2^ G.M. L'armistizio

Gli eventi nelle isole greche dal 9 al 15 settembre 1943

«Seguito conclusione armistizio, truppe italiane 11ª armata seguiranno seguente linea condotta. Se tedeschi non faranno atti di violenza armata, italiani non, dico non, faranno causa comune con ribelli né con truppe anglo-americane che sbarcassero. Reagiranno con forza a ogni violenza armata. Ognuno rimanga al suo posto con i compiti attuali. Sia mantenuta con ogni mezzo disciplina esemplare. Firmato generale Vecchiarelli»

Erano le 21,30 del fatidico 8 settembre 1943, la notizia dell’armistizio fra Regno d’Italia e potenze Alleate era stato da poche ore reso noto, quando il generale Vecchiarelli comandante dell’11ª armata inviava questo messaggio al generale Gandin, comandante della divisione Acqui, schierata a presidio delle isole greche di Corfù, Zante e Cefalonia.

Dopo i festeggiamenti e l’illusione che la guerra stesse per finire, vennero mandate fuori le pattuglie di vigilanza e nonostante si fosse verificato un atto ostile  quando uno dei semoventi tedeschi ad Argostoli puntò il suo cannone contro il dragamine Patrizia, che per risposta puntò a sua volta le mitragliere di bordo, la situazione nelle isole greche dell’Egeo pareva piuttosto tranquilla.

Facciamo ora un passo indietro alla primavera del 1941 quando la Grecia dopo avere opposto strenua resistenza alle truppe italiane era stata costretta a capitolare attaccata su due fronti da italiani e tedeschi. Il paese ellenico venne cosi occupato e spartito in zone di occupazione, agli italiani toccò il presidio della maggior parte del territorio greco fra cui, le Isole Ionie dove tuttavia, guarnigioni tedesche erano dislocate in punti strategici a rinforzo dello schieramento italiano.

Strategicamente molto importanti, le isole di Corfù, Zante e Cefalonia presidiavano l’accesso a Patrasso e al Golfo di Corinto. Comandata a presidiare la zona era la 33ª Divisione fanteria “Acqui” agli ordini del generale Antonio Gandin. La grande unità aveva il 18º Reggimento fanteria da montagna a presidio di Corfù, mentre il resto della divisione era a Cefalonia, dove erano stanziati il 17º e il 317º Reggimento fanteria da montagna (giunto nel maggio 1942), il 33º Reggimento artiglieria, il comando e i servizi divisionali.

A Cefalonia, oltre alla Acqui, erano presenti la 2ª Compagnia del VII Battaglione Carabinieri Mobilitato più la 27ª Sezione Mista Carabinieri, i reparti del I Battaglione Finanzieri mobilitato, il 110º Battaglione mitraglieri di corpo d’armata, il CLXXXVIII Gruppo artiglieria di corpo d’armata (con tre batterie da 155/14), il III Gruppo contraereo da 75/27 C.K., i marinai che presidiavano le batterie costiere (una da 152/40 ed una da 120/50), il locale Comando Marina e tre ospedali da campo.

Fino a fine agosto, organica alla divisione vi era anche la 27ª Legione CC.NN. d’Assalto, che aveva sostituito la 18ª Legione già con la “Acqui” durante la campagna di Grecia, ma che fu richiamata in patria alla caduta del fascismo. Il totale delle truppe italiane presenti in zona ammontava a circa 12.000 uomini.

I reparti presenti a Cefalonia dipendevano dall’VIII Corpo d’armata, mentre il 18º Reggimento dipendeva dal XXVI Corpo d’armata dispiegato in Epiro ed Albania. Questi due corpi d’armata comprendevano forze italo.tedesche in Grecia ed erano inquadrati sotto la 11ª armata del generale Vecchiarelli con comando ad Atene. Nella stessa erano inquadrate anche due divisioni germaniche, la 104. Jäger-Division (VII corpo d’armata) e 1. Gebirgs-Division (XXVI corpo d’armata) che prenderanno parte ai successivi avvenimenti e quest’ultima era a sua volta dipendente dallo Heeresgruppe E tedesco.

Progressivamente i tedeschi in previsione della possibile defezione dalla guerra dell’Italia dopo la destituzione di Mussolini, avevano provveduto a rinforzare le loro forze presenti nella zona , posizionando fra l’altro una compagnia del 909º battaglione del 966º Reggimento Fanteria da fortezza,  nel pieno centro di Argostoli. Il reggimento forte nel complesso di 1.800 uomini era agli ordini del tenente colonnello Hans Barge.

