2^ G.M. I Carabinieri Reali

7 ottobre 1943, la deportazione dei Carabinieri di Roma

Un po’ a tutti è nota la data del 16 ottobre 1943, quando tra le 05:30 e le 14:00 di quel tragico sabato, truppe tedesche e reparti della Gestapo entrarono nel Ghetto di Roma e deportarono verso i campi di sterminio, gli ebrei della Capitale.  Nella retata vennero tratte 1259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine, 1.023 rastrellati furono deportati direttamente al campo di sterminio di Auschwitz. Soltanto 16 di loro sopravvissero.

Nove giorni prima sempre nella Capitale, operazione legata a doppio filo con il rastrellamento del ghetto, venne effettuato un altro grande rastrellamento, molto meno conosciuto ma che convolse molte più persone, da duemila a duemilacinque. Gli uomini coinvolti erano tutti appartenenti all’Arma dei Carabinieri Reali, che sin dal 25 luglio ’43, si era connotata, agli occhi dei tedeschi, come ambigua e inaffidabile, soprattutto a Roma.

L’eccidio delle Fosse Ardeatine, i combattimenti di Porta San Paolo, il sacrificio del Vice Brigadiere Salvo D’Acquisto, avevano fatto ben comprendere, che i Carabinieri difficilmente sarebbero venuti meno al giuramento di fedeltà prestato al sovrano e ancor meno si sarebbero resi partecipi o soltanto spettatori inermi di atti di barbarie contro la popolazione civile.

L’avversione per l’Arma dei Carabinieri veniva sia dai fascisti, che non perdonavano ai Carabinieri il loro coinvolgimento nella mai chiarita morte di Ettore Muti, avvenuta nei giorni successivi alla destituzione di Mussolini, sia da parte delle autorità germaniche, che li vedevano legati a doppio filo a Casa Savoia.

Nella capitale di stava preparando il rastrellamento del Ghetto ebraico, i tedeschi avevano bisogno di avere mano libera per condurre in porto l’operazione senza particolari impedimenti. Il Ghetto era vicino al Vaticano, appoggiato ad un lungotevere piuttosto animato, confinava con piazza Argentina. Quanti uomini servono per la deportazione? Troppi, e i tedeschi non possono certo richiamare militari dal fronte.

Effettuare la razzia nel Ghetto con ottomila “infidi” carabinieri, che potrebbero anche reagire, sarebbe stato un azzardo. Kappler comandante dell’SD, della SiPo e della Gestapo a Roma, in quel momento chiede e ottiene che siano disarmati e trasferiti.

Ordine di disarmo

Graziani Ministro della Difesa della Repubblica Sociale Italiana, emette il suo ordine il 6 ottobre. Si dice che tutti gli ottomila carabinieri di Roma debbano andare a prestare servizio…..a Zara! Incaricato di eseguire l’ordine, venne chiamato proprio Kappler. Il colonnello sarà il responsabile di tutti i crimini commessi dai nazisti nella capitale, il rastrellamento dei Carabinieri, quello del Ghetto ebraico, la strage della Fosse Ardeatine e il rastrellamento antipartigiano del Quadraro.

Ad operare materialmente l’arresto sarebbero stati i paracadutisti della 2ª Fallschirmjäger Division impiegati nella capitale in operazioni di polizia. Il 7 ottobre 1943, di primo mattino, essi circondarono le principali caserme dell’Arma della Capitale, bloccandone all’interno i Carabinieri che, ignari, attendevano alle loro occupazioni quotidiane, quasi sempre senza l’immediata disponibilità delle armi.

Molti militari in forza alle Stazioni riuscirono fortunatamente a dileguarsi, spesso portando con sé il proprio armamento, grazie a tempestive segnalazioni di amici dei Carabinieri che, pur consapevoli dei rischi che correvano, in molti casi li aiutarono a trovare un momentaneo nascondiglio.

“Grazie a notizie fatte trapelare nella notte il piano di disarmo non ebbe il successo che speravano i tedeschi. -dice il colonnello Giancarlo Barbonetti, capo dell’Ufficio Storico dell’Arma dei Carabinieri- La maggior parte dei carabinieri fu catturata nelle grandi caserme della capitale, ma nelle situazioni locali molti si diedero alla macchia.”

I documenti della Wehrmacht, indicano per quella operazione duemila e cinquecento prigionieri, circa un quarto dei carabinieri in servizio nella capitale. Il numero preciso non si conoscerà mai, dal momento che i tedeschi bruciarono tutti gli archivi delle caserme dell’Arma occupate.

Furono catturati e rinchiusi, per tutta la notte, nelle caserme Pastrengo, Podgora, Acqua, Lamarmora e quella all’epoca intitolata a Vittorio Emanuele II. Il giorno dopo, vennero avviati alle stazioni ferroviarie Ostiense e Trastevere e fatti salire su treni merci diretti a Nord, con la falsa notizia – fatta circolare ad arte per tranquillizzarli – che sarebbero scesi a Fidenza per essere impiegati nei territori del Nord Italia.

Targa commemorativa

In realtà, tutti i Carabinieri così catturati, furono deportati in campi di lavoro o di internamento in Austria e in Germania, allora unite nel Terzo Reich nazista o in Polonia, da dove oltre 600 non tornarono più e gli altri riuscirono a fare ritorno soltanto dopo, due anni circa, di fatiche, sofferenze e stenti, nemmeno riconosciuti come prigionieri di guerra.

Ma gli altri scappano, circa 6.000 si danno alla macchia.  Molti avevano portato via le loro armi. Erano esperti ed addestrati. Erano benvoluti dalla popolazione.

Svuotate le caserme a Roma, le funzioni di polizia passarono di competenza alla P.A.I. la Polizia dell’Africa Italiana. L’8 dicembre nel 1943 nasceva la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR)  «con compiti di polizia interna e militare». Essa nacque per volere di Renato Ricci l’ex-presidente dell’Opera Nazionale Balilla , nei suoi reparti confluivano i Carabinieri Reali, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e la Polizia dell’Africa Italiana.

I compiti della GNR erano per prima cosa la polizia interna e militare, quindi di fatto quelli dei Carabinieri e dei compiti specifici della specialità della milizia, stradale, portuaria, postelegrafonica e forestale. Nel corso dei mesi successivi, l’azione di smantellamento dell’Arma prosegui nel Nord Italia nei territori della Repubblica Sociale, fino allo  scioglimento di fatto dei reparti.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

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