2^ G.M. Soldati decorati al Valore

La morte del tenente colonnello Bechi Luserna Macomer – 10 settembre 1943

Fra le sabbie non più deserte
son qui di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore
fior fiore di un popolo e di un Esercito in armi.
Caduti per un’idea, senza rimpianto, onorati nel ricordo dello stesso nemico,
essi additano agli italiani, nella buona e nell’avversa fortuna,
il cammino dell’onore e della gloria.
Viandante, arrestati e riverisci.
Dio degli Eserciti,
accogli gli spiriti di questi ragazzi in quell’angolo di cielo
che riserbi ai martiri ed agli Eroi.

L’epigrafe sopra riportata e posta all’ingresso del Sacrario Militare Italiano di El Alamein è tratta da uno scritto del Tenento Colonnello Alberto Bechi Luserna, valoroso ufficiale, Capo di Stato Maggiore della divisione paracadutisti “Nembo”,  morto in Sardegna a Macomer, il 9 settembre 1943 .

Figlio di Giulio Bechi, anch’egli ufficiale e scrittore, e di Albertina Luserna dei conti di Campiglione e Luserna, apparteneva a famiglia tosco-piemontese di tradizione militare. Dopo aver frequentato la Nunziatella a Napoli e l’Accademia Militare di Modena, fu assegnato all’Arma di Cavalleria.

Partecipò alle guerre coloniali in Libia e in Etiopia. Per il servizio in Cirenaica al comando di uno squadrone di Savari, ricevette due medaglie di bronzo al valor militare, nel 1929 e nel 1930; una terza ne ottenne nel 1935 in Africa Orientale, dove ebbe il comando di una banda irregolare a cavallo.

Considerato uno degli ufficiali più brillanti del Regio Esercito, richiamò l’attenzione del ministro degli esteri Galeazzo Ciano, del cui ambiente entrò a far parte anche grazie ai legami di parentela della moglie diciannovenne, Paola dei conti Antonelli (la famiglia del famoso cardinale Giacomo Antonelli) con un ramo della famiglia Colonna. In questo periodo fu concessa l’aggiunzione del cognome Luserna, della nobile famiglia materna.

Ricevette quindi l’incarico di addetto militare a Londra, e, nel 1940, di direttore dell’Ufficio Finlandia (paese allora in guerra con l’Unione Sovietica, al quale l’Italia inviava segretamente materiale bellico) al ministero degli esteri.

Durante la seconda guerra mondiale, dopo un breve periodo al Servizio Informazioni Militare, chiese il passaggio alla nuova specialità dei paracadutisti. Al comando del IV Battaglione Paracadutisti della Divisione “Folgore” (il battaglione più scelto, da lui formato e addestrato, dove ebbe come comandanti di compagnia Guido Visconti di Modrone e Costantino Ruspoli di Poggio Suasa) raggiunse l’Africa settentrionale,

Il 15 luglio del 1942 ed in ottobre, come comandante interinale del 187º Reggimento paracadutisti “Folgore”, condusse la difesa del settore settentrionale della divisione durante la battaglia di El Alamein, per cui ricevette una quarta medaglia di bronzo.

L’8 settembre 1943 la Nembo era di stanza in Campidano, a circa quaranta chilometri da Cagliari. La notizia dell’armistizio di Cassibile fu accolta negativamente da molti paracadutisti; in particolare, il XII battaglione (comandato dal Maggiore Mario Rizzatti), insieme ad una batteria del 184º Artiglieria, decise di unirsi ai tedeschi della 90ª Divisione Panzergrenadier, che si stavano ritirando verso la Corsica.

Al maggiore Rizzati abbiamo dedicato un post che potete leggere cliccando sul link sottostante:

” Questo Rizzati, cocciuto e testardo è un vero italiano. Uno di quelli che sanno ancora scrivere la Storia”

Il generale Ercole Ronco, comandante la Divisione, cercò di richiamare all’ordine il reparto, ma senza risultato; anzi, secondo la Relazione Ufficiale, fu temporaneamente posto agli arresti dagli ammutinati. Nel tentativo di indurre il battaglione, in ritirata sulla Carlo Felice, a recedere dalla scelta compiuta, il colonnello Bechi Luserna riuscì a raggiungerlo nella zona di Castigadu, alle porte di Macomer.

Lì venne fermato da un posto di blocco stradale istituito al bivio di Borore da un distaccamento del reparto ammutinato agli ordini del capitano Corrado Alvino. Al culmine di un violento alterco verbale per reclamare il passaggio, il Colonnello venne ucciso, assieme ad uno dei Carabinieri della scorta, da una raffica del fucile mitragliatore a presidio del blocco, sparata dal paracadutista Cosimo.

Il secondo carabiniere della scorta rimase ferito, e successivamente si aggregò al XII Battaglione. Il suo corpo, chiuso in un sacco, fu caricato su un camion e successivamente, dopo il rifiuto dei frati di un convento di farsi carico della salma, fu poi gettata in mare a Santa Teresa Gallura nelle Bocche di Bonifacio il 10 settembre 1943. Il colonnello si può considerare uno dei primi morti dello scontro fratricida fra italiani che insanguinerà il nostro paese fino all’epilogo del secondo conflitto mondiale.

Sulla sinistra della vecchia Carlo Felice, prima della salita per Macomer e davanti alla zona industriale, un monumento semicircolare di pietra lavica, mattoni cotti e trachite, delimitato da due obici, è stato eretto a perenne memoria dell’eroico ufficiale. Sulle due lapidi del monumento posto in località Castigadu è scritto:

“Qui, per obbedire alle leggi della Patria, per l’onore della Nembo, cadde il tenente colonnello Alberto Bechi Luserna è intitolata la caserma di Macomer che ha ospitato il 45º Reggimento Fanteria “Reggio” ed attualmente il 5º Reggimento Genio Guastatori. Un’altra caserma porta il suo nome a Pisa (sede del Reggimento Logistico Folgore), dove è anche presente un busto lapideo a grandezza naturale a lui dedicato”.

monumento-bechi-luserna a macomer

Alberto Bechi Luserna che durante i suoi anni di servizio fu decorato con quattro Medaglie di bronzo e una croce di guerra, venne conferita la Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione:

«Ufficiale di elevate qualità morali ed intellettuali, più volte decorato al valore, capo di S.M. di una divisione paracadutisti, all’atto dell’armistizio, fedele al giuramento prestato ed animato solo da inestinguibile fede e da completa dedizione alla Patria, assumeva senza esitazione e contro le insidie e le prepotenze tedesche, il nuovo posto di combattimento. Venuto a conoscenza che uno dei reparti dipendenti, sobillato da alcuni facinorosi, si era affiancato ai tedeschi, si recava, con esigua scorta e attraverso una zona insidiata da mezzi blindati nemici, presso il reparto stesso per richiamarlo al dovere. Affrontato con le armi in pugno dai più accesi istigatori del movimento sedizioso, non desisteva dal suo nobile intento, finché, colpito, cadeva in mezzo a coloro che egli aveva tentato di ricondurre sulla via del dovere e dell’onore. Coronava così, col cosciente sacrificio della vita, la propria esistenza di valoroso soldato, continuatore di una gloriosa tradizione familiare di eroismo»
— Sardegna, 10 settembre 1943

Per la sua morte, dopo la guerra fu processato e ritenuto responsabile il capitano Alvino. Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

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