 

Al momento dell’armistizio, i numeri erano ancora a vantaggio delle truppe italiane, anche se occorre ricordare che la divisione Acqui era composta da personale inesperto, come il 317º Reggimento neocostituito, composto da personale richiamato o che non combatteva da due anni come il 17º fanteria e il 33º artiglieria che avevano preso parte alla campagna di Grecia Lo svantaggio italiano si faceva anche sentire a livello di artiglieria, dove i pezzi, tranne quelli di preda bellica e i 75/27 contraerei, erano quasi tutti obsoleti.

Praticamente assente era la Regia Aeronautica, mentre la Regia Marina – oltre a reparti di terra – aveva solo unità di naviglio sottile, tra cui alcuni MAS e dragamine e comunque sia fino ai primi mesi del 1943, la convivenza tra soldati italiani e tedeschi nell’isola non aveva presentato problemi e vennero anche svolte esercitazioni comuni di difesa.

Le cose cambiarono radicalmente l’8 settembre, quando come ricordato sopra venne reso noto l’armistizio, ma i tedeschi consci della notevole debolezza almeno numerica dei loro reparti non attaccarono le unità italiane ivi stanziate anche se poco dopo le 22:30, viene ricevuto l’ordine per le navi italiane presenti ed in grado di muoversi di raggiungere immediatamente Brindisi, ancora in mano agli italiani.

La mattina del 9 secondo gli ordini di Gandin, il II battaglione del 17º reggimento, insieme a tre batterie del 33º reggimento venne spostato ad Argostoli a protezione del quartier generale. e nel contempo una compagnia di fanteria, l’11ª del 17º comandata dal capitano Pantano, venne inviata a presidiare il bivio di Kardakata, posizione strategicamente importante in quanto situata su delle alture dominanti le coste ad est dell’isola.

Alle 5 del mattino, un’autocolonna tedesca con vari plotoni di rinforzo proveniente da Lixuri, la parte nord dell’isola dove era acquartierato il grosso del 966º, tentò di passare; gli italiani puntarono le armi costringendo i tedeschi a tornare indietro, mentre alle 7 unaa colonna di rifornimenti scortata da cannoni anticarro venne bloccata alla periferia di Argostoli dai cannoni della 3ª batteria, ma il comando di divisione ordinò poi di lasciarli passare.

Alle 9 Gandin ricevette il tenente colonnello Barge per discutere della situazione. Il tedesco chiese di ottemperare alle disposizioni di Vecchiarelli, che erano arrivate anche ai reparti tedeschi della 11ª armata, relative alla non belligeranza contro i tedeschi. Alle 09:50 venne ricevuto un ulteriore dispaccio, sempre da parte del comando di Atene, in cui si ordinava di cedere tutte le armi collettive a disposizione:

«Seguito mio ordine dell’8 corrente. . Presidi costieri devono rimanere attuali posizioni fino a cambio con reparti tedeschi non oltre però ore 10 giorno 10 … Siano lasciate ai reparti tedeschi subentranti armi collettive e tutte artiglierie con relativo munizionamento … Consegna armi collettive per tutte Forze Armate Italiane in Grecia avrà inizio a richiesta Comandi tedeschi a partire da ore 12 di oggi. Generale Vecchiarelli»

A quel punto, come era naturale iniziarono a manifestarsi tra gli ufficiali diverse correnti di pensiero sulla linea di condotta da tenere: alcuni decisamente antitedeschi ed altri (i tenenti colonnelli Uggè e Sebastiani) che invece ritenevano di dover continuare a combattere insieme ai tedeschi. Molti altri avrebbero voluto la cessione delle armi ai tedeschi, ritenendo impraticabile una seria resistenza.

Durante l’incontro tra Gandin e Barge entrambe le parti prendevano tempo; da parte italiana si aspettava un chiarificarsi della situazione ed istruzioni dettagliate dal Comando Supremo con possibili rinforzi ignorando che lo stesso Comando non era in grado di operare per la fuga a Brindisi del re Vittorio Emanuele III e dello stato maggiore, mentre i tedeschi cercavano ancora di ottenere il disarmo in modo incruento.

