I Carabinieri Reali

Torino 21-22 settembre 1864, la prima strage dell’Italia unita

Nel giugno 1864, approfittando di voci sulla salute di papa Pio IX e su possibili sollevazioni nello Stato Pontificio, il presidente del consiglio Marco Minghetti inviò Gioacchino Napoleone Pepoli dall’ambasciatore italiano a Parigi, Costantino Nigra, con disposizioni per contrattare il ritiro delle truppe francesi dai territori della Santa Sede.

Per raggiungere l’accordo, l’imperatore Napoleone III richiese una garanzia che mostrasse la rinuncia alla conquista di Roma, indicata fin dal 1861 dal governo italiano come capitale ideale del regno; Pepoli chiese se lo spostamento della capitale italiana da Torino ad altra città, cosa già ipotizzata dal governo, avrebbe potuto fornire adeguata garanzia; l’imperatore confermò che avrebbe certamente firmato l’accordo con quella condizione.

Vittorio Emanuele II fu informato ad agosto, al ritorno di Pepoli.

«Il Re accolse la clausola del trasporto, non solo con ripugnanza, ma dirò con dolore. Ebbe molte conferenze con Minghetti e con Pepoli. Parve per qualche momento alquanto scosso, poi prese tempo a pensarvi durante una assenza da Torino.» 

  (Lettera del ministro Emilio Visconti Venosta all’ambasciatore Nigra)

L’11 settembre 1864 Minghetti comunicò al ministro Menabrea che il re accettava il trattato, spostando la capitale a Firenze per ragioni esclusivamente strategiche. Il 15 settembre 1864 veniva firmata ufficialmente la convenzione, secondo la quale, Napoleone III si impegnava a ritirare da Roma entro due anni le truppe francesi e l’Italia a non invadere lo Stato Pontificio e a trasferire la capitale da Torino a Firenze.

Su richiesta di Vittorio Emanuele II, venne tenuto separato e segreto il protocollo vincolante per il trasferimento della sede del governo entro sei mesi dalla firma, al fine di evitare che apparisse «risultato della pressione d’un Governo estero».

Nonostante il riserbo ministeriale, i dettagli dell’accordo iniziarono a circolare già dal 26 agosto dello stesso anno. I giornali di Torino, assunsero delle posizioni diverse sull’ accordo. Il governo Minghetti poteva contare sulla Gazzetta ufficiale, voce del ministero, e sull’Opinione; era appoggiato inoltre dalla Stampa e dalla Gazzetta di Torino, legata a Luigi Menabrea.

Il 16 settembre, giorno successivo alla firma, l’Opinione pubblicò la convenzione, senza indicazioni sul protocollo segreto; il 18 settembre la Gazzetta del popolo riportò la voce errata (diffusasi il giorno precedente) che la condizione imposta da parte francese fosse lo spostamento della capitale a Firenze. La diffusione di notizie frammentarie portò quindi a illazioni e ad accuse contro il governo; si aggiunsero addirittura voci di cessioni di territorio piemontese alla Francia.

La sera del 20 settembre la città era piena di gente e di comizi improvvisati; il grido era «La capitale a Roma!». Alle ore 14.00 del 21 settembre 1864 era convocato il consiglio comunale straordinario,  per discutere dello spostamento della capitale.

Sotto le finestre si radunarono varie persone per avere notizie; si verificarono anche delle proteste e vennero bruciate copie della Gazzetta di Torino, che si era pronunciata a favore del trasferimento a Firenze.

Un centinaio di persone si radunò in Piazza Castello per protestare con fischi contro la sede della Gazzetta di Torino, allontanandosi dopo poco senza incidenti. In assenza di notizie dal consiglio comunale in corso le persone si dispersero rapidamente, mentre un gruppetto di giovani si diresse in piazza San Carlo alla tipografia della Gazzetta di Torino con alcune bandiere italiane.

La polizia uscita in forze dalla Questura, che si trovava allora in piazza San Carlo, «assaltò» – è il termine usato nell’inchiesta del municipio – i manifestanti con le sciabole sguainate, ne arrestò molti e li trascinò via continuando a pestarli a sangue, come riferì esterrefatto un ingegnere inglese che aveva assistito ai fatti.

In serata una folla più numerosa si raccolse in via Nuova, l’attuale via Roma, chiedendo il rilascio degli arrestati, al grido di «Abbasso il Ministero!», «Viva Garibaldi!», e «Morte a Napoleone!» Alla folla si erano mescolati molti agenti in borghese, in gran parte ex sbirri borbonici fatti salire da Napoli, che incitavano alla violenza.

