2^ G.M. La guerra alla Grecia

28 ottobre 1940, l’invasione delle Grecia

In un post di pochi giorni fa abbiamo esaminato il susseguirsi degli eventi contrastanti, che portarono all’invasione dell Grecia, fermandoci all’ 11 ottobre del 1940, quando il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, capo di stato maggiore Generale, ordinò l’accantonamento del pi

Quello stesso giorno Mussolini venne informato personalmente da Hitler che truppe tedesche avevano fatto il loro ingresso nel Regno di Romania, su richiesta del governo locale che temeva un’invasione da parte dell’Unione Sovietica. Il paese rivestiva un’importanza capitale per i tedeschi, visto che dai giacimenti petroliferi di Ploiești proveniva gran parte dei rifornimenti di carburante per la Germania e che la Romania costituiva un solido punto di partenza per l’invasione dell’URSS, ormai in avanzata fase di pianificazione.

La mossa scatenò le ire di Mussolini: per l’ennesima volta Hitler attuava un’importante manovra politico-militare senza alcuna consultazione con l’alleato, informandolo solo a cose fatte. Stando alla testimonianza dei Diari di Ciano, Mussolini dichiarò: «Hitler mi mette sempre di fronte al fatto compiuto. Questa volta lo pago della stessa moneta: saprà dai giornali che ho occupato la Grecia. Così l’equilibrio verrà ristabilito»; le precedenti obiezioni di Badoglio circa l’impresa furono liquidate con un «do le dimissioni da italiano se qualcuno trova delle difficoltà per battersi con i greci».

Il piano dell’Emergenza G, fu precipitosamente riattivato: il 13 ottobre Badoglio, informato da Soddu della decisione di Mussolini, diramò l’ordine perché tutte le forze destinate all’Emergenza G fossero pronte all’azione per il 26 ottobre. Roatta fu informato della decisione il 14 ottobre, quando fu chiamato a colloquio da Mussolini insieme a Badoglio: alla richiesta del Duce circa il tempo necessario ad approntare le forze necessarie all’invasione, Roatta, facendo riferimento non al piano dell’Esigenza G ma a quello Guzzoni-Pariani dell’agosto 1939 (riguardante l’impiego non di otto ma di venti divisioni), richiese almeno tre mesi per il trasporto in Albania delle unità mancanti; Badoglio, contraddicendo apertamente l’ordine da lui stesso dato appena il giorno prima, diede ragione a Roatta chiedendo di posticipare ulteriormente l’azione.

Il 15 ottobre fu convocata a Palazzo Venezia una riunione, (chi volesse approfondire la stessa può leggere il post che abbiamo dedicato alla stessa) dei massimi esponenti coinvolti nel piano di aggressione alla Grecia: presieduta da Mussolini, alla riunione erano presenti Badoglio, Soddu, Roatta, Visconti Prasca, Ciano e Jacomoni. L’offensiva che Mussolini disse di voler attuare era una sorta di combinazione dell’Emergenza G con il piano Guzzoni-Pariani: in una prima fase l’occupazione dell’Epiro e delle isole Ionie seguita poi da un’invasione a fondo della Grecia peninsulare fino all’occupazione di Atene, con la data di inizio fissata indefettibilmente al 26 ottobre.

Badoglio, come del resto Roatta, si dimostrò cauto, approvando il piano d’invasione dell’Epiro ma sostenendo la necessità di far affluire altre forze per completare l’occupazione della Grecia, cosa che richiedeva almeno tre mesi per essere completata; Jacomoni dichiarò l’aperto sostegno del popolo albanese all’operazione, Ciano rafforzò il concetto sostenendo che vi fosse un forte scollamento tra una piccola classe dirigente, filo-britannica e anima della resistenza, e la massa della popolazione, «indifferente a tutti gli avvenimenti, compreso quello della nostra invasione».

Visconti Prasca si dimostrò favorevole all’attacco senza riserva e chiese che per il 24 ottobre fosse organizzato un incidente alla frontiera onde dare un pretesto all’inizio delle ostilità. L’operazione «perfetta per quanto umanamente possibile» si basava in realtà su vari presupposti affrontati in modo superficiale per non dire peggio. La questione dell’intervento della Bulgaria, uno dei presupposti per la riuscita di Emergenza G, era stata citata solo superficialmente da Mussolini; l’altro presupposto fondamentale, l’accettazione passiva dell’occupazione da parte dei greci, era dato per certo da Ciano e Jacomoni ma senza alcun fondamento a suo sostegno, stessa cosa il fatto che il governo ellenico non godesse del sostegno della massa della popolazione.

Nessun rapporto o comunicazione da parte dell’ambasciatore Grazzi o della missione diplomatica ad Atene sosteneva che il popolo greco avrebbe accettato passivamente l’invasione italiana. Fu completamente ignorato uno studio delle forze greche eseguito quello stesso ottobre 1940 da parte del Servizio informazioni militare, secondo cui anche in caso di attacco bulgaro i greci sarebbero stati in grado di schierare almeno sette divisioni lungo la frontiera con l’Albania.