I tedeschi programmarono comunque la fucilazione di eventuali resistenti: un telegramma dello Heeresgruppe E ai comandanti delle grandi unità dipendenti dice testualmente: 

«Dove vi sono reparti italiani o nuclei armati che oppongono resistenza bisogna dare un ultimatum a breve scadenza. Nell’occasione occorrerà dire con veemenza che gli ufficiali responsabili di questo tipo di resistenza verranno fucilati quali franchi tiratori se, alla scadenza dell’ultimatum, non avranno dato alle loro truppe l’ordine di consegnare le armi.»

Tra le truppe italiane molti soldati e anche vari ufficiali inferiori erano per la resistenza ai tedeschi, principalmente Apollonio, Pampaloni ed Ambrosini tra gli ufficiali del 33º reggimento artiglieria, manifestando dubbi su Gandin, insignito di croce di ferro dai tedeschi per le sue azioni sul fronte russo e con relazioni personali nel COmando Supremo Tedesco.

Gandin invece, valutando che la superiorità numerica locale non compensava la presenza di oltre 300.000 tedeschi tra Epiro e Jugoslavia e la numerosa aviazione germanica, cercava di trattare una resa onorevole, non avendo alcuna evidenza di un possibile aiuto alleato al combattimento o all’evacuazione.

Per questo consultò gli ufficiali dello stato maggiore e i comandanti di reggimento in merito alla cessione delle armi; il colonnello Romagnoli, comandante del 33º reggimento artiglieria, e Mastrangelo erano per la resistenza mentre il vicecomandante della divisione e comandante della fanteria, generale Gherzi, , il tenente colonnello Fioretti, capo di stato maggiore della divisione, il tenente colonnello Cessari, comandante del 17º reggimento fanteria, e il maggiore Filippini, comandante del genio divisionale, erano per la cessione delle armi pesanti secondo le richieste tedesche.

Si arriva quindi al giorno 11 settembre quando i tedeschi presentarono un ultimatum in nove punti a firma di Barge, imponendo il disarmo totale della divisione con la consegna delle armi nella piazza centrale di Argostoli entro le ore 18 del giorno successivo, davanti all’intera popolazione (punti 1 e 3),

Gli altri punti del documento proibivano (punto 5) la consegna di materiale alla “popolazione” greca; il punto 6 minacciava un intervento “senza riguardo” in caso di sabotaggi o violenze contro i tedeschi mentre il punto 7 prometteva genericamente “agli ufficiali e soldati disarmati un trattamento cavalleresco”.

Gandin rispose con una lettera con oggetto “Richiesta di chiarimenti” dove tra l’altro sottolineava l’impossibilità di adempiere nei tempi richiesti alla consegna dei materiali, mentre la quasi totalità dell’artiglieria della Divisione Acqui e i reparti della Regia Marina, venuta a conoscenza delle condizioni di resa, si rifiutò categoricamente di accettare l’ultimatum, preparando un piano di azione contro i tedeschi, designando gli obiettivi e cercando accordi con i partigiani greci dell’ELAS.

La nuova richiesta di Barge, che come unica concessione prevedeva la consegna delle armi in luogo “nelle vicinanze di Argostoli” per evitare il disonore di una resa pubblica, pervenne al quartier generale ma non faceva alcun cenno al trasferimento in Italia della divisione. Nella giornata, anche se alcuni sopravvissuti ricordano il 13,  arrivò un radiomessaggio del generale Rossi, vice del capo di stato maggiore generale Ambrosio:

“Considerare le truppe tedesche nemiche”.

Gandin alle 17 incontrò i sette cappellani della divisione, tranne uno, tutti invitarono il generale a cedere le armi. Alle 17:30 Gandin incontrò poi Barge chiedendogli una dilazione fino all’alba; per tranquillizzare i tedeschi che già stavano sbarcando rinforzi nella parte dell’isola vicina alla costa e sotto il loro parziale controllo, propose il ritiro dei reparti che presidiano le alture di Kardakata, dalla quale si dominano le spiagge dove questi reparti sbarcavano e le due strade che lì si incrociavano,

Il 12 settembre in seguito all’ordine di arretramento su Razata inviato al II Battaglione del 317º, molti soldati contestarono e si rifiutarono di caricare le munizioni sui mezzi e due mitragliatrici vennero puntate sugli autocarri; dopo l’intervento di alcuni ufficiali inferiori, arrivò il maggiore Fanucchi, comandante del battaglione, che fu ferito di striscio da un colpo di fucile. Il fatto ebbe l’effetto di placare gli animi e la protesta rientrò.

