2 dicembre 1943, a Bari il più grande disastro chimico della Seconda guerra mondiale

La città di Bari era stata occupata dalle forze britanniche l’11 settembre 1943 durante la campagna d’Italia iniziata con l’invasione della Sicilia del 10 luglio del 1943. Dopo lo sbarco nell’Italia continentale, per gli eserciti alleati che lentamente risalgono la penisola, il porto della città è diventato di fondamentale importanza. Esso è il nodo principale dell’organizzazione logistica dell’VIII armata inglese sul fronte adriatico e la base di rifornimento di carburante della XV Air Force. Quest’ultima agli ordini del generale James Doolittle ha il suo Comando a Manfredonia, e bombarda non solo il centro e il nord Italia, ancora in mano ai tedeschi, ma anche la Germania stessa.

Alle 19,30 del 2 dicembre 1943, 105 bombardieri Junkers Ju 88 appartenenti alla Luftflotte 2 tedesca, in arrivo dall’aeroporto di Ronchi dei Legionari, vicino a Monfalcone, e da due aeroporti in Grecia, vicino ad Atene, sono sui cieli della città. In precedenza altri aerei tedeschi erano riusciti a ingannare i radar alleati con il fitto lancio di striscioline di alluminio, così quindi i più famosi bimotori da bombardamento tedeschi raggiungono il porto, illuminato a giorno per consentire il proseguimento delle operazioni di scarico, compiono praticamente indisturbati la loro missione.

JunkersJu 88

L’attacco causò grosse perdite per gli alleati, che non subivano un’incursione aerea a sorpresa di tale efficacia a un proprio porto dall’attacco giapponese di Pearl Harbor, sia in naviglio perso sia in vite umane. A causa dello stesso ci furono circa mille morti fra militari e civili a cui vanno aggiunte ben 17 navi cargo affondate e altre otto gravemente danneggiate, i cui relitti bloccarono il porto per tre settimane. Gli anglo-americani, messi in difficoltà nell’approvvigionare le proprie truppe, dovettero  rallentare sia l’offensiva sia la costruzione degli impianti aeroportuali di Foggia.

Il già tremendo bilancio era destinato ad aggravarsi ancor di più nei giorni successivi quando centinaia di persone fra militari e civili videro comparite sul proprio corpo delle vesciche, ma nessuno di chi sapeva di cosa realmente si trattasse parlò e i medici non sapevano cosa si stavano trovando davanti.

Molti anni più tardi si verrà a sapere che durante l’attacco venne colpita la nave statunitense SS John Harvey, che trasportava un’importante carico di bombe all’iprite, circa 200 bombe cariche del meglio noto come “gas mostarda”, dal suo caratteristico colore bruno-giallognolo e dall’odore di aglio. Circa metà delle stesse erano già state scaricate, ma ciò non impedì l’esplosione della nave che illumino a giorno tutto il porto, dalla nave fuoriuscì per alcuni giorni una grande quantità di sostanze tossiche che contaminarono le acque del porto, i militari e i civili nella zona.

L’iprite si mescolò alla nafta venuta fuori dalle petroliere affondate e formò un velo mortale su tutta la superficie del porto. Coloro che dalle altre navi si lanciavano in acqua furono ben presto zuppi della maleodorante sostanza. I vapori dell’iprite si spargevano intanto su tutto il porto; bruciavano la pelle e intossicavano i polmoni dei sopravvissuti”.

Ancora oggi, a 75 anni dall’accaduto più di una domanda rimane senza risposta: cosa ci faceva quel quantitativo di gas velenosi sulla nave? Perché gli americani lo stoccavano a Bari? E per cosa intendevano usarlo? E’ utile precisare, che mentre nel primo conflitto mondiale i gas velenosi, furono largamente utilizzati, nel II rimasero praticamente inutilizzati nei magazzini, in quanto né la Germania nazista, né le potenze Alleate ritennero utile metterli in campo.

Gli Alleati avevano costituito dell consistenti riserve di armi chimiche, da utilizzare nel caso i tedeschi, che per primi ne fecero uso nel corso della Grande Guerra, avessero fatto ricorso alle stesse. Le apocalittiche conseguenze dell’esplosione della John Harvey, verranno tenute nascoste, comprensibilmente per gli anni che portarono al conflitto, ma anche per i decenni successivi.

Nel corso del conflitto si riuscì a mantenere il più stretto riservo, nel timore che se i tedeschi avessero avuto notizie delle armi chimiche degli alleati, potessero usare l’accaduto come pretesto, per farne a loro volta uso, in vista dell’ormai imminente sbarco in Normandia.

Fu cosi che oltre agli oltre mille militari e civili periti nel corso del bombardamento si aggiunsero centinaia di uomini morti a causa del gas mostarda. A causa di esso infatti degli oltre ottocento militari ricoverati per ustioni o ferite; 617 lo saranno a causa dell’iprite. A Bari ne moriranno 84 e molti in altri ospedali, sia italiani sia in Africa del nord e negli Stati Uniti dove verranno trasportati. A cui vanno aggiunti almeno 250 civili.

La rigidissima censura imposta dal primo ministro inglese Wiston Churchill – il porto di Bari era sotto controllo britannico – ebbe l’effetto di nascondere all’opinione pubblica tutte le conseguenze dell’immane disastro che provocò la contaminazione di tutta l’area portuale.

Bombardamento di Bari 2 dicembre 1943 (2)

Alcuni anni dopo, nelle sue memorie, Dwight D. Eisenhower (comandante in capo delle forze alleate in Europa, eletto nel 1952 presidente degli Stati Uniti) ammise le gravi conseguenze dell’attacco tedesco su Bari ed affermò:

«Una circostanza connessa al disastro avrebbe potuto avere le più serie conseguenze. Una delle navi era carica di gas che eravamo sempre costretti portarci appresso nell’incertezza delle intenzioni tedesche sull’uso di quest’arma. Per fortuna c’era il vento ed il gas fuggente non recò danni».

Quello di Bari sarà l’unico episodio di guerra chimica della seconda guerra mondiale; un disastro le cui conseguenze si faranno sentire per più di mezzo secolo. Per la cronaca, dal relitto della USS John Harvey furono recuperate molte bombe d’aereo inesplose, ognuna delle quali conteneva 30 Kg di Iprite…e sapete cosa ne venne fatto? Furono affondate in basso Adriatico (e sono ancora laggiù).

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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