Si diffusero tra i vertici militari italiani voci circa un’imminente rivolta delle popolazioni albanesi della Ciamuria istigata dagli italiani o di operazioni di corruzione di alti ufficiali greci perché favorissero l’invasione: non vi è alcuna risultanza documentale che si sia mai tentato di attuare concretamente questi propositi, salvo la messa a disposizione di Jacomoni di un fondo di cinque milioni di lire al fine di creare «situazioni ambientali, sia al di qua che al di là della frontiera, necessarie a uno svolgimento idoneo degli avvenimenti».

Badoglio ebbe nella fase dei preparativi un atteggiamento singolare: come scrive Cervi, il maresciallo «approvava ma ostacolava, ostacolava ma approvava. Sapeva che l’impresa nasceva male, ma non era né così risoluto da opporsi a essa, né così arrendevole da accettarla senza riserve». Il 17 ottobre Badoglio si riunì con i capi di stato maggiore Roatta per l’esercito, il generale Francesco Pricolo per l’aeronautica e l’ammiraglio Domenico Cavagnari per la marina, i quali si espressero unanimemente contro l’impresa di Grecia.

Roatta rinnovò le sue perplessità sull’esiguità dei reparti schierati per l’invasione, Pricolo era preoccupato per l’eccessiva dispersione delle forze aeree italiane, occupate proprio in quel momento a inviare un corpo aereo in Belgio in appoggio ai tedeschi nella battaglia d’Inghilterra e a sostenere le operazioni in Libia, Cavagnari paventò l’isolamento del Dodecaneso e l’eccessivo onere posto in capo alle forze navali, già duramente impegnate per garantire i rifornimenti verso il teatro nordafricano.

Badoglio si disse d’accordo con questi rilievi, ma la sua risoluzione svanì il giorno seguente quando si presentò a colloquio con Mussolini: influenzato anche da un precedente colloquio con Soddu, sostenitore di Visconti Prasca e ormai convinto anch’egli della facilità dell’impresa, l’unica cosa che il maresciallo chiese e ottenne fu un lieve posticipo della data d’inizio dell’invasione; la dichiarazione di guerra alla Grecia fu quindi spostata dal 26 al 28 ottobre.

I presupposti per un successo svanirono ben presto uno dopo l’altro. Il 16 ottobre il capo di gabinetto di Ciano Filippo Anfuso si recò dallo zar Boris III di Bulgaria con una lettera di Mussolini che chiedeva l’intervento del paese nell’imminente campagna contro la Grecia; la risposta fu un rifiuto: l’esercito bulgaro era insufficientemente equipaggiato per una guerra moderna e il paese temeva un attacco dalla confinante Turchia.

Anche l’effetto sorpresa venne meno: l’ambasciatore greco a Roma Politis, imitato anche dal suo collega a Berna, informò Atene il 25 ottobre che un’invasione italiana poteva avere inizio nel periodo tra il 25 e il 28 ottobre; anche i diplomatici tedeschi in Italia dimostrarono di avere sentore dell’operazione: l’ambasciatore Hans Georg von Mackensen riferì a Berlino il 19 ottobre che l’offensiva italiana contro la Grecia sarebbe partita il 23 ottobre seguente, e che avrebbe riguardato l’occupazione dell’intera nazione.

Quello stesso 19 ottobre Mussolini redasse una lettera per Hitler, spedita il 23 ottobre e effettivamente recapitata il 25, nella quale accennava molto vagamente alla sua intenzione di occupare la Grecia, senza del resto fornire una data precisa per l’azione; forse abituato ai continui cambiamenti di programma di Mussolini, il Führer non espresse subito la sua contrarietà all’invasione ma propose un incontro tra i due dittatori per discutere della questione di persona: la data fu fissata al 28 ottobre, giusto poche ore dopo l’inizio dell’operazione.

Redatto da Ciano il 20 ottobre, l’ultimatum che l’ambasciatore Grazzi dovette recapitare a Metaxas alle 03:00 del 28 ottobre era congegnato per risultare inaccettabile: facendo riferimento a incidenti di frontiera avvenuti tra il 25 e il 27 ottobre precedente (e orchestrati dalle stesse autorità italiane), l’Italia chiedeva la facoltà di occupare, entro tre ore dal recapito del testo, «alcuni punti strategici» del territorio greco fino alla conclusione del conflitto con il Regno Unito, minacciando di ricorrere all’uso della forza se le unità greche si fossero opposte.

A Grazzi, che cercava di indurre Metaxas a evitare la guerra accettando le richieste formulate nell’ultimatum, il dittatore fece notare che ciò era fisicamente impossibile: in appena tre ore non si poteva convocare il governo e i vertici militari, approvare la richiesta e comunicare alle truppe alla frontiera di non opporsi ai reparti italiani, oltre al fatto che non era specificato chiaramente quali fossero questi “punti strategici” da cedere all’Italia e che nessuna garanzia veniva data all’integrità territoriale futura della Grecia.

Rientrato in ambasciata Grazzi, Metaxas convocò il consiglio dei ministri e chiamò l’ambasciatore britannico Palairet chiedendo l’immediata assistenza del Regno Unito. La mattina del 28 ottobre, mentre Mussolini e Hitler si incontravano a Firenze, la campagna italiana di Grecia aveva preso avvio già da alcune ore.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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