Non fu tuttavia il solo episodio di insubordinazione, alcuni ufficiali del 33º Reggimento artiglieria, tra i quali Amos Pampaloni e Renzo Apollonio, arrivarono secondo i resoconti del tenente colonnello Giovanni Battista Fioretti dello stato maggiore della divisione, al limite dell’ammutinamento tanto che lo stesso gli si rivolse in questo modo

“Siete venuti qui in veste di comandanti di reparto o come capibanda?”.

Ci furono anche gesti di intolleranza nei confronti di Gandin e, in un episodio, un carabiniere lanciò addirittura una bomba a mano verso la vettura nella quale stava transitando il generale, ma l’ordigno non esplose.

Nel frattempo Barge che alle 16 aveva ripreso i colloqui con il comando della Acqui, non stava con le mani i mano e i suoi soldati, provvedevano al disarmo delle batterie costiere che da San Giorgio e da Chavriata, nella penisola di Paliki, controllavano dal nord la baia di Argostoli e lo stesso comando tedesco a Lixuri, prendendo prigioniero il personale.

Il 13 di settembre al situazione degenerò,  quando ad Argostoli, Pampaloni svegliò Apollonio comunicandogli che due motozattere tedesche, secondo una sua valutazione “zeppe di uomini e mezzi”, stavano per attraccare alla banchina, a pochissima distanza dal comando di divisione.

Una motozattera simile a quelle coinvolte nel combattimento di Argostoli.jpg

Una motozattera simile a quelle coinvolte nel combattimento di Argostoli

Apollonio osservò ed allertò anche la 5ª batteria di Ambrosini, e diede l’ordine di aprire il fuoco. Le due motozattere, vennero colpite dal fuoco di mitragliere, cannoni da 100/27 e 75/13 dell’esercito e ben presto dai pezzi da 120 mm e 152 mm della Marina posti a Lardigò e Minies.

Un mezzo affondò, l’altro attraccò protetto da una cortina fumogena stesa dai cannoni tedeschi che sparano dalla penisola di Paliki e dai semoventi della 2ª batteria del 201º battaglione di Argostoli. Dopo aver fatto approvare la motozattera, i tedeschi ricevettero ordine da Barge di cessare il fuoco mentre questi contattò il quartier generale della Acqui per chiedere altrettanto.

Dopo varie resistenze si giunse al cessate il fuoco, durante gli scontri i tedeschi contarono 5 morti e 8 feriti, mentre gli italiani un ferito grave. I tedeschi che ancora non avevano disponibile un numero sufficiente di truppe sull’isola, tentarono un ulteriore negoziato, promettendo un imbarco per l’Italia controllata dai tedeschi, a condizione che le truppe avessero ceduto le armi e si fossero concentrate nei porti di Sami e Poros.

Le promesse venivano fatte, già sapendo che questo non sarebbe mai avvenuto, in ottemperanza alle disposizioni di Hitler contenute nel piano Achse; il negoziatore nella circostanza, tenente colonnello della Luftwaffe Hermann Busch, chiese anche di conoscere i nomi degli ufficiali che avevano aperto il fuoco con le motozattere.

Nel frattempo il numero degli ufficiali fautori della resistenza ai tedeschi aumentava, comprendendo anche il tenente colonnello Deodato ed il capitano dei carabinieri Gasco, da cui dipendeva il militare che aveva lanciato la bomba a mano verso la macchina di Gandin. A quel punto Gandin diffuse un messaggio alle truppe che recitava:

«A tutti i Corpi e Reparti dipendenti. Comunico che sono in corso trattative con rappresentanti il Comando Supremo Tedesco allo scopo di ottenere che alla Divisione vengano lasciate le armi e le relative munizioni.

Il generale di Divisione Comandante Gandin»

Nel contempo, un’ulteriore provocazione veniva fatta dai tedeschi che nella piazza principale di Argostoli, piazza Valianos, ammainavano la bandiera italiana, ma venivano prontamente disarmati dai soldati della Acqui che issavano nuovamente la bandiera sul pennone.

Nel frattempo a Corfù un battaglione della divisione Edelweiss che tentava di sbarcare veniva respinto con poche perdite ma gravi danni ai mezzi da sbarco, il che poneva i tedeschi in difficoltà nel tentativo di sopraffare la Acqui, mentre il negoziatore sul posto, maggiore Harald von Hirschfeld, relazionava sulle possibili ulteriori modalità di attacco all’isola.

