Appennino ha l’animo pieno di cocenti nostalgie. L’oppressione nemica da una parte e la persecuzione bestiale del Governo dall’altra non fanno che dare alimento al movimento del fascismo. L’impresa di cancellarne i simboli esteriori fu facile; quella di sopprimerne l‘idea, impossibile. (La folla grida: “Mai!”).

I sei partiti antifascisti si affannano a proclamare che il fascismo è morto, perché lo sentono vivo. Milioni di italiani confrontano ieri e oggi; ieri, quando la bandiera della patria sventolava dalle Alpi all’equatore somalo e l’italiano era uno dei popoli più rispettati della terra.

Non v’è italiano che non senta balzare il cuore nel petto nell’udire un nome africano, il suono di un inno che accompagnò le legioni dal Mediterraneo al Mar Rosso, alla vista di un casco coloniale. Sono milioni di italiani che dal 1929 al 1939 hanno vissuto quella che si può definire l’epopea della patria. Questi italiani esistono ancora, soffrono e credono ancora e sono disposti a serrare i ranghi per riprendere a marciare onde riconquistare quanto fu perduto ed è oggi presidiato fra le dune libiche e le ambe etiopiche da migliaia di caduti, il fiore di innumerevoli famiglie italiane, che non hanno dimenticato, né possono dimenticare.

Già si notano i segni annunciatori della ripresa, qui, soprattutto in questa Milano antesignana e condottiera, che il nemico ha selvaggiamente colpito, ma non ha minimamente piegato.

Camerati, cari camerati milanesi!

È Milano che deve dare e che darà gli uomini, le armi, la volontà e il segnale della riscossa!

Interrotto sovente da applausi, lo  storico discorso viene salutato alla fine da una manifestazione non meno appassionata di quella voltasi all’ingresso di Mussolini nel teatro. Una, due, sei volte il Duce è costretto a risalire sul podio dall’affettuosa insistenza della folla, che non si stanca di acclamarlo e d’invocare un suo prossimo ritorno.

Mussolini a Milano, dopo il discorso del Lirico, sul predellino dell'auto Franco Colombo.jpg

Mussolini, dopo il discorso del Lirico, attraversa le vie di Milano tra due ali di folla

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.