2^ G.M. Africa Settentrionale

La brigata corazzata “Babini”

Il post odierno è dedicato alla Brigata corazzata speciale conosciuta anche come Brigata corazzata “Babini”, dal nome del suo comandante, generale Valentino Babini, in pratica la prima unità corazzata del Regio Esercito.

Venne istituita il 25 novembre 1940 in Africa Settentrionale dal Comando Superiore in Libia in quel momento agli ordini del Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, che nello stesso momento ricopriva anche la carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Era necessario, dopo l’eseperienza dei primi mesi di guerra nel desentro, riunire le varie unità corazzate, presenti nel teatro, che fino a quel momento avevano agito in maniera separata, in una formazione sufficientemente mobile e potente.

La costituzione avvenne per trasformazione dal Comando Carri Libia creato il precedente 29 agosto con il raggruppamento di tutte le unità corazzate presenti in Libia, che fino a quella data avevano operato distribuite fra le varie divisioni . Si trattava di sette battaglioni di carri leggeri L3/35 e due di carri medi M11/39

Il generale Babini ValentinoL’organico della Brigata speciale prevedeva una struttura su due raggruppamenti carristi con un totale di tre battaglioni corazzati su carri M13/40, un battaglione su carri M11/39, cinque battaglioni su carri leggeri CV35, un battaglione di bersaglieri e varie unità controcarro e autoblindo.

La nuova unità in fase di costituzione venne affidata, all’esperto generale Valentino Babini. Tra le due guerre mondiali egli fu uno dei fondatori dell’arma corazzata italiana, e nel corso della guerra di Spagna fu il comandante delle truppe corazzate italiane che combatterono al fianco delle truppe franchiste.

Oltre agli ormai superati carri M 11/39, la Brigata poteva contare per la prima volta sui nuovi carri M 13/40 versione notevolmente migliorata del suo predecessore. Nel nuovo mezzo la dotazione offensiva primaria, un cannone da 47 mm L/32, era montata in una torretta girevole a forma di ferro di cavallo e non in casamatta, soluzione quest’ultima che nel suo predecessore riduceva notevolmente l’efficacia dell’arma.

Come armamento secondario disponeva di 4 mitragliatrici da 8 mm: una coassiale al cannone, due in casamatta ed una opzionale con funzione antiaerea, installabile su un apposito supporto alla sommità della torretta. Una simile arma, assai interessante per un progetto di inizio guerra, rappresentava uno dei primi tentativi di fornire ai carri armati una propria difesa contro attacchi aerei a bassa quota.

Nell’inciso il III Btg. Carri Medi con 37 M13/40 (tenente colonnello Emilio Iezzi) concluse l’arrivo in Libia all’ inizio di Novembre, si spostò nella zona di El Mechili e iniziò una intensa attività addestrativa in previsione dell’impiego, che si protrasse fino ai primi di dicembre. Il 12 dicembre giunse il V Btg. Carri Medi con 46 M13/40.

Il nuovo reparto, appoggiò l’invasione dell’Egitto della 10ª armata nei primi giorni del settembre 1940.  Offensiva che iniziata il 9 si concluse il 16 successivo con la conquista di Sidi El Barrani località posta a 100 km dal confine libico egiziano.

La situazione operativa sul campo, precipitata in modo catastrofico con l’inizio della offensiva britannica del 9 dicembre e con il crollo delle forze italiane, impedì la metodica organizzazione dei reparti che in parte vennero impiegati isolatamente e distrutti a Bug-Bug (due battaglioni di carri L) e a Bardia (un battaglione di carri L e la 1ª Compagnia del III Battaglione carri M13/40).

I residui reparti della Brigata corazzata speciale (due battaglioni di carri M 13, uno di carri M 11, due di carri L e il battaglione bersaglieri, con 57 carri M e 25 carri L), vennero finalmente impiegati, per la prima volta in massa a El Mechili (24 e 25 gennaio 1941). Presso la località gli inglesi si imbatterono in circa cinquanta carri M13 italiani con cui si scontrarono distruggendo 9 carri italiani e perdendone 7.