Peruzzi fece schierare davanti al ministero dell’Interno in piazza Castello due squadroni di allievi carabinieri, tutti forestieri, giovanissimi e inesperti. Riferisce la relazione del municipio che «gli allievi carabinieri, al dire di diverse persone presenti, avevano un contegno molto provocante (sic), che non lasciava presentire niente di buono».

Quando la folla sboccò in piazza, gli allievi carabinieri aprirono il fuoco senza preavviso, continuando a sparare sulla gente che fuggiva: si contarono dodici morti e decine di feriti, compresa gente che era seduta al caffè.

La situazione stava precipitando, come si deduce dallo scambio di comunicazioni intercorse tra Vittorio Emanuele II e Marco Minghetti la mattina successiva alla prima strage.

«I tristi fatti accaduti mi addolorano. Lei sa che li avevo preveduti. Rendo ministero responsabile ristabilimento ordine. Pubblichi stato d’assedio se è necessario. Faccia venire truppa fin che basti. Non voglio essere testimonio di cose così dolorose. Mi recherò a Torino appena ordine ristabilito.»

(Vittorio Emanuele II a Marco Minghetti, 22 settembre ore 8:30.)

«Finora nessun disordine: però si parla molto di disordini per questa sera. Il Generale Della Rocca ha dato tutte le disposizioni. Sappiamo che il partito d’azione cerca d’impadronirsi del movimento.»

(Marco Minghetti a Vittorio Emanuele II, 22 settembre)

Nella notte il governo in preda al panico, persuaso che la guerra civile fosse imminente e la monarchia in pericolo, fece affluire a Torino 20.000 soldati, mentre chiudeva giornali e diffondeva bollettini menzogneri, accusando la città di aver scatenato la rivoluzione.

L’indomani, 22 settembre, Torino era in stato d’assedio, ma la gente era normalmente al lavoro. Nella giornata si registrò qualche dimostrazione contro la tipografia della Gazzetta di Torino, ma che fu facilmente dispersa.

Solo alla sera, colla chiusura di botteghe e officine, piazza San Carlo si riempì di folla; il questore ordinò allora l’uscita di altre truppe, compresi allievi carabinieri, per allontanare i presenti. Mentre si procedeva alle intimazioni per far disperdere la folla, si udirono colpi d’arma da fuoco e i carabinieri fecero fuoco verso il centro della piazza, colpendo un battaglione di fanteria che la stava attraversando,

Anche agenti di pubblica sicurezza spararono a loro volta dalla porta della questura, tutti sparavano da varie direzioni. La sparatoria colpì anche le truppe schierate in piazza, che ebbero quattro morti e parecchi feriti, tra cui il colonnello del 17° reggimento.

I carabinieri inseguirono la gente che fuggiva sotto i portici, abbattendo dei ragazzi a revolverate; moltissime persone si salvarono correndo verso i soldati, che li lasciarono passare senza sparare. Quando infine si riuscì a far cessare il fuoco, rimasero a terra nella piazza numerosi morti fra cui quattro militari e un numero imprecisato di feriti.

Lapide Moti Torino settembre 1864.jpg

I disordini dei due giorni causarono la morte di 52 persone e il ferimento di altre 187, ma si stima che il numero reale fosse superiore, dato che alcuni feriti avrebbero potuto scegliere di curarsi «senza l’intervento del medico per non  incorrere in sanzioni penali o per tutelare la famiglia da possibili ritorsioni.

Il più giovane dei morti era un tipografo di 15 anni, il più anziano un vetraio di 75; gli altri, quasi tutti sotto i trent’anni, erano calzolai e carrettieri, falegnami e muratori, ferrovieri e fornai. Le vittime vennero sepolte nel Cimitero monumentale di Torino «in un distinto quadrato di terra a tramontana».

Il 28 settembre cadde il governo Minghetti, subito definito «il ministero dell’assassinio», che prima di dimettersi il governo fece in tempo a diramare al mondo un comunicato in cui dichiarava che a Torino la plebaglia armata aveva aggredito i soldati, i quali erano stati costretti a difendersi.

L’intera stampa italiana stigmatizzò l’egoismo dei torinesi, così poco patriottici da non voler rinunciare al ruolo di capitale. La commissione parlamentare d’inchiesta accumulò così tanti elementi a carico di Minghetti e Peruzzi da rendere inevitabile un processo, ma la Camera, su proposta Ricasoli, votò contro la prosecuzione dell’indagine. La magistratura militare mandò sotto processo 58 carabinieri, che vennero però tutti assolti.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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