Durante la giornata i tedeschi bombardarono pesantemente Corfù ed in particolare il capoluogo Kerkiral, veniva ricevuto un messaggio da Zacinto che annunciava la resa del generale Paderni e quattrocento militari italiani, prontamente spediti in Germania, e la certa (a questo punto) ricezione del radiomessaggio a firma Ambrosio che invita a considerare truppe tedesche come nemiche e regolarvi di conseguenza fecero sì che Gandin riposizionasse i due reggimenti di fanteria in funzione del combattimento.

Infine, secondo alcune fonti, Gandin avrebbe promosso un referendum tra le truppe per saggiare la loro volontà di combattere i tedeschi, mentre altre fonti mettono pesantemente in discussione questa ipotesi.

Il 14 settembre alle ore 12 Gandin informò i tedeschi del risultato del “referendum” effettuato tra i soldati della Divisione, rimarcando sulla scarsa fiducia che i soldati avevano nelle promesse dell’ex alleato di rimpatriarli accontentandosi delle armi pesanti e collettive.

Nel frattempo Barge avevano già spostato il 910º battaglione granatieri da fortezza sulle alture di Kardakata che Gandin aveva abbandonato come segno di buona volontà e dato disposizione alle truppe presenti ad Argostoli di tenersi pronti ad attaccare il comando della Acqui e le batterie di artiglieria italiane.

Mentre i tedeschi continuavano a fare affluire truppe sull’isola, e gli italiani compirono operazioni di tipo difensivo come il brillamento di cariche esplosive su crocevia e strade per renderle impraticabili, gli Alleati avevano deciso di non inviare alcun aiuto a Cefalonia per ragioni politiche, cioè non danneggiare i rapporti con l’Unione Sovietica che riteneva di fatto i Balcani una sua esclusiva zona di influenza.

Alle ore 12 del 14 settembre tramite il colonnello Fioretti, Capo di Stato Maggiore, veniva consegnata al tenente Fauth ad Argostoli una lettera con la quale Gandin comunica la decisione di non arrendersi. Secondo la versione fin’ora divulgata la lettera avrebbe avuto il seguente tenore:

“Per ordine del Comando Supremo italiano e per volontà dei sui ufficiali e soldati, la Divisione Acqui non cede le Armi. Il Comando Superiore tedesco, sulla base di questa decisione, è pregato di presentare una risposta definitiva entro le ore 9 di domani 15 settembre.”

Invece la lettera conservata presso l’Ufficio Storico dell’esercito tedesco comincia così:

 “La divisione si rifiuta di ubbidire al mio ordine di concentrarsi nella zona di Sami poiché essa teme, nonostante tutte le promesse tedesche, di essere disarmata o di essere lasciata sull’isola come preda per i Greci o ancora peggio di essere portata non in Italia ma sul continente greco per combattere contro i ribelli. Perciò gli accordi di ieri con lei non sono stati accettati dalla Divisione.
La divisione vuole rimanere nelle sue posizioni fino a quando non ottiene assicurazione, con garanzie che escludano ogni ambiguità – come la promessa di ieri mattina che subito dopo non è stata mantenuta – che essa possa mantenere le sue armi e le sue munizioni e che solo al momento dell’imbarco possa consegnare le artiglierie ai tedeschi. La divisione assicurerebbe, sul suo onore e con garanzie, che non impiegherebbe le sue armi contro i tedeschi. Se ciò non accadrà, la divisione preferirà combattere piuttosto di subire l’onta della cessione delle armi ed io, sia pure con dolore, rinuncerò definitivamente a trattare con la parte tedesca, finché rimango al vertice della mia divisione. Prego darmi risposta entro le ore 16. Nel frattempo le truppe provenienti da Lixuri non debbono essere portate ulteriormente avanti e quelle di Argostoli non debbono avanzare, altrimenti ne possono derivare gravi incidenti.

Il Generale comandante della Divisione Acqui f.to gen. Gandin”.

Prima che scadesse l’ultimatum il tenente Fauth chiese una dilazione fino alle ore 14, dilazione che fu accordata. Nel pomeriggio del 15 il cielo si riempì di Stukas che però non bombardarono e la nostra contraerea rimase silenziosa. Furono le ultime ore prima della battaglia. Battaglia intensa che per 6 giorni insanguinerà l’isola e che tratteremo con un apposito post nei prossimi giorni.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

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