2^ G.M. I tedeschi in Italia

13 settembre 1944, la deportazione del questore di Fiume

Il post odierno è dedicato a Giovanni Palatucci, figura ancora oggi molto controversa, descritto da alcuni come salvatore di oltre cinquemila ebrei, altri come il Centro Primo Levi ha avanzato alcuni dubbi sulla corretta ricostruzione storica delle vicende legate alla figura. Iscritto al Partito Nazionale Fascista, nel 1932 conseguì la laurea in giurisprudenza presso l’Università di Torino.

Nel 1936 giurò come vice commissario di pubblica sicurezza e nel 1937 venne trasferito alla questura di Fiume come responsabile dell’ufficio stranieri e poi come commissario e questore reggente.  Nel novembre 1943 Fiume, pur facente parte della Repubblica Sociale Italiana, entrò a far parte della cosiddetta Zona d’operazioni del Litorale adriatico, controllata direttamente dalle truppe tedesche e il comando militare della città passò al capitano delle SS Hoepener.

Pur avvisato del pericolo che correva personalmente, il questore Giovanni Palatucci decise di rimanere al suo posto, e per contrastare l’azione del comando tedesco, vietò il rilascio di certificati alle autorità naziste se non su esplicati autorizzazione, così da poter aver notizia anticipata dei rastrellamenti e poterne dar avviso.

Inoltre inviava relazioni ufficiali al governo della Repubblica Sociale Italiana per segnalare continue vessazioni, limitazioni nello svolgere le proprie attività e il disarmo dei poliziotti italiani da parte dei tedeschi. Egli si preoccupò anche dell’istituzione di uno “Stato Libero di Fiume”, per far sì che questo territorio, che correva il rischio di dover venir ceduto dall’Italia alla Jugoslavia, mantenesse una sua indipendenza.

Fu proprio con l’accusa formale di cospirazione e intelligenza con il nemico in seguito al «rinvenimento di un piano relativo alla sistemazione di Fiume come città indipendente, tradotto in lingua inglese» che il 13 settembre 1944 venne arrestato dai militari tedeschi e tradotto nel carcere di Trieste.

Il 22 ottobre successivo venne trasferito nel campo di lavoro forzato di Dachau, con il numero 117826. Nello stesso campo, Palatucci morirà di stenti il 10 febbraio 1945, a soli 36 anni, 78 giorni prima della liberazione del campo da parte dei soldati statunitensi.

Nel 1952 lo zio vescovo Giuseppe Maria Palatucci raccontò che il nipote durante la sua permanenza a Fiume aveva salvato «numerosissimi israeliti». Da allora Giovanni Palatucci è salito agli onori sia in Israele (dove è Giusto tra le nazioni dal 1990), sia presso la Chiesa cattolica (per la quale è Servo di Dio dal 2004), sia presso la Repubblica Italiana (per la quale è Medaglia d’oro al merito civile dal 1995).

Secondo lo storico Michele Sarfatti è avvenuto che «il sistema delle onoranze nei confronti di Giovanni Palatucci ha preceduto il lavoro di ricerca storica. Questo è il motivo per cui a lui sono state attribuite in modo acritico azioni che nessuno aveva mai verificato essere state compiute veramente da lui».

Già nel luglio 1952 un memorandum del Ministero degli Interni, aveva escluso che Palatucci avesse compiuto un salvataggio di massa, ma nessuno fece approfondite ricerche documentali. Stando alla ricerca del Centro Primo Levi, in base all’esame di circa 700 documenti finora inediti, Palatucci andrebbe descritto come uno zelante esecutore della deportazione degli ebrei presenti a Fiume, nel suo incarico di responsabile dell’applicazione delle leggi razziali fasciste.

Quindi come avrebbe fatto Palatucci a salvare oltre 5.000 ebrei se dai documenti esaminati è emerso che nel 1943 Fiume contava solo 500 ebrei, la maggior parte dei quali, 412, pari all’ 80%, finì proprio ad Auschwitz. Anche il museo Yad Vashem e la Santa Sede hanno avviato accertamenti. L’Osservatore Romano, seppure con qualche riserva, ha ammesso che «sul caso Palatucci le ricerche storiche di prima mano sono state poche, che numeri e fatti sono stati sottoposti ad interpretazioni agiografiche.