Una bella immagine di un M 1340 impegnato in Africa settentrionale

Carro M 13/40 impegnato in Africa settentrionale

In quell’occasione i nostri carristi dimostrarono efficienza e coraggio, affrontando la 4ª Brigata corazzata britannica dotata di circa 70 carri Cruiser fermando l’avanzata nemica. Gli inglesi rimasero sorpresi dal vigore dei contrattacchi dei nuovi dei carri armati della “Brigata Babini”, e anche dalla pericolosità dei cannoni da 47/32 Mod. 1935 degli M13/40; per la prima volta le unità corazzate italiane disponevano di un messo in grado di confrontarsi alla pari con i corazzati inglesi.

L’intervento dei reparti anticarro permise infine di controllare la situazione e contenere il nemico. Dopo questo primo scacco, le forze britanniche interruppero i tentativi di superare lo schieramento italiano e si raggrupparono con l’afflusso dell’altra brigata corazzata dei “Topi del deserto”(la 7ª Brigata). Era ora necessario manovrare per aggirare e accerchiare la Brigata Speciale posizionata a El Mechili.

La manovra non riuscì perfettamente e le forze corazzate italiane poterono sfuggire ritirandosi verso nord-ovest in direzione del Gebel al Akhdar, tuttavia l’abbandono della posizione di Mechili sguarnì le retrovie delle truppe italiane in ritirata da Derna, Questo permise alle veloci unità motorazzate inglesi della Combe Force di lanciarsi in profondità nel deserto in direzione del Golfo della Sirte.

La Brigata del Generale Babini mantenne il contatto con l’avversario sino al 26 gennaio, quando per sottrarsi all’avvolgimento da parte della 7^ Divisione Corazzata inglese, ripiegò lungo la carovaniera Mechili- Bir Melez – Antelat che i carri percorsero per la prima volta in quell’occasione.

Dopo la caduta di Derna, il 29 gennaio 1941, ai resti dell’armata italiana, guidata dal generale d’armata Giuseppe Tellera, non rimaneva che la fuga verso la Tripolitania, lungo le vie di Agedabia ed El Agheila. Un distaccamento motorizzato inviato attraverso il deserto dal generale britannico Richard O’Connor, la cosiddetta Combe Force del colonnello John F. B. Combe, riuscì a precederli e bloccarli il pomeriggio del 5 febbraio.

La Combe Force consisteva consisteva di due squadroni di autoblindi, uno dal 11º Reggimento Ussari e l’altro dalla 2ª Brigata Fucilieri, uno squadrone di autoblindi della RAF, sei cannoni da campo Ordnance QF 25 lb e nove cannoni portee anticarro Bofors 37 mm, per un totale 2 000 uomini. Verso sera si aggiunse la 4ª Brigata Corazzata del generale J. A. C. Caunter che consolidò in modo decisivo lo sbarramento attraverso la Via Balbia.

Le forze blindate britanniche erano avanzate attraverso il deserto con grande rapidità e nell’ultima fase percorsero 270 km in trentatré ore, una prestazione senza precedenti nella storia della guerra.

Nel corso dei violentissimi conbattimenti che si svolsero dal 5 al 7 febbraio 1941 nell’area di Beda Fomm la Brigata Babini venne completamente distrutta. I britannici fecero circa 25 000 prigionieri, incluso il generale Tellera che venne trovato in un M 13 e le cui ferite si resero poi mortali, e i generali Bergonzoli e Babini.

Carri armati M11 39 catturati e riutilizzati dall'esercito australian

Carri M 11/39 catturati, e riutilizzati dagli australiani

Quasi tutte le unità corazzate italiane (un centinaio di mezzi) dei 4 battaglioni M13/40 impegnati in battaglia furono distrutti o catturati. Alcuni carri M 11/39 catturati in questa occasione vennero poi impiegati dagli australiani nella difesa della piazzaforte di Tobruch.

 

Il comandante della Brigata, il generale Babini, rimarrà prigioniero di sua Maestà britannica per tutto il corso del conflitto e rientrerà in Italia solo nel 1946.

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