2^ G.M. Regio Corpo Truppe Coloniali

Africa Orientale Italiana 28 settembre 1941, si arrende il presidio di Uolchefit

Il 28 settembre del 1941 si arrendeva dopo strenua resistenza, il presidio italiano di Uolchefit in Etiopia. L’episodio va inquadrato nell’ultima battaglia, nota come battaglia di Gondar, nella regione dell’Amhara combattuta dal 10 maggio al 30 novembre 1941, fra gli schieramenti italiani e anglo-abissini.

Di fronte alla travolgente Controffensiva britannica in Africa Orientale Italiana il Viceré d’Etiopia Amedeo di Savoia diede alle sue truppe l’ordine di proseguire la lotta nei ridotti dell’Amba Alagi, del Galla Sidama e dell’Amhara.

Il ridotto, situato nell’Amhara, già mesi prima era stato fortificato dal generale Nasi e comprendeva un’area centrale con Gondar Azozo dove risiedeva il comando e quattro capisaldi esterni: Culqualber, Blagir, Tucul e Ualag. Vi erano inoltre due presidi a Debrà Tabor e Uolchefit, quest’ultimo oggetto del presente post.

A difesa dello stesso vi erano 13 battaglioni nazionali, 15 battaglioni coloniali e pochi squadroni di cavalleria indigena. All’incirca 40.000 uomini, al comando del generale Guglielmo Nasi. Dopo aver perso la possibilità di ricevere rifornimenti da Addis Abeba, il generale dovette amministrare le poche scorte rimaste per farle durare il più a lungo possibile riducendo le razioni e organizzando un mercato indigeno, una sezione recuperi per sfruttare ogni materiale e una sezione pesca sul lago Tana.

Furono anche realizzati degli improvvisati carri armati riutilizzando trattori agricoli opportunamente blindati. Nei mesi di settembre e ottobre, tramite voli segreti dalla Libia, Nasi ricevette denaro dall’Italia per comprare derrate alimentari. Il 19 luglio il generale Nasi lanciò una canzone intitolata “I gondarini” che così recitava:

Se non ci conoscete, guardate il nostro pane,
noi siamo i gondarini che sanno far la fame.

Se non ci conoscete, tenetelo a memoria,
noi siamo i gondarini che fuman la cicoria.

L’inglese ci conosce, si morde i pugni e ringhia,
noi siamo i gondarini che stringono la cinghia.

Gl’indiani ci conoscono e anche i sudanesi,
noi siamo i gondarini incubo degli inglesi

Se non ci conoscete, leggete i nostri casi,
noi siamo i gondarini del generale Nasi.

Se non ci conoscete, lasciatevelo dire,
noi siamo i gondarini, i duri da morire

All’inizio dell’assedio, le forze aeree presenti nella base aerea di Gondar – Azozo era formata da due caccia Fiat CR.42 “Falco” ed un bombardiere Caproni Ca.133. Quest’ultimo venne utilizzato per rifornire dal cielo il presidio di Uolchefit, fino al suo danneggiamento da parte degli aerei inglesi l’8 agosto e la sua distruzione per probabile sabotaggio il 21 settembre.

Il primo attacco britannico fu scatenato il 17 maggio 1941 e portò alla momentanea occupazione di Anguavà, ripresa subito dopo grazie all’azione della brigata del colonnello Torelli. Nei giorni seguenti, altri attacchi britannici in altri settori portarono all’occupazione del presidio di Debrà Tabor, comandato dal colonnello Angelini, che si arrese quasi senza combattere.

A proposito di questo presidio è doveroso ricordare il sacrificio del Muntaz (caporale) Unatu Endisciau del LXXI battaglione coloniale. Durante i combattimenti si guadagnò la medaglia d’oro al Valo Militare, concessa con l’approvazione di Mussolini per il suo comportamento eroico. Dopo essersi rifiutato di arrendersi, raggiungeva con pochi ascari le retrostanti linee italiane di difesa per portare il salvo il gagliardetto del proprio battaglione, riuscendo, sebbene gravemente ferito, a consegnarlo in mani italiane, spirando poco dopo. La medaglia fu la prima che sia stata concessa ad un soldato coloniale.

A questo punto i britannici passarono all’attacco del presidio di Uolchefit, composto da due battaglioni di Camicie Nere al comando del tenente colonnello Mario Gonella che invece resistette a oltranza. Alle Camicie Nere si affiancarono due gruppi bande, formate da irregolari indigeni, di cui una era la leggendaria “banda Bastiani” al comando dell’allora sergente maggiore Angelo Bastiani, noto come il “diavolo zoppo” e  la 1ª banda Amhara al comando del tenente Enrico Calenda.

Già dal 17 aprile, a seguito del tradimento di ras Ajaleu Burrù, il presidio fu completamente isolato e il 10 maggio il tenente colonnello Gonella rifiutò una prima richiesta di resa pervenuta dai britannici, così il 28 maggio un duro assalto inglese obbligò gli italiani ad abbandonare le posizioni più avanzate a passo Ciank e Debarech.

Il 22 giugno un nuovo contrattacco italiano, effettuato all’arma bianca dalle Camicie Nere e dalla “banda Bastiani”, portò alla distruzione del presidio e alla rioccupazione del passo Ciank. Nel corso di questa operazione Angelo Bastiani, in combinazione con gli uomini di Calenda, catturò personalmente ras Ajaleu Burrù, mentre il comandante inglese Ringrose sfuggì alla cattura.

Informato della cattura di ras Ajaleu Burrù, il generale Nasi ordinò di non fucilarlo. In Italia Achille Beltrame dedicò all’azione una delle sue celebri copertine sulla Domenica del Corriere e Bastiani ottenne la Medaglia d’oro al Valor Militare. Il 19 luglio il comando inglese, inviò al colonnello Gonella una seconda intimazione di resa, anch’essa respinta.

In agosto il presidio di Uolchefit fu posto sotto assedio anche dalla 12ª divisione al comando del generale Charles Fowkes. Il tenente Calenda cadde durante un bombardamento al passo Mecan, venendo insignito anch’egli della Medaglia d’oro al Valor militare. Per integrare gli scarsi viveri ci si adattò a procurarseli con scorribande notturne per alcuni giorni, ma il 25 settembre questi furono esauriti completamente.

Il 18 e il 25 settembre furono effettuate le ultime due sortite poi il 28 settembre il presidio, dopo 165 giorni di battaglia, si arrese con l’onore delle armi. La resa del presidio di Uolchefit permise agli inglesi di completare l’accerchiamento della ridotta di Gondar e molte truppe furono destinate alla successiva Battaglia di Culqualber.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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