Nel 2013 il Centro Primo Levi ha avanzato alcuni dubbi sulla corretta ricostruzione storica delle vicende legate alla figura di Palatucci. A seguito di questa ricerca la figura di Palatucci è stata rimossa da un’esposizione al Museo dell’Olocausto di Washington e lo Yad Vashem e il Vaticano hanno iniziato a esaminare la nuova documentazione emersa, ed è anche probabile che in seguito alle ricerche in corso i numeri andranno ridimensionati, che alcuni eventi andranno riletti”

Ad oggi la situazione non è ancora stati chiarita del tutto e la figura di Giovanni Palatucci rimane perlomeno controversa. Ad ogni modo, il 15 maggio 1995 la Repubblica italiana gli ha conferito la Medaglia d’oro al merito civile con la seguente motivazione:

«Funzionario di Polizia, reggente la Questura di Fiume, si prodigava in aiuto di migliaia di ebrei e di cittadini perseguitati, riuscendo ad impedirne l’arresto e la deportazione. Fedele all’impegno assunto e pur consapevole dei gravissimi rischi personali continuava, malgrado l’occupazione tedesca e le incalzanti incursioni dei partigiani slavi, la propria opera di dirigente, di patriota e di cristiano, fino all’arresto da parte della Gestapo e alla sua deportazione in un campo di sterminio, dove sacrificava la giovane vita.»
— Dachau – 10 febbraio 1945

Il 21 marzo 2000 il Vicariato di Roma ha emesso un Editto per l’apertura del processo di beatificazione di Giovanni Palatucci, avvenuta formalmente il 9 ottobre 2002. In occasione della cerimonia ecumenica Giubilare del 7 maggio 2000, papa Giovanni Paolo II lo ha annoverato tra i martiri del XX secolo. Per chi volesse ulteriormente approfondire la “strana vicenda” del Questore Giovanni Palatucci consigliamo la lettura del libro La rete segreta di Palatucci.: I fatti, i retroscena, le testimonianze e i documenti inediti che smentiscono l’accusa di collaborazionismo con i nazisti di cui sotto riportiamo la recensione completa:

Questo volume, frutto di una paziente e meticolosa ricerca di oltre due anni, ha preso spunto dalla recente querelle sollevata dal Primo Levi Center di New York in merito alla vicenda del salvataggio degli ebrei fiumani ad opera del giovane responsabile dell’Ufficio stranieri Giovanni Palatucci che, secondo quanto asseriscono alcuni studiosi, non sarebbe affatto da considerare la versione italiana di Oskar Schindler così come abbiamo imparato a conoscerlo finora – anche dopo aver ricevuto l’alta onorificenza di Giusto tra le Nazioni ad opera del Tribunale del Bene di Yad Vashem – ma, al contrario, soltanto un oscuro funzionario che eseguì pedissequamente gli ordini superiori, al punto da essere annoverato addirittura tra quella folta schiera di collaborazionisti dei tedeschi che non si facevano alcuno scrupolo nel denunciare chiunque non appartenesse alla razza ariana. Ci siamo chiesti, dunque: chi era Giovanni Palatucci? Un eroe, un “Giusto”, un collaboratore dei nazisti nella persecuzione degli ebrei, un fedele esecutore degli ordini superiori, o forse più semplicemente un uomo che, constatando la perfidia dei nazifascisti che si consumava quotidianamente sotto i suoi occhi ai danni di tante persone innocenti, che avevano la sola “colpa” di appartenere ad una razza diversa, pur nel timore di essere scoperto, non riuscì a restare indifferente e cercò, per quanto gli era possibile, di impedire questo scempio? Partendo da questo presupposto, con estrema acribia, abbiamo cercato di approfondire questa complessa vicenda alla luce delle nuove testimonianze e dei documenti inediti che siamo riusciti a raccogliere riguardanti, in particolare: la cosiddetta “fidanzata” ebrea di Palatucci, Maria “Mika” Eisler e la madre Dragica Braun, Carl Selan e la moglie Lotte Eisner, la sorella del barone Niels Sachs de Gric, la signora Lily Kremsir e la contessa polacca della Croce Rossa Maria Tarnowska Potocka. A questa documentazione cartacea vanno aggiunte poi le importanti testimonianze di Franco Avallone, figlio della Guardia Scelta di P.S. della questura di Fiume Raffaele Avallone, collaboratore di Palatucci, della signora Magda Lipschitz Heimler, figlia di Eugenio Lipschitz, internato nel Campo di Campagna; della prof.ssa Elena Scarpa, figlia di un altro collaboratore di Palatucci, il commissario di P.S. Carmelo Mario Scarpa; di Raffaele Ricciardelli, figlio dell’amico e collega del giovane questore di Fiume, il capo dell’Ufficio Politico della questura di Trieste Feliciano Ricciardelli; della profuga istriana Miriana Tramontina, nipote di Feliciana Tremani, amica di Palatucci e direttrice dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia; della signora Antonia Galandauer, all’epoca dei fatti qui narrati rifugiata insieme ai propri familiari a Bagnacavallo, nel cuore della Bassa Romagna della sig.ra Maris Zagabria Persich e tanto altro ancora.

Grazie per aver letto il nostro post e con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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